Ryszard Kapuściński La missione del raccontare

Kapuscinski cover PoloniCult
Primo viaggio nel mondo del reportage polacco.

di Salvatore Greco

È tempo di allontanarsi un po’ dallo scaffale della poesia. Che Szymborska vi abbia coinvolto o annoiato, ora c’è da fare un passo nel fango, a bordo di treni sovraffollati in Lettonia, nel caldo della foresta pluviale o a un posto di blocco improvvisato da ribelli angolani. Anche se non sembra, non c’è molta strada da fare, basta andare verso lo scaffale della narrativa e cercare la lettera K. Sia chiaro, qui ci occupiamo di reportage e non di narrativa, ma generalmente quello che stiamo cercando non si trova tra i libri di “viaggi” sia perché di solito le sezioni “viaggi” sono piccole, sia perché il nostro protagonista di oggi non scrive fiction, ma è comunque uno straordinario narratore. Ryszard Kapuściński, tra i cognomi polacchi difficili, è forse uno dei più noti. In Italia lo pubblica Feltrinelli (una lista delle pubblicazioni qui) e in giro c’è praticamente tutto quello che il nostro ha scritto. Per chi già pensa (o sa) di amarlo, c’è la raccolta completa delle Opere, un gioiellino edito da Mondadori nella collana Meridiani.

Per chi si avvicina al mondo letterario polacco è importante leggere Kapuściński all’inizio per due motivi: è uno dei pochi scrittori polacchi che parla pochissimo della Polonia; è il più importante rappresentante della scuola del reportage, che in Polonia è ricca e preziosa.
C’è un filo rosso che lega tutta la civiltà letteraria polacca, un’esigenza atavica e quasi insopprimibile, quella di raccontare la realtà e confrontarsi con la storia. Il più delle volte, la propria storia, la martoriata storia polacca. Ed è questa la cosa che rende spesso “difficile” leggere e tradurre gli scrittori polacchi, ma è anche la cosa che li rende “geneticamente” portati al reportage. Kapuściński, scegliendo di raccontare tutto il mondo e solo un po’ la Polonia, ci permette di comprendere lo straordinario legame tra i polacchi e la testimonianza.
Kapuściński, da reporter dell’agenzia di stampa Pap, ha raccontato il Novecento degli Altri vivendolo profondamente e anche politicamente. Non è un segreto infatti che fosse anche un socialista genuino -nonostante fosse altrettanto scettico nei confronti dei sovietici- e che quindi nei suoi viaggi sia stato un po’ “partigiano” e tifoso dei movimenti rivoluzionari di marca socialisteggiante, che avvenissero in Guatemala o in Angola poco importa. Ma non c’è nulla nelle sue pagine di ideologico o accondiscendente al regime, c’è invece un’umanità varia e sofferta che parla con la propria bocca e la propria lingua, un’umanità alla quale Kapuściński partecipa intensamente, soffrendo, gioendo, rischiando la vita, ma allo stesso tempo garantendo alle storie che racconta un’assoluta trasparenza. Da Imperium, che racconta anni di viaggi attorno alle repubbliche sovietiche e poi ex-sovietiche, fino a tutti i reportage dall’Africa, l’Asia, l’America del Sud, Kapuściński riempie i suoi taccuini di profonda umanità, di lirismo e amara realtà, di bellezza eterea e di dura terra, di storie degli ultimi e di ingiustizie. Senza contare la bellezza della scrittura e la profondità del pensiero che sono ben più di una semplice cornice al lavoro di reportage.
La strada per capire la Polonia passa anche da fuori, quindi, da queste storie equatoriali o caucasiche, siberiane o andine, dalla vocazione quasi religiosa di un uomo -e di un popolo- verso la realtà da raccontare per capire il mondo e se stessi. Kapuściński è solo il maestro, il primo di questi sacerdoti della testimonianza laica, non certo l’unico. E ci torneremo.

Segnaliamo il sito ufficiale dell’autore (purtroppo disponibile solo in lingua polacca).

Salvatore Greco

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