#LibriCheAspettiamo – Pod Słońcem – Julia Fiedorczuk

Julia Fiedorczuk

 

Due villaggi gemelli, separati da un fiume. Uno abitato da gente che parla polacco, prega Dio al modo dei cattolici, e si fa il segno della croce da sinistra a destra. Nel secondo vivono invece uomini e donne che preferiscono parlare nel loro dialetto cantilenato, che a orecchie straniere suona quasi russo, e il segno della croce se lo fanno da destra a sinistra perché a Dio sono arrivati per la via ortodossa. Una ragazza del primo villaggio, Miłka, incontra un ragazzo dell’altro, Misza, e inizia una grande storia d’amore. Sembra una storia molto bella, ma già letta cento volte. Sul primo punto non c’è nulla da obiettare, è una storia bellissima, sul secondo c’è da obiettare tutto, perché un romanzo come Pod słońcem di Julia Fiedorczuk ancora non si era mai visto.

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#LibriCheAspettiamo – Wit Szostak – Cudze słowa

Cudze slowa

Wit Szostak non esiste. Mi chiedo se l’uomo che porta il suo volto si girerebbe se qualcuno per la strada lo chiamasse così. Di sicuro non lo chiamerà mai così nessuno in un ufficio pubblico, nessun ente previdenziale gli manderà mai un estratto conto a quel nome. Perché Wit Szostak è una creazione letteraria con cui l’autore firma le sue creazioni letterarie. Un nome d’arte, un’identità diversa, separata da quella dell’uomo che tutti i giorni prepara la colazione ai suoi figli, prende il tram e insegna filosofia all’università. Faccio questa premessa perché, nel suo ultimo romanzo, tutta l’attenzione di Szostak è intorno a ciò che le parole degli altri dicono di noi. Se la realtà di ciò che siamo è l’insieme di ciò che gli altri osservano di noi, allora cosa non siamo se parole altrui? O, per dirla con il titolo originale del romanzo, cudze słowa?

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#LibriCheAspettiamo – Dorota Kotas – Pustostany

Pustostany-cover

 

Varsavia è una città cannibalizzata dal suo stesso ruolo. Capitale amministrativa, economica e finanziaria di un Paese in crescita, mastica ambizione, ingoia aspettative, digerisce frustrazione. E la letteratura che ha Varsavia sullo sfondo, la quasi totalità dei romanzi polacchi contemporanei, riflette questa cosa. Un mondo laccato di caffetterie alla moda, appartamenti moderni, ristoranti sofisticati e successo, successo che traspira da ogni poro. Il ritratto di questa borghesia, realizzata o ambita, nasconde sotto le sue pieghe un’altra Varsavia, che non trova molto spazio sulle copertine. Come il gemello cattivo di Bart che in una celebre puntata dei Simpson la famiglia tiene nascosto in soffitta nutrendolo di teste di pesce. Su questa Varsavia nutrita di (metaforiche) teste di pesce, ha preso la parola un’autrice fino a ieri completamente sconosciuta, Dorota Kotas. Ha scritto un libro, l’ha chiamato Pustostany e l’ha riempito di tante cose che Varsavia non racconta, o non ama raccontare, di sé.

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#LibriCheAspettiamo – Szczepan Twardoch – Pokora

Pokora

Szczepan Twardoch in Polonia è ormai un personaggio pubblico. Il successo in patria del suo attuale best-seller Król (recentemente uscito in Italia come Il re di Varsavia) lo ha trasformato in una stella letteraria da copertina. Meritatamente, s’intende. Senza mai fare (troppe) concessioni al gusto corrente, ma seguendo la sua idea di letteratura, si è lanciato nel mondo in cui le copie vendute si contano con cinque zeri e i produttori televisivi e cinematografici bussano alla porta per proporre riduzioni.

Non stupisce dunque che il suo ultimo romanzo, Pokora, fosse già tra i più venduti della settimana quando era ancora solo in prevendita. Atteso con l’hype che di solito si riserva agli Stephen King e autori di quella lega.

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Anna Kańtoch – Buio – Benvenuti nel ricordo del non accaduto

 

I luoghi letterari più belli sono quelli che non esistono. Quelli che scrittori abili sono capaci di creare invitandoci a partecipare a un immaginario creato da mille spunti diversi e che diventa reale nello spazio delle pagine che leggiamo. Anna Kańtoch in questo ha pochi rivali tra i suoi colleghi, in Polonia e non solo. La lunga esperienza maturata nel microcosmo della letteratura fantastica, e in particolare nel filone new-weird, l’ha resa sensibile alla creazione di mondi e all’idea di raccontare storie che in questi mondi possano nascere, crescere, coinvolgere i lettori e lasciare una traccia. Creare mondi non significa necessariamente immaginare pianeti lontani o regni affollati di orchi e draghi. A volte basta tirare un po’ le maglie fitte del reale e scovare spazi nelle sue zone grigie. Dico “basta”, ma è più difficile di quanto sembri. Servono penne capaci e menti attente per farlo. Anna Kańtoch è tra queste, e Buio ne è la dimostrazione.

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#LibriCheAspettiamo – Maria Karpińska – Żywopłoty

żywopłoty

  L’esordio della scrittrice classe ’88 Maria Karpińska è una delle notizie letterarie del 2020. Dietro le siepi di Żywopłoty. – di Salvatore Greco – Più tempo passa in editoria e più sembra che la forma del racconto sia sempre più destinata a sopravvivere quasi solo nelle riserve indiane delle…

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Julia Fiedorczuk – per una letteratura oltre l’antropocentrismo

Fiedorczuk

A tu per tu con Julia Fiedorczuk, autrice del romanzo-rivelazione Sotto il sole e teorica dell’eco-critica. – Intervista con Julia Fiedorczuk a cura di Salvatore Greco – Sotto il sole è un romanzo che sfugge alle nostre categorie, di quei libri che si finisce di leggere con una sensazione di…

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Radek Rak – le armi del fantastico per dare voce agli ultimi

Radek Rak

C’è un libro che negli ultimi mesi ha spiazzato i lettori polacchi. Arriva da un autore giovane, al suo terzo romanzo, e che con i suoi libri precedenti ha goduto dell’accoglienza entusiasta di una piccola nicchia di lettori e critici. Quest’ultimo romanzo invece, il cui titolo in italiano potrebbe suonare Canzone del cuor di serpente, è arrivato molto oltre. Ha attirato l’attenzione di critici e recensori, si è fatto amare dal pubblico e ha conquistato un posto tra i finalisti del premio Nike e un altro tra i finalisti del premio Gdynia, i due maggiori riconoscimenti letterari assegnati in Polonia.

Inatteso e in punta di piedi, Canzone del cuor di serpente è diventato forse il caso letterario per eccellenza degli ultimi due o tre anni. Lo ha fatto con una lingua letteraria assolutamente unica, ricca di elementi locali ma anche di una grande ambizione di universalità. E l’ha fatto con uno sguardo al mito e alle regioni del fantastico che fanno pensare inevitabilmente, in terra polacca, a Bruno Schulz.

E Radek Rak, autore di Canzone del cuor di serpente, non nasconde nessuna di queste cose, anzi. Ne abbiamo parlato con lui, per farci spiegare come nasce e dove può arrivare il suo sorprendente romanzo, ancora inedito in Italia dove è rappresentato da Nova Books Agency.

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Tish – a tavola insieme al festival di cucina ebraica

Partendo da questo asserto, talmente semplice e genuino da essere rivoluzionario, il Polin esce spesso e volentieri dalle sue mura per incontrare Varsavia e le sue comunità, con eventi che coinvolgono le persone su vari livelli, andando a toccare sfere che apparentemente non appartengono al campo di azione di un museo. Ne è consapevole Magdalena Maślak, dipendente del Polin, ideatrice e organizzatrice di Tish, un festival di cucina ebraica arrivato quest’anno alla sua terza edizione. «Non è una cosa così ovvia che un museo organizzi un festival culinario. – racconta – Il museo organizza in continuazione mostre, lezioni, conferenze, seminari, ma con Tish è diverso. Invitiamo i visitatori a sedersi a tavola con noi, a cucinare e mangiare insieme, e di fronte a questo tipo di esperienza si capisce subito il valore della storia degli ebrei polacchi e quanto in comune abbiano con la nostra tradizione».

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Fenomenologia del kebab in Polonia

Kebab in Polonia

In vista dell’arrivo di mio fratello a Varsavia, un paio d’anni fa, ho chiesto a un conoscente nato e cresciuto qui di indicarmi qualche buon ristorante in città dove poter mangiare qualcosa di tipico. La sua risposta è stata: “nessun problema, preferisci vietnamita o kebab?”. L’ha detto ridendo, e ho riso anch’io, perché era chiaramente una battuta, ma con un fondo di verità difficile da omettere. Al di fuori dagli stretti confini del centro storico, trovare un ristorante di cucina polacca tradizionale a Varsavia non è un’impresa facilissima. Di ristoranti di cucina vietnamita e locali che servono kebab invece se ne possono trovare a decine, praticamente in ogni angolo della capitale polacca.

Se la grande presenza di ristoranti vietnamiti è legata alla lunga storia diplomatica tra il Vietnam e i Paesi dell’ex Comintern, quella del kebab in Polonia è una vicenda diversa, più recente, ricca di sfumature e costruita anche su una stridente contraddizione. Come ha fatto il kebab, pietanza tipica del mondo mediorientale e simbolo delle comunità turche e arabe in Europa, ad avere così successo in un Paese mediamente molto legato a valori e simboli tradizionali come è la Polonia?

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