Ancora un giorno – Another day of life. Kapuściński al cinema

Another day of life PoloniCult

Angola. Oggi pochi saprebbero trovarlo su una mappa senza esitare, eppure eccolo lì, sulla costa atlantica dell’Africa meridionale, uno dei Paesi con la storia più complessa del tramonto della stagione del colonialismo. A metà degli anni Settanta, quando più o meno tutti i coloni portoghesi avevano già lasciato il Paese, capire quale sarebbero state le sue sorti non è stato facile. Per motivi interni, legati a partiti rivali, ed esterni, legati all’ennesimo capitolo di un’estenuante partita a scacchi tra Comintern e forze atlantiche lontano dai propri confini. Come il Vietnam, Cuba, l’Afghanistan, anche l’Angola ha visto gli occhi del mondo su di sé per ragioni distanti e ha visto la propria terra solcata da inviati da tutto il mondo. Uno di loro lo conosciamo bene, era Ryszard Kapuściński. Kapuściński all’Angola ha dedicato uno dei suoi libri più belli e intensi, uno di quelli dove l’urgenza del raccontare e l’esigenza di essere partecipe della storia si confondono dando vita a un racconto di grande passione e impeccabile giornalismo. Il titolo della versione italiana, Ancora un giorno, uscito per Feltrinelli e recentemente ripubblicato, è anche il titolo di un film a tecnica mista girato da Raùl de la Fuente e Damian Nenow, film in arrivo in Italia ad aprile grazie alla distribuzione di I wonder pictures.

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Perché abbiamo ancora bisogno di Kapuściński

Fot. Maciej Zienkiewicz / Agencja Gazeta

 

Cosa c’è di nuovo da raccontare nel 2019 su Ryszard Kapuściński? Cosa aggiungere a una figura di intellettuale che ha prodotto numerosi premi a suo nome, che gli studenti delle scuole polacche (e non solo) trovano sui libri di letteratura di scuola, che ha ispirato un film animato ispirato alla sua figura e ai suoi viaggi? Probabilmente nulla. A dodici anni dalla sua morte, Kapuściński si è cristallizzato, accademizzato, è un maestro riconosciuto dalla grande e fervida tradizione polacca del reportage anche se tutti poi, dopo le lodi, pongono le distanze: è un classico, ma non mi ispiro a lui. È stato anche oggetto di un tentativo, piuttosto malriuscito, di damnatio memoriae da parte del suo ex allievo Artur Domosławski che ha sollevato un polverone ma anche causato una poderosa alzata di scudi verso il reporter che -ormai deceduto- non avrebbe potuto nemmeno difendersi da solo.

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L’Albania socialista secondo Margo Rejmer

Bloto slodsze niz miod Albania PoloniCult

Błoto słodsze niż miód (Fango più dolce del miele), l’ultimo libro di Margo Rejmer uscito poche settimane fa in Polonia naturalmente per Wydawnictwo Czarne, è l’opera in grado di colmare questa mancanza. 332 pagine di reportage raccolti in giro per l’Albania che raccontano la realtà del socialismo reale in salsa albanese, la sua nascita tra le fila dello stalinismo ortodosso e l’isolamento sempre più radicale in seguito ai contrasti ideologici e concreti con i giganti del comunismo in terra: l’URSS e la Cina. Quella del socialismo albanese è la storia di un Paese piccolo, arretrato, economicamente fondato su un’agricoltura male in arnese, che insegue un ideale di purezza e ortodossia e che diventa velocemente altro: paura, fame, repressione, paranoia.

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Muranów – storie da una Varsavia che non c’è.

Muranów

Guardando Varsavia su una mappa, Muranów non c’è. Perché da un punto di vista amministrativo, Muranów non esiste, occupa – al più nominalmente – un’area divisa tra l’unità amministrativa di Wola e quella di Śródmieście. Eppure, a nessuno che abiti stabilmente una delle vie racchiuse tra ulica Leszno e Aleje Solidarności a sud, Okopowa a Ovest, Miodowa a est e i binari della ferrovia a nord verrebbe mai da dire nulla di diverso che “abito a Muranów”. Perché Muranów è un luogo dell’anima, una parte fondante della storia e della vita pulsante di Varsavia, anche senza uffici amministrativi che portano il suo nome.

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Meringhe di piombo e fango di miele – intervista a Margo Rejmer

Margo Rejmer

Margo Rejmer è un’autrice che i lettori di PoloniCult conoscono già da tempo, da quando su queste pagine abbiamo presentato il suo travolgente romanzo Toximia. Oggi che quel romanzo è pronto a uscire per intero in italiano per i tipi de La Parlesia Editore nella traduzione del nostro Francesco Annicchiarico, abbiamo deciso di parlarne con lei, per approfondire i temi e il cuore di questo libro grottesco e romantico assieme, e per scoprire come scorre la mente di un’autrice in grado di scrivere con altrettanta perizia sia prosa di pura finzione che reportage scrupolosi e fondati sui fatti.

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Katowice, il carbone colorato della Slesia

Katowice - PoloniCult

“Non si giudica un libro dalla copertina!” – chissà quante volte vi sarà capitato di sentirlo o di dirlo a qualcuno. A dir la verità non sempre è una scelta sciocca, io tantissime volte mi sono lasciata convincere da disegni bizzarri… è a questo detto che ho pensato quando mi sono ritrovata a Katowice per la prima volta, tappa del tutto casuale dopo un viaggio in Scandinavia. E poi ci sono tornata un paio di settimane dopo  per trascorrerci tre giorni di zielona szkola – l’equivalente delle gite scolastiche di più giorni – e ne ho avuto la conferma: nonostante Katowice sia preceduta da una fama piuttosto triste e negativa, il suo “contenuto”, la sua “trama” sono davvero sorprendenti. Provare per credere!

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Miscellanea da Podgórze

Cracovia ha una planimetria che mi piace particolarmente: se partiamo da Stare Miasto, andando sempre dritti giungiamo a Kazimierz e una volta attraversato il ponte ci ritroviamo a Podgórze. È un itinerario essenziale che ci permette però di visitare le parti principali della città, il suo cuore pulsante. Cracovia si compone essenzialmente di queste tre parti che ho appena citato e io sono particolarmente legata ai due quartieri che si specchiano nel fiume – Kazimierz e, appunto, Podgórze. Sono come due gemelle che si assomigliano e si differenziano allo stesso tempo, ognuna con la propria specificità. Kazimierz è la più vecchia e più saggia delle due, ha un carattere forte, ti sa addomesticare e voler bene; Podgórze assomiglia piuttosto alla piccola capricciosa di famiglia nonostante le sue origini risalgono a tantissimo tempo fa.

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Wszyscy jesteśmy dziwni – Reportage polacco a Coney Island

Wszyscy jesteśmy dziwni

Coney Island è la scheggia impazzita del pianeta America, l’isola eccentrica che si ribella alla narrazione dominante dell’american dream e che rivendica a sé il diritto a fallire, ad andare fuori rotta e a vivere in pace anche fuori dalla bulimia di successo e dal darwinismo sociale su cui buona parte della retorica a stelle e strisce si è fondata in poco più di due secoli di storia. Coney Island è un esperimento vivente, una sacca di resistenza eccentrica che non riguarda solo New York né i soli Stati Uniti, ma dalle sue storie di persone qualunque può raccontare qualcosa di più profondo e rivolto al mondo intero. Pane da reportage polacco, insomma, e non a caso Dowody na istnienie ha pubblicato da pochi mesi un bel libro dedicato proprio a Coney Island dalla giovane Katarzyna Sulej dal meraviglioso titolo di Wszyscy jesteśmy dziwni (Siamo tutti strani).

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Angelika Kuźniak – Papusza

Kuźniak

Papusza is an author who goes beyond any label. She was a Polish poet but of Romani descent and nobody knew about her or when and where she was born. Perhaps had not Jerzy Ficowski made her known by spreading her poems she would have stayed unknown. However, due to this reason, Papusza’s story is striking and fascinating. She grew up a simple and apparently uncouth woman and yet she was deep and suffering. This woman was portrayed in a movie by Krzysztof and Joanna Krauze in 2013 and, one year earlier, in a book published by Czarne and written by Angelika Kuźniak; its title? Just Papusza.

To dig deeper into a book that its own publisher labels as reportage, but that is actually much more complex than that just like Papusza herself was, we talked with the author. Kuźniak is a writer whose books are akin to portraits of exceptional women where words help drawing a perfectly balanced picture between subtlety and in-depth analysis.

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Granice marzeń – viaggio ai quasi confini dell’ex-URSS

Granice marzeń PoloniCult

Inizia così Ryszard Kapuściński il secondo capitolo del suo Imperium, libro che raccoglie appunti di viaggio e articoli che il grande maestro del reportage polacco ha dedicato all’ingombrante e affascinante vicino della Polonia, quella creatura che nel breve corso di un secolo ha cambiato almeno tre volte nomi e forme, prima Impero Russo, poi Unione Sovietica, oggi Federazione russa. Le frontiere di quella creatura imponente sono cambiate a loro volta assieme ai nomi, quasi mai passando inosservate, quasi sempre trascinando con sé i destini di uomini e donne, o più spesso di popoli interi. A venticinque anni dalla pubblicazione di Imperium, un reporter polacco è tornato su quelle frontiere, in particolare su quelle che la frammentazione dell’imperium (prima imperiale, poi sovietico, oggi repubblicano) ha lasciato dietro di sé o a volte ha creato ad arte: quel reporter è Tomasz Grzywaczewski e il risultato dei suoi viaggi è uscito nel febbraio del 2018 per Czarne con l’eloquente titolo di Granice marzeń. O państwach nieuznawanych (Le frontiere dei sogni. Sugli Stati non riconosciuti).

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