Aruspici – Wit Szostak #3

Il brano che segue è tratto dal romanzo Wróżenie z wnętrzności di Wit Szostak (Powergraph, 2017). Tutti i diritti appartengono a Wit Szostak e Wydawnictwo Powergraph.
I diritti per la traduzione italiana sono liberi e gestiti in esclusiva da Nova Books Agency s.c.
Per informazioni: agent@novabooksagency.com 
La traduzione dal polacco è di Francesco Annicchiarico.
Continua da qui.

Noi qui invece viviamo oltre il mondo, abbiamo un mondo oltre tutti i mondi e qui non arriva niente che noi non vogliamo, perché solo le persone che invitiamo noi hanno accesso a questo nostro mondo. Sul tetto della stazione pende una vecchia insegna a caratteri neri CURAMONDI, così si chiamava questa stazione quando ancora era una stazione. Doveva esserci una stazione termale qui vicino perché gli uomini saggi che tanto tempo fa venivano sulle montagne a cercare la verità, scoprirono le acque sorgenti in collina, quella che cura dalla tristezza e dalla malinconia, ma poi scoprirono che quell’acqua non curava e le persone tornavano a essere tristi. Prima di tutte le guerre mondiali qui c’era più di una pensione, poi caduti in rovina, ora sono tutti diroccati, che emergono dai giardini, e nessuno ci va più. Su uno di questi c’è una civetta, su un altro un pappagallo, ognuno aveva il proprio simbolo segreto. Poi costruirono la stazione dei treni, troppo grande, i piani erano di farla troppo grande, nella sala d’attesa fecero addirittura una fontana, che ancora oggi è lì, abbiamo la fontanella in casa, qui da noi alla stazione. La sera sciaborda allegramente, l’acqua colpisce l’altra acqua e c’è questo sciabordio che fa addormentare. Forse funziona così quest’acqua, che fa addormentare, che col suo sciabordio assopisce la tristezza e la malinconia, con quel movimento di acqua sull’acqua immobile. Io resto spesso a guardare la fontana, le due acque che si incontrano e mi sento soddisfatto della mia vita, che occupo con il guardare l’acqua e col berla proprio dalla fonte.

Mateusz mi ha detto che quel nome, Curamondi, l’hanno inventato dei signori in bianco e nero, vestiti eleganti, che ci guardano dalla fotografia appesa nella casa del vecchio capostazione di qui. Pure io li ho osservati spesso, osservavo le loro pose e il mondo in cui erano, pieni di certezza e di forza, osservavo i loro sguardi scintillanti di speranza. Loro avevano fiducia nell’acqua viva, ci credevano a Curamondi, se non ci avessero creduto non l’avrebbero nemmeno inventato, altrimenti a chi sarebbe mai servito questo Curamondi alla fine dei binari e della strada? Nella foto ce ne sono tre, tre divinità di Curamondi, uno vestito di scuro, uno di chiaro e il terzo tra loro due, in pantaloni chiari e giacca scura. Dietro di loro, la stazione e i pensionati in costruzione, che nella foto appaiono esattamente come ora: impalcature di legno divenute a malapena qualcos’altro, ma senza per forza esserci riuscite. E infatti non ci sono riuscite, perciò sono così. Ora quelle casette sono ruderi, non diventeranno mai altro, e i loro scheletri finiranno in schegge appuntite a graffiare il cielo.

Nella foto le tre divinità di Curamondi fanno un brindisi con l’acqua di fonte e sono vivi in questa foto, anche se sono morti da tanto tempo. Uno è morto in un incidente d’auto durante le gare dell’automobile club di Cracovia, un altro è morto in guerra, il terzo è morto dimenticato da tutti e non si sa nemmeno dove sia sepolto. Mateusz ha scritto i loro nomi da qualche parte, ma a chi serve conoscere i nomi di persone dimenticate? Bisogna dimenticarli, vivono senza motivo nella nostra memoria, io mi sforzo di dimenticarli, mi alleno a dimenticarli ogni giorno. Eppure appena mi ricordo di ciò che dovrei dimenticare, i nomi tornano per farmi capire cosa dovrei dimenticare oggi, e grazie a loro mi ricordo ancora meglio le cose. Ora sono appena tornati e li ho qui con me, ma non li trascrivo per non sprecare parole. I tre dei di Curamondi, nei loro vestiti elegantissimi.

***

Mateusz non ha abitudini, ma Marta sì. Mateusz ogni giorno fa tutto daccapo, come se il mondo stesse ricominciando tutto, e lui lo sa come stare a questo mondo. Si alza a un orario diverso, va a dormire a un orario diverso da tutti, mangia a un orario diverso, legge, lavora e va in macchina in paese a fare provviste. Non ha mai orari fissi e improvvisa tutto, ogni volta creando una nuova versione di se stesso. Le abitudini lo annoiano, le rifugge sempre, anche se non sa dove andare, perché non ha un posto da parte in cui nascondersi dalle abitudini. Magari non se ne starà con Marta sulla banchina, durante le serate calde, ma dovrebbe comunque scappare dalle altre abitudini, come leggere i libri o pensare alla morte. Mateusz è il fratello intelligente e lo sa che non si scappa dal mondo delle abitudini, resta sulla banchina a bere vino, ieri è rimasto sulla banchina a bere vino e domani sarà la stessa cosa, eppure è come se questa abitudine non esistesse. Non è lui a stare seduto lì, non è lui a bere, e allora lui non c’è. Mi chiedo allora dove sia mio fratello quando va via così. Si può scappare con il pensiero? È forse un’altra abitudine? Mateusz non è mai riuscito ad abitare su questo pianeta. È da sempre un viaggiatore, sin da quando stava a casa dei miei genitori. Si era riempito di mobili la stanza, era sempre lì a cambiare qualcosa e poi non ci stava mai dentro. A volte penso che lui sia solo un ospite della Terra, un passeggero che non capisce come mai le persone abbiano bisogno di avere un posto, o delle cose o la loro visione sulle cose. Mateusz non ha radici, non ha un posto, neanche la stazione gli appartiene.
Marta ha le sue abitudini e le sue abitudini uniscono posti, cose e persone. Questo mondo si dissolverebbe senza Marta e non ci sarebbero né Mateusz, né tutto Curamondi e nemmeno io. Marta questo non lo sa, ed è un bene, perché se lo sapesse si preoccuperebbe moltissimo, perché lei si preoccupa sempre di tutto, perché è buona e premurosa. E se cominciasse soltanto a preoccuparsi delle proprie abitudini – come controllare l’ora e il posto per far sì che il pranzo sia a quest’ora, la colazione a quest’altra, e la cena in quella stanza – se dovesse quindi essere preoccupata da tutte queste cose il mondo cadrebbe a pezzi, perché non sarebbe più niente come era stato finora. Marta ha le sue abitudini, ma non le gestisce, e va meglio così. Mateusz ci prova a gestire le proprie abitudini e se stesso, e si vede come non ci riesca mai. Una volta si è ripromesso di cominciare a leggere dopo pranzo sulla poltrona verde della sala d’attesa. E per una settimana ci è riuscito, poi si è scocciato. Un’altra volta ha deciso di cominciare a svegliarsi insieme a Marta. Ma
una volta soltanto è rimasto a dormire e la routine si è spezzata. Mateusz è così, vaga per il mondo e abbraccia le abitudini degli altri. Il più delle volte sono quelle di Marta, a volte le mie, e altre volte le abitudini del bosco che circonda la nostra stazione. Perché il bosco partorisce i funghi all’alba e le bacche all’imbrunire. Queste sono le abitudini del bosco, e Mateusz le rispetta. Unisce i posti al tempo e ci viaggia su. Ma torna sempre.

Marta si alza sempre alle sette di mattina, prepara la colazione e porta i bimbi a scuola, che si trova nel paese accanto. Non pronunciamo mai il nome di quel paese e non so il perché. All’inizio io lo pronunciavo, ma quando ho notato che Mateusz dice solo di andare in paese, e che anche Marta dice solo di andare al paese, ho capito anch’io quel loro gioco e ho cominciato a chiamarla villaggio o paese. A che serve il nome quando c’è solo un paese qui vicino, la prima che si vede dai binari? Parole sprecate per trovare un nome a un paese che non serve a nessuno, tanto sappiamo tutti di cosa si tratta. Bisogna risparmiare le parole per tempi peggiori, per il tempo della guerra e della fame. Allora ci serviranno. E poi lo ripeto tra me e me, così non mi sente nessuno se ho usato il nome oppure no. Per questo scrivo a sussurri. E le parole che non uso adesso me le ricorderò per i miei momenti bui. Chissà se arriverà quel momento in cui le parole inutilizzate salveranno la vita di qualcuno. Neanch’io so dirlo.

Ora, in questo paese che ha un nome che non ha senso pronunciare, i treni terminano la loro corsa, la stazione irrompe nella vita della ferrovia, le locomotive si sciolgono sui binari e poi il vento diffonde ovunque lo stesso odore, che tutti conoscono, perché tutti conoscono i treni. Ma da noi non arriva questo odore perché non passano i treni, l’odore si è estinto molto tempo fa ed è sbucata ovunque l’erba. Per ultimi sono arrivati i convogli col legno, appena uscito dalla segheria, era proprio qui accanto al bosco. Ora non si sente più l’odore dei treni, ma c’è odore di resina, è viva e profuma. Marta al mattino si alza, e quando i bambini non hanno scuola e sono dai nonni in città, che è Cracovia, anche allora Marta si alza, solo che anziché guidare fino al paese, resta in cucina a bere il caffè. Il caffè diventa freddo, la sigaretta si consuma, Marta si sveglia e poi può di nuovo tornare a vivere. E così ora dopo ora, il mondo di Marta è pieno di abitudini. Alcune quotidiane, altre settimanali, abitudini estive e invernali. Io penso che Marta abbia un registro delle abitudini nella sua stanza, e ogni mattina lo apra, come il breviario di un prete, e canti l’abitudine del giorno, e poi si realizza tutto. Per questo Marta sa sempre dove si trova e non si perde mai. È il mondo che ogni tanto la perde, che le ruba le abitudini. Se di ritorno da scuola con Szymon e Zuzanna calpesta una gomma, perde mezz’ora e non riesce più a pelare le patate, e cucina la pasta e invece dovevano essere patate, e cambia menù, e cambia l’ora di pranzo, e Marta non riesce più a cucinare ciò che è scritto sul suo registro, quindi salta un’abitudine e fino a sera è nervosa e triste che c’è qualcosa che non le riuscito. Io lo so che in quei momenti non bisogna consolarla, a che serve consolare Marta quando tutto il mondo va a rotoli. Le parole non aggiustano il mondo, c’è solo da aspettare il giorno dopo e sperare che tutto segua il piano stabilito.
Marta si arrabbia intristendosi, perde la propria scintilla e si ingobbisce come se prendesse sulle spalle tutti i malesseri del mondo. È così con quelli che hanno delle abitudini. Ma anche non avercene affatto è una cosa buona, perché le abitudini costruiscono case, e non è una cosa buona essere un senzatetto. E Mateusz lo è, e abita in una stazione, e anche se per Marta questa stazione è una casa, per Mateusz no.

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