Płynące wieżowce – di amore e omosessualità in Polonia

Płynące wieżowce

Quando uscì nel 2013, quest’opera di Tomasz Wasilewski fece parlare molto di sé. Si trattava del “primo film polacco dedicato a tematiche LGBT”, o almeno così si andava ripetendo un po’ dappertutto sulla stampa. La pellicola (ancora inedita in Italia, distribuita all’estero con il titolo di Floating Skyscrapers) racconta la storia di Kuba (Mateusz Banasiuk), giovane nuotatore che sta mettendo anima e corpo nella preparazione di una gara. La sua è una vita tranquilla, scandita dalla routine che si è costruito con Sylwia (Marta Nieradkiewicz), la sua ragazza, profondamente innamorata di lui, e con la madre (Katarzyna Herman). A turbare la serenità di Kuba sarà l’incontro con Michał (Bartosz Gelner), per il quale il protagonista inizia a provare, ricambiato, un’attrazione a cui solo verso la fine del film egli riuscirà a dare il nome di “amore”.

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Cicha noc – sul piano inclinato dell’autodistruzione

Cicha noc

Un pullman di lunga percorrenza viaggia da occidente verso Olsztyn, Polonia. A bordo un uomo sulla trentina con indosso una maglietta con un’enorme bandiera polacca al centro parla al telefono e chiede alla sua ragazza di mandargli una foto della sua vagina, lo fa così ad alta voce che è impossibile non sentirlo. Un ragazzo un paio di file più avanti lo guarda sconfortato e commenta ad alta voce parlando alla sua videocamera portatile. Cicha noc, film tra i più discussi del cinema polacco nel 2017, inizia così e nel cinema d’essai nel centro di Varsavia in cui mi trovo il pubblico ride di gusto e borbotta commenti di familiarità per una scena grottesca quanto realistica. Siamo solo all’inizio, ma già in quella scena e nella reazione del pubblico si condensa la poetica di 97 minuti di pellicola che il giovane regista Piotr Domalewski ha dedicato al tema croce e delizia di ogni rappresentante delle arti polacche: la Polonia stessa.

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La signora dello zoo di Varsavia: qual è il prezzo per i giusti?

La signora dello zoo di Varsavia PoloniCult

Forse non tutti sanno che le mura dello zoo di Varsavia conservano un’incredibile storia vera di amicizia ed eroismo, avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale. La signora dello zoo di Varsavia (The Zookeeper’s Wife, 2017), distribuito in Italia in dvd dall’8 marzo 2018, racconta proprio questa storia: quella dello zoologo Jan Żabisńki e di sua moglie Antonina, responsabili della gestione dello zoo nella capitale polacca, che tra il 1939 e il 1945 misero in salvo circa 300 ebrei nascondendoli all’interno della loro struttura. Gli Żabisńki ottennero il riconoscimento di Giusti tra le Nazioni nel 1965 per le loro azioni eroiche.

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Viva la Bulgaria! – un documentario sul neofascismo a Sofia

Viva la Bulgaria

Dalla primavera scorsa in Bulgaria la destra neofascista è al governo in coalizione con il partito di centrodestra Gerb del premier Bojko Borisov. Dopo le elezioni parlamentari del marzo 2017 i Patrioti Uniti, un’alleanza di tre partiti dell’estrema destra razzista (Ataka, Patriotičen Front e Vmro), pur avendo registrato un calo nei voti attestandosi al 9%, è entrata per la prima volta nella maggioranza di governo con un ruolo molto rilevante. Ai “Patrioti” sono stati infatti assegnati due poltrone di vicepremier e tre importanti ministeri: difesa, economia e ambiente. Si tratta di un risultato che corona una lunga storia della destra radicale bulgara che va dalla dittatura degli anni ’30 del secolo scorso, fino alla rinascita nella seconda metà degli anni ’80 sotto l’ala protettrice del regime comunista e alla forte crescita negli anni duemila. A partire dal 1° gennaio di quest’anno, con l’inizio del semestre in cui Sofia ha la presidenza di turno dell’Ue, i neofascisti bulgari si trovano addirittura al timone dell’Unione. Era inevitabile quindi che anche il cinema bulgaro affrontasse il fenomeno. Il mese scorso, durante il Sofia Film Festival, c’è stata la prima del documentario Viva la Bulgaria! (“Da živee Bālgarija”), diretto da Adela Peeva, una regista bulgara attiva da alcuni decenni e nota internazionalmente soprattutto per un altro documentario che ha riscosso un notevole successo nel circuito dei festival, “Di chi è questa canzone?” (“Čija e tazi pesen?”, 2003).

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“Nawet nie wiesz, jak bardzo cię kocham” – sulla difficoltà dei sentimenti

Nawet nie wiesz, jak bardzo cię kocham (Nemmeno lo sai, quanto ti amo) è un film uscito nel 2016 per la regia di Paweł Łoziński – un volto abbastanza conosciuto del cinema polacco, fu assistente di Kieślowski e nel corso della sua carriera ha già ottenuto diversi premi – che mette in scena solo tre personaggi: una madre – Ewa (Ewa Szymczyk), una figlia – Hanna (Hanna Maciąg) e uno psicoterapeuta – interpretato qui da Bogdan de Barbaro, rinomato psichiatra, psicoterapeuta e direttore dell’istituto di terapia familiare presso la cattedra di psichiatria del Colegium Medicum dell’Università Jagiellonica.

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Krzysztof Kieślowski dietro le quinte

Kieslowski

Ridotta all’osso, è la trama del film di Krzystof Kieślowski Przypadek (Il caso, o Destino cieco), terminato nel 1981 ma uscito sei anni dopo causa rogne con la censura. Il film lo avremo probabilmente visto tutti, ma non a tutti sarà capitato di leggere, di pugno del regista, il soggetto. Oggi al lettore italiano si offre l’opportunità di sfogliare un’agile silloge di soggetti e sceneggiature kieślowskiane pubblicata per La nave di Teseo a cura di Marina Fabbri, dal titolo Il caso e altre novelle. Vi sono raccolte le sceneggiature narrative dei primi quattro lungometraggi e i progetti, anch’essi di qualche dignità letteraria, dei suoi documentari più importanti.

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Marie Curie, la scienza dei sentimenti

Marie Curie film PoloniCult

Torniamo a occuparci di Maria Skodłowska-Curie e lo facciamo con immutato piacere. A centocinquant’anni dalla nascita della chimica e scienziata polacca-francese nata in via Freta a Varsavia è in corso una meritata riscoperta delle sue scoperte e vicende. La fumettista e regista iraniana Marjane Satrapi è al lavoro su un lungometraggio dedicato a Madame Curie e ispirato a Radioactive, opera di Lauren Redniss, mentre su queste colonne abbiamo scritto della recente graphic novel Marie Curie di Alice Milani. E come dimenticare il grande murales di recente dedicato dalla capitale polacca alla scienziata per ravvivare l’area antistante la fermata Centrum della metropolitana varsaviana? Questo ‘Marie Curie’ è una raffinata co-produzione polacca-francese di inizio 2017 in cui la regia è affidata alla transalpina Marie Noelle e i ruoli principali ad attori polacchi. Il film è stato girato tra Polonia, Francia e Germania.e talvolta sono proprio Varsavia (noi di PoloniCult ci siamo anche imbattuti nelle riprese) o Łódź a sostituirsi ai boulevard della Ville Lumière.

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Komunia – o la comunione impossibile

Komunia

A volte sembra che siamo chiamati a combattere certe battaglie da soli. E sicuramente si sarà sentita così Ola, la quattordicenne protagonista del docu-film firmato da Anna Zamecka. Una volta visto il trailer, mi è stato subito chiaro che avrei voluto non solo guardarlo per intero ma anche avere la possibilità di scriverne e farlo arrivare a più persone. Komunia – Communion è un film documentario dolcemente drammatico. Delicatamente pesante. Non uso queste due coppie ossimoriche a caso o per qualche ragione stilistica, le utilizzo perché non è possibile dare una definizione univoca e conclusiva al film; non è possibile perché i sentimenti che risveglia e mette in campo sono così contrastanti che soltanto accostando due termini opposti si riesce a trovare la (quasi) giusta commistione di elementi presenti nella storia.

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Ostatnia rodzina, o del lasciar tracce

Ostatnia rodzina

Sul bisogno primario del lasciar tracce, articolato in forme e “tecnologie” tanto diverse, Jan Matuszyński, classe 1984 e una militanza nel genere documentaristico, decide di fare un biopic. Il soggetto, particolarmente ghiotto, è la vicenda umana della famiglia Beksiński: Zdzisław (Andrzej Seweryn), pittore surrealista di fama mondiale, sua moglie Zofia (Aleksandra Konieczna) ed il figlio Tomasz (Dawid Ogrodnik), appassionato cultore della musica e della cinematografia inglese, ma dalle marcate tendenze nevrotiche. Ne nasce Ostatnia rodzina (L’ultima famiglia, 2016), presentato in Italia nella cornice del CiakPolska Film Festival.

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Plac Zabaw – l’infantile banalità del male.

Plac Zabaw

Plac zabaw in polacco significa parco giochi, ma nel film di Kowalski non c’è nulla di quell’atmosfera di gioia ignara e risate allegre che si collegano nelle immagini mentali a un luogo del genere. Però c’è l’infanzia, un’infanzia avvelenata, abbrutita e crudele che è quella che il regista ha deciso di mettere al centro del suo film. In un’ora e ventidue minuti di scelte essenziali ed esteticamente spoglie fino quasi alla maniacalità, Plac Zabaw racconta la storia dell’ultimo giorno di scuola elementare di tre pre-adolescenti diversi per estrazione e condizione familiare ma legati da una trasversale e drammatica incapacità verso la vita.

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