Di belle e di bestie – su Panna a netvor

Panna a netvor

È di questo genere il piacere che dà la visione di Panna a netvor, adattamento cinematografico cecoslovacco del classico La Belle et la Bête pubblicato nel 1740 da Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve (in La Jeune Américaine et les contes marins), nel 1756 in versione ridotta da Jeanne-Marie Leprince de Beaumont (in Magasin des enfants) e nel 1889 da Andrew Lang (in The Blue Fairy Book). Il regista si chiama Juraj Herz, è di origine ebrea, aperto alla sperimentazione e alla contaminazione tra linguaggi e generi, ed ha già alle spalle una certa notorietà in patria con film tuttora godibili: il drammatico Petrolejové lampy (Lampade a petrolio, 1971), l’horror gotico Morgiana (1972), il sentimentale Un giorno per il mio amore (Den pro mou lásku, 1976).

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L’uomo di ferro – la svolta della storia, la svolta di Wajda

Uomo di ferro

Come anche il titolo fa intuire, L’uomo di ferro è legato a doppio filo a L’uomo di marmo prodotto da Wajda qualche anno prima e dedicato alla storia della damnatio memoriae subita dall’ex eroe socialista Mateusz Birkut e al tentativo di una giovane regista di raccontarne la storia, tentativo naturalmente schiacciato dalla censura. Ne L’uomo di ferro ritroviamo Birkut, del quale si dichiara senza peli sulla lingua la morte per pestaggio da parte della polizia durante gli scioperi del 1970, ma soprattutto ritroviamo suo figlio Maciej Tomczyk, operaio nei cantieri di Danzica e vivace agitatore sindacale. Per Wajda il collegamento con il precedente film è quasi immediato dal momento che aveva presentato il personaggio del figlio di Birkut alla fine de L’uomo di marmo proprio come operaio dei cantieri navali. Nei panni di Maciej quello stesso Jerzy Radziwiłowicz che era stato suo padre pochi anni prima, particolarmente bravo a trasmettere l’emotività ribollente del giovane sindacalista. Ritroviamo anche Agnieszka (Krystyna Janda), la giovane regista censurata che oggi è moglie e compagna di lotta di Maciej Tomczyk, in prigione per attività sovversive.

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La Serie Nera polacca, un capitolo fondamentale del cinema mondiale

Serie nera

A metà degli anni ’50 del secolo scorso alcuni giovani polacchi appena diplomatisi nelle scuole di cinema di Łódź, in Polonia, e di Mosca, in Unione Sovietica, hanno scritto, probabilmente senza rendersene conto, un capitolo fondamentale della storia del cinema. Con una dozzina di brevi documentari che affrontano temi sociali hanno anticipato di alcuni anni inquietudini e stili che sarebbero poi emersi prepotentemente nel cinema europeo e mondiale. A questo insieme di documentari è stato attribuito all’epoca da un critico il nome collettivo di Serie nera (Czarna seria), sia perché molti di essi descrivevano ambienti notturni, sia perché trattavano aspetti sociali rimasti sino ad allora in ombra.

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11 minuti: la frenesia del nulla di Jerzy Skolimowski

11 minuti

In undici minuti può accadere tutto e niente, Jerzy Skolimowski sceglie di mostrarci gli estremi di questo immenso spettro di possibilità. Dalle 17 alle 17:11 assistiamo allo svolgersi delle vite di una serie di personaggi sullo sfondo di una Varsavia sempre in movimento. Cosa hanno in comune un corriere della droga, un venditore di hot dog, un’aspirante attrice e il suo marito geloso, l’equipe di un’ambulanza, un giovane rapinatore e una ragazza con il suo cane? In apparenza niente, di fatto potrebbe essere tutto. Il frenetico succedersi di fatti porta all’illusione di una simultaneità nello svolgersi del tempo, quando in realtà è proprio la concezione stessa del tempo a essere messa in discussione.

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L’uomo di marmo – Wajda e il cinema che fa la storia

L'uomo di marmo

Nel 1976 la Polonia di Gierek scricchiolava, stretta com’era nell’affanno di gestire i contraccolpi di un’economia strozzata dal debito e nel laborioso tentativo di convincere l’URSS che Varsavia non sarebbe stata una nuova Praga e che non ci sarebbe stata un’altra Primavera dopo quella del ’68. In quell’anno, Andrzej Wajda era già un regista più che affermato, cinquant’anni e numerose pellicole alle spalle, tra cui almeno un paio di riconosciuti capolavori. L’apice era ancora da venire, ma era proprio dietro l’angolo della Storia, e forse lui stesso ne sentiva il crepitante avvicinarsi. Il ’76 per Wajda fu anche l’anno di una rivincita simbolica, l’ammissione da parte della censura di un film bocciato solo alla sceneggiatura dieci anni prima, quel film era L’uomo di marmo (Człowiek z marmuru).

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(Del) Cosmo o dramma sull’assurdità della vita

Cosmo

Witold Gombrowicz non ha bisogno di presentazioni, da queste parti; abbiamo scritto diverse cose su di lui e in merito a lui. Quello che farò oggi lo investe in pieno ma, come dire, più trasversalmente perché parleremo sì di Cosmo, ma della versione cinematografica.
Con una produzione franco-portoghese del 2015, il regista Andrzej Żuławski ha deciso di portare sullo schermo l’ultima grande impresa di uno degli autori polacchi più discussi del XX secolo. Żuławski non è certo un pivellino o qualcuno che non sappia fare il suo lavoro e con la messa sullo schermo di questo strano e complicato testo possiamo ben affermare che ha raggiunto sicuramente una vetta molto importante anche se non mancherò di muovere critiche nei suoi confronti. Ma un passo per volta.

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Natale con PoloniCult – 2016

Natale

Natale si avvicina wielkimi krokami. È ormai alle porte e anche quest’anno PoloniCult arriva ad aiutare chi ancora è in alto mare con i regali. Ovviamente lo facciamo a nostro modo, proponendovi – prevalentemente – una selezione di libri di autori polacchi o che sono, in qualche modo, legati alla nostra seconda patria culturale.

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Mission to Moscow – quando Stalin era di casa a Hollywood

Mission to Moscow

Uno dei film stalinisti più “fedeli alla linea” è stato prodotto non a Mosca o in qualche altra capitale del blocco sovietico, bensì a Hollywood. E non si tratta di un film di serie B, o prodotto in semiclandestinità da qualche cineasta marginale, ma di una produzione costosa e promossa con notevole dispiego di mezzi sul mercato statunitense. Stiamo parlando di Mission to Moscow, una pellicola del 1943 prodotta da uno dei maggiori studi americani, la Warner Bros, che tesse spudoratamente le lodi del regime di Stalin, giustificandone senza riserve le politiche di terrore e dipingendo allo stesso tempo l’Unione Sovietica degli anni trenta del secolo scorso quasi come un paradiso in terra

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Ucieczka z kina Wolność – libertà dalla pellicola.

Ucieczka z kina wolność

Sarà per la velocità di fruizione o per la potenza immaginifica che gli è propria, ma tra tutte le arti il cinema è quella che sembra più rapida nel cogliere e riportare il sentimento di un’epoca, specie quando essa segna un cambio di passo. Se questa affermazione non si può, per certi versi fortunatamente, trasformare in regola induttiva si può ben applicare a una commedia drammatica polacca del 1990 dal titolo Ucieczka z kina Wolność (Fuga dal cinema “Libertà”) diretta da Wojciech Marczewski e presentata a Cannes l’anno successivo nella sezione Un certain reguard.

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Żywot Mateusza – il volo affogato della libertà

Zywot Mateusza

Qualcuno si potrebbe chiedere cosa accomuni la Norvegia e la Polonia. Sicuramente molte più cose di quanto non potremmo a primo impatto pensare. Una cosa è abbastanza chiara, in entrambe le culture è presente una certa sensibilità e melancolia nel dipingere l’umano – non uguale, ovviamente, ma c’è. E un esempio ne è la coppia libro-film di oggi. Żywot Mateusza è il titolo di un film per la regia di Witold Leszczyński uscito nel 1968 che vuole essere la resa cinematografica di un romanzo uscito pochi anni prima – nel 1957 –  ad opera del maestro norvegese Tarjei Vesaas con il titolo Fuglane (in italiano “Uccelli” per i tipi di Iperborea).

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