Katowice, il carbone colorato della Slesia

Katowice - PoloniCult

“Non si giudica un libro dalla copertina!” – chissà quante volte vi sarà capitato di sentirlo o di dirlo a qualcuno. A dir la verità non sempre è una scelta sciocca, io tantissime volte mi sono lasciata convincere da disegni bizzarri… è a questo detto che ho pensato quando mi sono ritrovata a Katowice per la prima volta, tappa del tutto casuale dopo un viaggio in Scandinavia. E poi ci sono tornata un paio di settimane dopo  per trascorrerci tre giorni di zielona szkola – l’equivalente delle gite scolastiche di più giorni – e ne ho avuto la conferma: nonostante Katowice sia preceduta da una fama piuttosto triste e negativa, il suo “contenuto”, la sua “trama” sono davvero sorprendenti. Provare per credere!

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Ritratti: Samuel Eilenberg

Eilenberg

Eilenberg nacque da una famiglia di ebrei di Varsavia il 30 settembre 1913, quando la Polonia era ancora parte dell’Impero Russo. Ebbe la fortuna di studiare all’università della capitale nella prima metà degli anni ‘30, un periodo fecondissimo per la matematica polacca: in gara virtuosa con la scuola di Lwów, si riunivano nell’ateneo varsovino studiosi del calibro di Stefan Mazurkiewicz, Kazimierz Kuratowski, Wacław Sierpiński, Stanisław Saks e Karol Borsuk. Sotto la guida di quest’ultimo nel 1936 Eilenberg conseguì il dottorato di ricerca, con una tesi sulla topologia del piano.

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Lala – Cent’anni di solitudine lungo la Vistola

C’è un romanzo che in Polonia sembra abbia letto praticamente chiunque, uno di quei libri che a distanza di anni fa ancora parlare di sé, conosce continue ristampe e nuove edizioni, e non è raro notare la sua copertina impegnata a celare un volto concentrato di lettore (o lettrice) sulla metropolitana di Varsavia. Si tratta di Lala, l’opera più nota di Jacek Dehnel, uno degli autori più raffinati dell’odierno panorama letterario in Polonia, e che nel 2010 è arrivato in Italia nella traduzione di Raffaella Belletti per i tipi di Salani. Non sembra che Lala abbia conquistato i lettori nostrani, forse per via di un lancio infelice o a causa della sua essenza di libro capriccioso, ostile ai generi e ricco di rimandi e rintocchi al limite del caleidoscopico. Lala va affrontato con pazienza, coscienza e con un po’ di retroterra per non finire travolti dal fiume di parole, nomi, oggetti e rimandi che Dehnel cesella in punta di penna con una lingua straordinariamente elegante e che rischiano di apparire riferimenti senza senso o orpelli autoriferiti. Oggi su PoloniCult proviamo a ridare vita a Lala partendo proprio da questo.

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Agnus Dei: il mistero della fede

Agnus Dei Cover PoloniCult

Polonia, 1945. Il giovane medico Mathilde lavora per la Croce Rossa francese, curando i connazionali sopravvissuti ai campi di concentramento. La sua impegnativa routine lavorativa viene improvvisamente interrotta da una disperata richiesta d’aiuto: una giovane suora polacca si presenta alla sede della Croce Rossa, cercando di spiegarsi in qualche modo, non parlando francese. Mathilde la rimanda fuori senza darle troppa importanza, non rientra nei suoi doveri curare i polacchi. Eppure, la suora riesce nuovamente ad attirare la sua attenzione. Se ne sta lì, nella neve, immobile, inginocchiata in preghiera. Qualcosa scatta nell’animo della giovane francese, che sceglie di seguire la suora fino al convento, dove scopre il motivo dell’urgenza della sua richiesta. Una sconvolgente realtà attende il medico, la maggior parte delle religiose sono in stato di gravidanza e una di loro sta per partorire. Mathilde scopre così che il convento è stato preda di alcune violente incursioni da parte dei soldati sovietici che hanno violentato le sue abitanti.

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Miscellanea da Podgórze

Cracovia ha una planimetria che mi piace particolarmente: se partiamo da Stare Miasto, andando sempre dritti giungiamo a Kazimierz e una volta attraversato il ponte ci ritroviamo a Podgórze. È un itinerario essenziale che ci permette però di visitare le parti principali della città, il suo cuore pulsante. Cracovia si compone essenzialmente di queste tre parti che ho appena citato e io sono particolarmente legata ai due quartieri che si specchiano nel fiume – Kazimierz e, appunto, Podgórze. Sono come due gemelle che si assomigliano e si differenziano allo stesso tempo, ognuna con la propria specificità. Kazimierz è la più vecchia e più saggia delle due, ha un carattere forte, ti sa addomesticare e voler bene; Podgórze assomiglia piuttosto alla piccola capricciosa di famiglia nonostante le sue origini risalgono a tantissimo tempo fa.

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Miron Białoszewski – Memorie dell’Insurrezione di Varsavia

Bialoszewski Pamietnik

Pamiętnik z powstania warszawskiego (Memorie dell’Insurrezione di Varsavia) del poeta e autore varsaviano Miron Białoszewski è un’opera preziosa per molti motivi. Innanzitutto per la sua unicità. Il libro in questione, infatti, non è né un diario – come il titolo polacco potrebbe suggerire – né una cronaca cronologica e ragionata degli eventi verificatisi nell’estate del ’44 nella capitale polacca. Nè d’altra parte siamo alla prese con una narrazione ispirata ad esperienze personali vissute durante l’occupazione nazista di Varsavia ma romanzata come accade, ad esempio, in ‘Rondò’ di Kazimierz Brandys o ne ‘La bella signora Seidenman’ di Andrzej Szczypiorski.

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Claiming digital rights — Is Poland ready?

Digital rights PoloniCult

Humankind has always been using the outside world has an extension of its intelligence. Social structures on one hand, and artifacts (culture, language, machine) on the other, have always affected our ability to think, improving it more and more, although not always in a linear fashion (paradigm shifts, as Kuhn used to call them, do happen once in a while). “Unlike most animals, man does not adjust to his surroundings but rather transforms those surroundings according to his needs” (Stanisław Lem, Summa Technologiae): indeed, first and foremost, man transforms his surroundings in order to think. Which is exactly what Lev Vygotsky’s and Alexander Luria’s idea of a social brain already foreshadowed.

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Nella tana dei cattivi: AKS Zły e un altro calcio possibile

AKS Zły PoloniCult

È un soleggiato sabato di metà agosto e alla Don Pedro Arena di via Kawęczyńska c’è il pubblico delle grandi occasioni. A mezz’ora dall’inizio della partita valida per un turno preliminare di Coppa di Polonia, i duecento biglietti stampati per l’esordio stagionale della squadra di casa sono già terminati. Gli spalti del piccolo stadio sono gremiti di un pubblico di tutte le età. Ci troviamo a Varsavia, sulla sponda orientale della Vistola, nell’ex quartiere operaio di Praga. È in questo campo di periferia dalla tribuna orgogliosamente scoperta, incastonato fra casamenti popolari e una fabbrica abbandonata, che gioca l’AKS Zły.

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Irit Amiel – voci che continuano a raccontare

Irit Amiel PoloniCult

Irit è una dei tanti sopravvissuti che ha deciso di affidare alla parola scritta il suo dolore, quella che è stata la sua esperienza, quello che visto, sentito, provato. Ha lasciato che il dolore incessante a cui fa riferimento Adorno, trovasse espressione, perché non solo scrivere dopo Auschwitz è possibile, ma è necessario perché ogni cosa, d’altronde, inizia con le parole che posso a volte uccidere oppure resuscitare ( “Bo przecież wszystko zaczyna się od słów. Słowa mogą zabijać albo wskrzeszać”, Irit Amiel introduzione alla raccolta Spóżniona). La parola è la regina indiscussa della raccolta di cui scrivo oggi, non tanto perché si tratta di poesia, ma perché all’interno dei testi il raccontare si trasforma in un’instancabile urgenza di comunicare, di dare voce a chi l’ha persa. La Amiel diventa un medium tra chi è andato e chi è restato, lo sente – e noi lo percepiamo alla lettura – come un imperativo morale ed etico nonostante le difficoltà nel tramandare quello che è stato.

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Wszyscy jesteśmy dziwni – Reportage polacco a Coney Island

Wszyscy jesteśmy dziwni

Coney Island è la scheggia impazzita del pianeta America, l’isola eccentrica che si ribella alla narrazione dominante dell’american dream e che rivendica a sé il diritto a fallire, ad andare fuori rotta e a vivere in pace anche fuori dalla bulimia di successo e dal darwinismo sociale su cui buona parte della retorica a stelle e strisce si è fondata in poco più di due secoli di storia. Coney Island è un esperimento vivente, una sacca di resistenza eccentrica che non riguarda solo New York né i soli Stati Uniti, ma dalle sue storie di persone qualunque può raccontare qualcosa di più profondo e rivolto al mondo intero. Pane da reportage polacco, insomma, e non a caso Dowody na istnienie ha pubblicato da pochi mesi un bel libro dedicato proprio a Coney Island dalla giovane Katarzyna Sulej dal meraviglioso titolo di Wszyscy jesteśmy dziwni (Siamo tutti strani).

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