“Lugola”. Quel liquido dal sapore orribile!

Racconti polacchi delle conseguenze di Černobyl’

 

di Luca Palmarini

Come molti sanno la catastrofe della centrale atomica di Černobyl’1 ebbe luogo il 26 aprile del 1986. Il Cremlino, informato dell’accaduto dal locale KGB, decise di non diramare la notizia né ai suoi cittadini, né a quelli dei paesi limitrofi. In poche ore parte della nube radioattiva arrivò sulla Polonia. In alcuni ricordi, espressi per un giornale locale circa 30 anni più tardi, il prof. Zbigniew Jarowski, allora capo del Dipartimento di analisi radiologiche di Varsavia, racconta che la mattina del 28 aprile una sua collaboratrice entrò nell’ufficio principale in uno stato quasi di shock. Tra le mani teneva un rapporto radiologico sulla regione dei laghi masuri; a Mikołajki il tasso di radioattività nell’aria era aumentato di quasi 500mila volte! Il professore e i suoi assistenti pensavano che fosse scoppiata la terza guerra mondiale o che avesse avuto luogo un atto terroristico. Solo nel tardo pomeriggio, grazie alla BBC vennero a sapere che si era trattato di incidente avvenuto in una centrale nucleare sovietica. Che qualcosa fosse successo proprio in URSS il professore lo aveva già capito in precedenza, visto che il vento gonfio di radioattività soffiava proprio da est.

Lugola PoloniCult

Nella stessa tarda serata, alle tre di notte, venne convocata una riunione straordinaria del partito dove venne presa la decisione che ai bambini e ai ragazzi al di sotto dei 17 anni sarebbe stata somministrata una soluzione a base di ioduro, potassio e elementi di iodio, la quale era chiamata Płyn Lugola, un intruglio chimico il cui nome ancora oggi sembra far ripiombare in un incubo chi prova a ricordarselo.

A Cracovia raccolgo racconti e memorie di quello strano momento. Anna abita da sempre a Nowa Huta e quando avvenne la tragedia aveva quattro anni. “Noi ricevemmo la Lugola dalla zia greca Saharoula che lavorava nel laboratorio analitico dell’ospedale Żeromski. Ce la  portò direttamente a casa. Ce n’era una dose per tutti. Bisognava berla entro 48 ore dopo l’arrivo della nube tossica”. Il problema era capire quando la nube sarebbe arrivata o se era  già passata, visto che la disinformazione era totale. Comunque risulta chiaro che chi aveva amici e parenti in ospedale era avvantaggiato, visto che il prodotto non era facilmente reperibile nelle farmacie. Katarzyna, madre di Anna, pochi mesi dopo rimase nuovamente incinta e dovette berlo una seconda volta. Questa era la regola che valeva per le donne in dolce attesa.

Rafał adesso vive a Cracovia, ma allora abitava a Lublino, città a poco più di 100 km dall’Ucraina e quindi vicina al confine con l’allora Unione Sovietica. Mi racconta che lui allora aveva 15 anni. Venne a sapere dell’esplosione da suo padre che possedeva nel garage una bella radio di produzione tedesca, con cui ascoltava sempre Radio Europa Libera. L’ascolto di questa stazione era chiaramente vietato, ma il governo, ormai in inesorabile declino, lo tollerava se tale pratica avveniva in privato. Gli alti vertici non avevano diramato nessuna informazione. Il giorno dopo Rafał si recò a scuola dove faceva parte di un gruppo di danzatori di balli popolari, organizzati dalla scuola stessa in vista della parata del primo maggio di cui avrebbe fatto parte. Subito dopo i primi passi di danza arrivarono camionette della milizia. Rafał ricorda che i miliziani erano gentili con gli scolari: “Ci invitarono a salire sulle camionette, ci dicevano di stare tranquilli. Noi avevamo paura, ma loro parlavano di una normale esercitazione come ne avvenivano tante. Ci portarono all’ospedale del Ministero dell’Interno. Qui venimmo sistemati tutti in fila nel corridoio dell’ospedale. Poi entrammo a due a due in una stanza con le pareti rivestite di piastrelle bianche, dove una gentile signora bionda ci diede da bere un liquido dal sapore orribile. Ci disse che era per il nostro bene, e che il giorno dopo alla nostra famiglia avrebbero dato in premio del cioccolato, prelibatezza assai rara a quei tempi. Quella calma apparente che ancora regnava, era in realtà impregnata di uno strisciante panico”.

Andrzej oggi lavora come venditore di frutta e verdura in uno dei tanti mercati di Cracovia: “Luca, tu non ci crederai, ma per una settimana non andai a scuola. Io e i miei rimanemmo in casa con le finestre ermeticamente tappate per quasi dieci giorni. Papà e mamma avevano comprato in fretta e furia due sacchi di patate e altre cose; mangiammo quello che avevamo in casa e bevevamo acqua del rubinetto, accuratamente bollita. I miei genitori  in  quei dieci giorni uscirono una o due volte, ma per me era invece una vera e propria quarantena. A volte sentivo che mi mancava l’aria, ma avevo il terrore di aprire la finestra. Mi immaginavo che  una nube dalle sembianze di un mostro mi avrebbe staccato la testa con un morso. Viaggiavo con la fantasia, quando invece il mostro in questione era terribilmente reale, ma totalmente invisibile. Una sensazione di angoscia che per fortuna non ho mai più provato in tutta la mia vita”.

Un’esperienza specifica è quella vissuta dai militari. Tra quelli di stanza in Slesia ho avuto occasione di parlare con Maciej, all’epoca tenente e dottore: “La nostra caserma ricevette un numero infinito di casse che contenevano quello che all’epoca mi sembrava un elisir. Ero consapevole di quello che era successo, ma il governo diede l’ordine di distribuire il liquido soltanto dopo il primo maggio, perché la festa dei lavoratori e tutti i preparativi non andassero rovinati. Io avevo già allora due figli, il sottotentenente che lavorava con me ne  aveva tre, come potevano minimamente pensare di rispettare quell’assurdo ordine, sapendo della contaminazione? Iniziammo a distribuirlo andando contro gli ordini impartitici. Prima lo ricevettero i figli degli amici, poi ci recammo nelle cittadine vicine alla nostra caserma e lo distribuimmo ai ragazzi presenti. Non sapevamo se sarebbe bastato a tutti, ma ci speravamo”. Molti dei ragazzi che avevano disobbedito agli ordini erano militari di leva e rischiavano molto. Qualche tempo dopo si sarebbe saputo che più di dieci milioni di ragazzi polacchi avevano ricevuto la Lugola prima del primo maggio. Evidentemente molti altri non avevano rispettato la procedura. C’è anche chi mi racconta di molti politici e membri del partito che, non preoccupati del fatto se ce ne fosse abbastanza per tutti, lo avevano preso per sé e lo avevano ingurgitato avidamente. Alcuni se ne erano bevute anche due dosi. Lo sconforto imperava invece tra le generazioni di fine adolescenza, alle quali, per uno scarto di pochi mesi o anni, la pozione magica ufficialmente non spettava.

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Un amico del servizio militare di Maciej, anch’egli dottore, era stato armato di un rilevatore di radiazioni. La lancetta si spostava verso l’alto quando lui avvicinava lo strumento ai capelli o ai genitali. Nell’ambiente tracce di radioattività vennero rilevate un po’ dappertutto, anche in alcuni pozzi o boschi. Ancora oggi si narrano storie di contaminazione riguardanti i dintorni  di Opole. Per esempio si sconsiglia di raccogliere i funghi; infatti nelle giornate subito dopo Černobylla zona in questione fu soggetta a forti piogge che raccolsero la radioattività nell’aria, facendola poi penetrare nel terreno. Forse si tratta di leggende, ma molti  preferiscono non rischiare.

Marek di Katowice mi dice: “Io venni a sapere dell’esplosione dalla radio Voice of America. La radio e la televisione polacca durante i primi due o tre giorni non accennarono minimamente all’accaduto. Faceva bel tempo e il vento soffiava da est. Erano già passati due giorni dall’incidente e non avevo ancora ricevuto quella che io e i miei amici chiamavamo la pozione magica, mentre ricordo che tra di loro c’erano due figli di funzionari del partito della città slesiana ai quali invece la Lugola era già stata somministrata il giorno prima. Ma il comunismo non doveva eliminare tutte le differenze di classe?”.

Non tutti erano comunque così preoccupati. Pawel, fratello di Marek dice: “Nonostante i consigli di non frequentare la montagna, in quanto si diceva che proprio qui si trovava la maggiore concentrazione di radioattività, io ci andai lo stesso e insieme ai miei due amici passammo uno splendido fine settimana nei Sudeti, tra le Góry złote (le  Montagne d’Oro) dove non c’era praticamente un’anima. Spesso cantavamo la canzone che avevamo imparato i giorni prima a scuola: Dylu, Dylu na badylu/pierdyknęło w Czarnobylu./Cieszą się radzieckie dzieci/że im sztuczne słonko świeci./Pijcie dzieci płyn Lugola/to radziecka coca-cola“. (Tone tone sul bastone/ a Černobyl’ un bel bombone/ I bimbi sovietici son felici / di un finto sole sono amici/ Bevete bambini la soluzione Lugòla / è la sovietica  Coca Cola/ — la traduzione è un mio libero adattamento).

Paulina oggi abita a Czyżyny, quartiere di Cracovia, ma anche lei, come Rafał, viene da Lublino. Ricorda che quel misterioso liquido era di colore marrone scuro e aveva un gusto orribile. Lei aveva 12 anni e la mamma l’aveva portata al laboratorio per riceverne una dose. A scuola la classe l’avrebbe ricevuta soltanto più tardi. Sebastian invece dice di averlo bevuto il primo maggio in ambulatorio. Quel giorno non c’erano solo bambini, ma anche adulti e anziani. Tutti erano allegri e nessuno era completamente consapevole della situazione. Il paese era ancora disorganizzato, ma non rinunciò al corteo del primo maggio. Paulina ricorda che un ragazzo guidava il gruppo di alunni che portavano le insegne del circolo dell’amicizia polacco-sovietica. “Bell’amicizia, manco ci avevano avvisato del pericolo. Due mie amiche di scuola sono morte di leucemia tre anni dopo. Forse è un caso, non lo so, ma non riesco a dimenticarmi questo fatto. Io stessa, come molti altri bambini della mia generazione, ho dovuto fare una serie di iniezioni di quattro mesi per combattere l’aumento dei globuli bianchi”. In effetti la situazione sanitaria cambiò sensibilmente: per un numero di tumori che aumentò solo leggermente, dall’altra parte si riscontrarono problemi con la tiroide e con l’aumento dei globuli bianchi.

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Senza dubbio non si può dare torto al professor Jarowski quando egli afferma che nessun paese del blocco orientale reagì così prontamente come la Polonia. In effetti si  era trattata della prima azione di profilassi di massa avvenuta in questo paese. Nel giro di pochi giorni più di 18 milioni di polacchi avevano ricevuto la soluzione di iodio. I bambini sovietici l’avrebbero ricevuta solo un mese più tardi…

Jarowski è inoltre convinto che gli effetti della nube radioattiva sulla Polonia furono minimi e che le morti in Polonia legate agli effetti di questa tragedia si possono contare sulle dita di una mano. Da quello che mi hanno raccontato i testimoni sembra che Černobylsi sia formente radicata nella memoria collettiva dei polacchi. Sebbene di essa in Polonia non si parli volentieri, praticamente la risposta che si ottiene da ogni cittadino di questo Paese che ha vissuto quell’esperienza alla domanda quale sia il ricordo più diretto, risulta essere unanime: quel liquido dal sapore orribile, la Lugola. Da una signora in pensione che ha lavorato tutta la vita in una farmacia di Cracovia mi sento dire: “L’isteria non è scomparsa completamente, in parte è solo sopita. Pensi che quando ci fu lo tsunami e la tragedia di Fukushima io lavoravo ancora. Nei giorni seguenti vennero da me alcune decine di persone che volevano acquistare la Lugola. Mi dissero apertamente di volerla bere per proteggersi dalle radiazioni. Non davano ascolto alle mie spiegazioni in cui cercavo di dire loro che il Giappone è lontano e che con tutta probabilità la Lugola non serve a niente contro la radioattività“. I più grandi esperti polacchi di oggi sono tutti concordi che la Lugola, a parte la tiroide, non serviva a molto per combattere le radiazioni che in Polonia erano comunque molto basse. Chi lo sa, forse il famoso liquido dal terribile sapore ha contribuito con la sua distribuzione a non far diffondere ulteriormente il panico in un paese messo allora a dura prova da un nemico invisibile e terribile.

Testo di Luca Palmarini ©

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