1958 Estación Gombrowicz

1958 Estación Gombrowicz dell’argentino Lucas Daniel Cosci è un omaggio e un approfondimento del rapporto tra lo scrittore polacco e la sua terra d’adozione.

di Mario Carbone

La pubblicazione in Argentina della novella “1958 estación Gombrowicz” di Lucas Daniel Cosci rappresenta una ghiotta occasione per riflettere su Gombrowicz uno degli autori più controversi del panorama letterario polacco e sulla sua relazione con il paese che lo ospitò per quasi un lustro, autore controverso sia per la scrittura irriverente che per le vicende personali romanzate e trasfigurate da lui stesso nelle sue varie opere e poi descritte in forma esplicita nel diario intimo pubblicato postumo dalla moglie Rita.

Gombrowicz e l’Argentina ovvero può un uomo vivere la maggior parte della propria vita in un paese straniero e continuare rimanendo un forestiero?

Può uno scrittore immergersi in una cultura diversa e restare l’espressione della propria terra? Può una terra essere calpestata da piedi estranei per anni senza che orme indelebili ne traccino profondi solchi?

Gombrowicz è stato un fantasma che ha attraversato l’Argentina senza lasciarne tracce visibili, qui ha vissuto dal ’39 al ’63 scappando dalla seconda guerra mondiale. Nel suo libro “Trans-atlantico” descrive il viaggio in Argentina come un caso fortuito, ma studi recenti sembrano dimostrare che fu una fuga programmata. Un fantasma polacco che pur immerso nella latinità che lo circondava continuò a scrivere nella sua lingua, si pensi che pur avendo composto la maggior parte delle sue opere in Argentina non tutto ad oggi è stato ancora tradotto in spagnolo.

L’Argentina è un Paese accogliente da tempi remoti e generalmente gli immigrati appartenenti all’elite letteraria si conformavano con la lingua locale scrivendo le proprie opere in spagnolo, ma non lui, non Gombrowicz il genio.

Polacco tra polacchi emigrati e come lui approdati su quella sponda dell’Atlantico, dedicò la sua vita a scrivere novelle per lo più in forma di diari in cui era impossibile distinguere il vero dal puro invento come d’altronde fece la sua nemesi, quel Borges il cui incontro è comicamente descritto nel Trans-atlantico gombrowiczano tanto che oggi l’aggettivo «borgesiano» definisce una concezione della vita come menzogna spacciata per veritiera.

Nella stessa maniera “1958, estación Gombrowicz” è un falso diario che ci racconta di un uomo alla ricerca di un padre morto prematuramente, che si suppone amico di Gombrowicz e che cela un oscuro segreto gelosamente nascosto dalla famiglia.

1958 Estación Gombrowicz PoloniCultLa storia è ambientata a Santiago del Estero, città del nord argentino in cui Gombrowicz si rifugiò nel ’58 per trovare riparo dalle gelide temperature invernali di Buenos Aires. In questa storia compaiono personaggi realmente esistiti e certamente conosciuti dal “polacco” come lo scrittore Canal ed il guerrigliero marxista Santucho altri sono pure invenzioni letterarie ed allora in che consiste l’importanza di questo libro, cosa ci può raccontare di così interessante da giustificare il tempo che voi lettori passerete leggendo questo articolo? La risposta a questa domanda alberga in alcuni spunti contenuti nell’opera che rendono il “polacco” un uomo più accessibile, meno fantasma e più reale, ci parlano con la voce schietta della gente del nord argentino che si barcamena tra lingua spagnola e quechua e che si riferisce a Gombrowicz con l’epiteto “puto” (forma dispregiativa per dire omosessuale) raccontandoci l’uomo, il genio letterario, che dopo aver soddisfatto la sue insaziabili voglie con i marinai di Retiro a Buenos Aires cercava nella pelle scura e negli occhi neri del padre del protagonista del libro un’altra esperienza erotica che non lascerà tracce se non appena accennate in una frase sottintesa nei suoi diari. Che “il polacco” fosse bisessuale è cosa nota soprattutto dopo la pubblicazione postuma dei diari intimi ma le sue ossessioni di raffinato erotomane si evincono spesso nelle sue opere come per esempio “Pornografia”.

Ho intervistato l’autore del libro durante il mio ultimo viaggio in Argentina, in quel nord argentino così simile a quello descritto nel libro, ho assaporato il calore dei luoghi e la loro cultura così autenticamente autoctona che pervade ogni più recondito angolo di quelle terre e di questa storia. Ho chiesto a Lucas che cosa gli rimanesse dopo due anni di ricerche e di un anno di scrittura e la risposta è stata che restava la descrizione di un personaggio interessante sotto diversi punti di vista, io aggiungo che rimane anche una storia accattivante, a volte pungente, sul tema delle differenze culturali che se pur profonde talvolta trovano la strada per incrociarsi, rimane un fantasma che riesce, seppur con sotterfugi, a farsi notare e donare qualcosa di se che bisogna solo saper cogliere.

E di Gombrowicz cosa rimane in Argentina? Forse solo un mucchio di carte scritte con ghirigori strani, parole ancora più strane in una lingua ostica che sembra fatta apposta per celare i suoi segreti e poi tante storie di persone che dicono di averlo conosciuto, si proprio lui, “il polacco”, come se avesse potuto conoscere mezza Argentina ma lui così schivo, così scontroso non poteva, non voleva, conoscere tutta quella gente ed allora rimane il mito, le storie che si confondono con le leggende.

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