Zimna Wojna – la guerra fredda dei sentimenti

Zimna wojna 3 PoloniCult
Zimna wojna, il nuovo film di Paweł Pawlikowski, racconta un uomo e una donna nella Storia e oltre la Storia.

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di Francesco Cabras

Alla fine degli anni ’40, le autorità politiche di Varsavia appoggiarono convintamente la costituzione del gruppo di danze e canti popolari “Mazowsze”, onde ‘appropriarsi’ del patrimonio folklorico del Paese, trasformandolo in un mezzo di propaganda del Partito che si proponeva custode della tradizione nazionale. A farne parte entrarono giovani contadini da tutta la Polonia che, come vediamo nelle prime scene del film, vivevano insieme in campagna, in una villa nobiliare. Lì ragazzi e ragazze provavano le danze e i canti che avrebbero poi portato in tournée in giro per il Paese e all’estero.

Da qui, da questo canovaccio ‘storico’, ha scelto di ripartire Paweł Pawlikowski– autore anche della sceneggiatura insieme al compianto Janusz Głowacki e a Piotr Borkowski – dopo il pluripremiato Ida, per regalarci un film che al momento ha già portato a casa una Palma d’oro per la migliore regia a Cannes. I legami con Ida sono almeno tre: anzitutto il bianco e nero, con la stessa sfolgorante luminosità che gli avevamo conosciuto nel film sulla novizia in cerca di se stessa, un bianco e nero scelto giocoforza, come il regista dichiara in un’intervista rilasciata a Katarzyna Janowska, “è un po’ imbarazzante aver fatto di nuovo un film in bianco e nero, avrei voluto evitarlo, ma purtroppo non ho trovato il modo per farlo a colori”; eppure, prosegue Pawlikowski, il bianco e nero è così drammatico, pieno di contrasti e forte, che alla fine del film si ha l’impressione di guardare un film a colori.

L’incrocio: grande metafora d’un film in cui le vite dei protagonisti Zula (Joanna Kulig) e Wiktor (Tomasz Kot) s’incontrano e si lasciano di continuo, luogo di strade che s’incrociano in un punto per poi lasciarsi andare in biforcazioni che si perdono all’orizzonte. Ebbene, l’incrocio che viene ripreso nelle scene finali del film, è lo stesso che osserviamo in alcune scene di Ida.

La Storia: terzo motivo di continuità con Ida, forse il più profondo e cogente. Avevo già parlato, recensendo Ida, del ruolo fondamentalmente di sfondo giocato dalla grande Storia nel film con Agata Trzebuchowska e Agata Kulesza e anche qui ci troviamo di fronte a una situazione simile. Zimna Wojna [lett. Guerra Fredda] non è affatto un film sulla guerra fredda: la ‘guerra fredda’ in questione è quella tra i due innamorati, che si prendono e si lasciano, ma spesso si feriscono vicendevolmente; le vicissitudini a cui i due (lei giovane corista e lui direttore artistico) vanno incontro (la trama in sé è davvero esilissima) non sono peraltro imputabili alla violenza della Storia, se non in minima parte; semmai, i maggiori responsabili di ciò che accade nelle loro vite sono proprio Zula e Wiktor stessi. È emblematica in questo senso la scena in cui i due decidono, giunti per una tappa del tour a Berlino Est, di fuggire oltre cortina: solo Wiktor troverà davvero il coraggio di fuggire, dopo aver aspettato Zula invano all’appuntamento che si erano dati; la ragazza non è stata arrestata, trattenuta per un qualsiasi motivo da funzionari del partito…semplicemente non se l’è sentita di scappare con Wiktor. Pawlikowski insomma, qui come già in Ida, è interessato a indagare le pieghe dell’animo umano, non a offrirci un film storico. Partendo da una trama essenziale (come tutto il film del resto, su questo torneremo), davvero riassumibile con “due persone s’innamorano follemente l’una dell’altra, non possono più vivere l’uno senza l’altra e allo stesso tempo, appena sono insieme, non riescono a convivere”, Pawlikowski ci mostra come queste due persone cambino (o non riescano a cambiare, adattandosi) quando sono messe di fronte a diverse situazioni. Stupisce ad esempio come Wiktor, prima così sicuro di sé rispetto a Zula ora, oltrecortina e nello specifico a Parigi, faccia quasi la parte del disadattato: egli, da emigrato, non riesce a integrarsi fino in fondo in un ambiente estraneo e tanto diverso dalla Polonia che conosceva; sembra che l’uomo, così preoccupato di essere accettato da quell’ambiente altoborghese che gira intorno all’industria discografica, non riesca più a essere sé stesso, a comportarsi con naturalezza. Questa naturalezza invece non manca affatto a Zula, spontaneamente scurrile e a volte finanche rozza nei suoi modi di fare, in barba a tutte le etichette di quella società in cui Wiktor l’ha introdotta; sarà questa spontaneità a permetterle di muoversi in questo ambiente se non a proprio agio, sicuramente molto meglio di quanto non riesca al proprio compagno.

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Per ammissione dello stesso Pawlikowski, il film è ispirato alla storia dei suoi genitori, figure che si nascondono dietro ai personaggi di Zula e Wiktor (si chiamavano non a caso allo stesso modo): anche suo padre, medico, e sua madre, anglista, non fecero altro che prendersi e lasciarsi per tutta la vita, emigrando in Austria, Germania, Inghilterra ed era questo l’unico modo, a detta del regista, per fare un film che parlasse di loro: riscrivere la loro storia come racconto della vita di due personaggi fittizi, nella quale (forse) potesse mettere anche se stesso, perché proprio come Wiktor è disposto a essere trattato malamente dal proprio Paese (finisce in carcere dopo essere tornato in Polonia) pur di stare accanto a Zula, Pawlikowski, dopo anni passati in Inghilterra, è tornato in patria a girare Ida, film accolto da critiche di ‘antipolonità’.

Il film può vantare una splendida colonna sonora firmata da Marcin Masecki, con musiche oscillanti tra il repertorio folkloristico polacco e il jazz. La musica, nelle mani di Pawlikowski, diventa elemento portante della narrazione, strumento che serve a raggiungere quell’essenzialità di cui si parlava a proposito della trama e che è davvero un tratto stilistico saliente del regista: con un procedimento che oserei dire bergmaniano, egli toglie dal film tutto ciò che può togliere, al fine di lasciare lo spettatore davanti all’essenziale. Mancano spessissimo i dialoghi in questo film: i personaggi si scambiano poche, rapide battute, che molte volte colpiscono per la loro violenza psicologica, lasciando lo spettatore a chiedersi come avrebbe reagito o come reagirebbe se il proprio o la propria partner gli scaricasse addosso simili violentissimi colpi; mancano a volte i nessi narrativi, tolti dal regista, che sceglie di non spiegare nulla, lasciando che lo spettatore ricostruisca i prodromi della situazione a partire da un gesto, una parola, un’espressione degli attori. Ecco allora che in un simile contesto la musica diviene elemento significante: essa sottolinea spesso il ripetersi di determinate situazioni, come ad esempio la canzone Dwa serduszka, cztere oczy che torna (con arrangiamenti diversi) lungo l’intero film.

In conclusione vorrei fare mia una chiave di lettura affascinante proposta da Karolina Pasternak: se è vero che Zula, con i suoi capelli biondi, i suoi occhi azzurri, il suo costume tradizionale, i suoi fazzoletti in testa è l’immagine della Polonia, il rapporto – distruttivo e tossico – che con Zula costruisce Wiktor è anche metafora di un rapporto estremamente difficile eppure segnato dall’amore che il regista (ma anche molti polacchi insieme a lui) intrattiene con la Polonia.

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