Stefan Zgliczyński, Gli antisemiti siamo noi

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In Polonia l’antisemitismo è sopravvissuto all’annientamento degli ebrei polacchi nella Shoah, ed è oggi sotto la superficie della vita civile e culturale della nazione.

di Roberto Reale

Polska jest krajem antysemickim. La Polonia è un Paese antisemita. Secco, senza lasciar spazio a compromessi, senza cercare di ammorbidire i termini, è l’enunciato che apre il saggio di Stefan Zgliczyński Antysemityzm po polsku (Antisemitismo in polacco, Książka i Prasa, 2007). Il resto del libro è dedicato alla dimostrazione di questo asserto.

Quanto dolosamente un incipit del genere possa incidere sulla sensibilizzata coscienza nazionale, tutta raccolta nell’elaborazione di una vulgata “di stato” volta ad escludere per quanto possibile ogni responsabilità polacca nella Shoah e che si dichiara offesa dal semplice accostamento delle parole lager e polacco, lo si immaginerà facilmente. Tanto più che il saggio di Zgliczyński non è una ricerca storica, ma un reportage: si parla innanzitutto dell’antisemitismo che avvelena la realtà quotidiana, qui e ora, non di quello storico che portò all’emigrazione o alla antisemitismo polaccodistruzione dei tre milioni e duecentocinquantamila ebrei polacchi nei campi di sterminio. E se l’antisemitismo storico, per quanto più efferato negli esiti, è molto più facile da abbandonare alla rimozione, attribuendone intera la responsabilità ai nazisti (a patto di scordare le atrocità commesse con la collaborazione di volontari polacchi, come il pogrom di Jedwabne, del 10 luglio 1941, o interamente per mano polacca, come il pogrom di Kielce, del 4 luglio 1946, a guerra finita), molto più difficile è far finta che non esistano le parole, gli atteggiamenti, i programmi politici che appartengono alla trama del presente e che ci parlano oggi di un odio vivo, pervasivo, sotterraneo ma implicitamente ammesso ad onta della vulgata; di un odio che attraversa tutta la storia della nazione, concretandosi in modi di pensiero, in tradizioni, in coscienza, facendosi fondamento dell’identità nazionale, approdando alla realtà di tutti i giorni.

[Polska] jest również krajem katolickim. La Polonia è anche un paese cattolico: è la seconda frase del saggio. La giustapposizione dei due termini implica un J’accuse…! devastante. Perché, scrive Zgliczyński, pure se ovviamente non tutti i polacchi sono antisemiti, tuttavia antysemityzm, podobnie jak katolicyzm, zrośnięty jest od wieków z naszą tradycją: l’antisemitismo, proprio come il cattolicesimo, è fuso da secoli con la “nostra” tradizione. È insomma qualcosa di strutturale, qualcosa che definisce la Polonia e la coscienza polacca perfino, paradossalmente, al di là della consistenza numerica degli ebrei polacchi, i quali arrivano oggi a stento alla millesima parte di quanti fossero nel 1939 (da oltre tre milioni a circa tremila), e dunque al di là del “rischio” che la loro presenza poteva forse incarnare agli occhi di un popolo tanto ossessionato dall’omogeneità della propria facies com’è quello polacco; nonostante le prese di posizione di alcuni membri dell’intelligencija, della politica o del clero, nonostante quei polacchi che Israele riconosce Giusti tra le nazioni, nonostante la manciata di sopravvissuti alla Shoah (wbrew zapewnieniom najwybitniejszych reprezentantów elit intelektualnych naszego kraju, stanowisku hierarchii kościelnej, Sprawiedliwych ratujących Żydów z Zagłady, czy nawet niektórych z garstki ocalonych).

– Nie żydź pan! Doważ więcej. «Non mi faccia l’ebreo, ne metta un altro po’», intima all’erbivendolo il cliente. – Żyd to śmieć! «Gli ebrei sono feccia», è la risposta. – Ano, ano, «Giusto», commenta una donna presente. Stralcio di una conversazione che si ripete giorno per giorno, mercato per mercato; espressione di un odio antico che si appropria degli spazi linguistici della quotidianità, e che appare tanto più subdola in quanto molto probabilmente coloro che vi danno voce crederanno di far uso innocente di frasi prêt-à-porter. Zgliczyński ricorda di aver sentito adoperare come insulto la parola Żyd, ebreo, fin dall’infanzia: la strada e la casa come vettori (prevedibili) di una mala educación, dunque, che come troppo spesso avviene trascende dal fare di una minoranza il bersaglio delle ingiurie all’eleggere quella stessa minoranza a metafora, a tertium comparationis, del turpiloquio. Perpetuando la condanna oltre il ricordo di ogni possibile interazione diretta con i membri della minoranza, oltre la distruzione di essa.

E la scuola? Naturalmente sui manuali di storia non si nega la Shoah, ma a raccontarla come qualcosa di remoto e distante, come un evento qualsiasi frutto delle circostanze, la si svuota di quella densità di fatto tragicamente congelato nell’incomprensibile (Améry). Si preferisce rifugiarsi in un punto di vista anodino che aiuta di certo a evitare le domande scomode; come aiuta a rileggere “opportunamente” la storia la pressoché totale esclusione dalle vicende polacche e dalla costruzione dell’identità nazionale dell’apporto di un popolo dalla tradizione antichissima, originale e ricca oltre ogni misura com’erano gli ebrei di Polonia, il 10% in termini demografici alla soglia della Shoah e un tesoro di contributi altissimi in tutti i campi della cultura, oltreché il vero tessuto connettivo che univa il paese al resto dell’Europa centro-orientale. Cancellare tutto questo dai libri di scuola sarà sicuramente utile ai fini ideologici, ma è un fenomen na skalę światową, uno scandalo dalle proporzioni mondiali come scrive Zgliczyński; ed è anche, oltre ogni dubbio, antisemitismo. Nie jestem antysemitą, ale… «Non sono antisemita, ma…»

E  al fondo ci sono le responsabilità dell’autorità costituita, ossia del clero e della politica. Le connivenze o l’omertà della chiesa cattolica durante la Shoah rappresentano soltanto il culmine di una strategia di identificazione di un nemico comune, obiettivo tanto più facilmente raggiungibile nella misura in cui l’ebreo è il deicida, è il perfidus Judaeus dell’uso liturgico tridentino. Nel 1936 il principe Adam Stefan Sapieha, arcivescovo di Cracovia, condanna il comunismo affermando che esso è riconducibile all’ideologia giudaica, assimilata a sua volta al libero pensiero condannato un secolo prima da papa Gregorio XVI nell’enciclica Mirari Vos.

Da un siffatto meccanismo di samoidentyfikacja negatywna, sorta di proiezione-rovesciamento del Sé, furono immuni pochi, se non nessuno, tra gli stati europei; e si giunse all’inquietante paradosso di generare antisemitismo tra gli stessi ebrei (si ricorderà il caso emblematico di Otto Weininger; cfr. anche lo scritto di Cesare Musatti su Ebraismo e psicoanalisi). Del resto, e qui Zgliczyński cita un aforisma dello storico e filosofo francese Ernest Renan, morto a Parigi nel 1892, una nazione non è che una società accomunata da un’opinione (generalmente errata) a proposito della propria origine e da un’antipatia verso l’altro. Occorre dunque per autocostruirsi come nazione individuare l’altro. Meglio ancora, se questo altro è già tra noi: gli si potrà addebitare ogni disfunzione e ogni colpa, ogni manifestazione del Todestrieb, del freudiano principio di morte, che sgorga dalla struttura profonda della nostra organizzazione in quanto società e in quanto nazione. E in questo senso è vera l’affermazione di Orwell, secondo cui l’antisemitismo è parte del più ampio problema del nazionalismo.

Molte altre sono le prospettive che Zgliczyński propone ai lettori, come i rapporti tra la Polonia e Israele, o le reazioni al libro del sociologo americano di origini polacche Jan T. Gross Fear: Anti-Semitism in Poland after Auschwitz, al quale va il merito di aver riaperto per primo, in termini rigorosi, la questione delle responsabilità polacche nelle violenze contro gli ebrei durante e dopo la Shoah; o ancora la ricostruzione dei fatti di Jedwabne, cui si accennava sopra.

Una discussione approfondita di questi (ed altri) aspetti rischierebbe di trascendere i limiti di un semplice invito alla lettura del libro: che ha dalla sua, oltre alla potenza deflagrante e salutare della sua pars destruens, il rigore dell’approccio, di cui fa fede il continuo ricorso alle fonti e una bibliografia di tutto rispetto.

Stefan Zgliczyński, classe 1967, è il direttore dell’edizione polacca di Le Monde diplomatique, oltreché il cofondatore, insieme a Wojciech Orliński; del semestrale di politica e di critica Lewą Nogą. Ha pubblicato, oltre ad Antysemityzm po polsku, Hańba iracka (La vergogna dell’Iraq, Książka i Prasa, 2009) e Jak Polacy Niemcom Żydów mordować pomagali (Come i polacchi aiutarono i tedeschi ad ammazzare gli ebrei, Czarna Owca, 2013). Non è un autore noto in Italia, né risultano traduzioni italiane dei suoi libri; ed è un peccato perché quella di Zgliczyński è una voce non allineata, e, quel che più conta, i temi che ne caratterizzano la ricerca travalicano ampiamente l’ambito nazionale, ponendosi al centro di questioni cruciali nella storia dell’identità europea: il rapporto con l’altro (l’ebreo è l’altro più problematico, perché non viene da fuori ma è dentro l’Europa da tempi che tracimano il ricordo); l’atteggiamento verso la storia e i suoi redde rationem; la libertà di espressione anche e soprattutto contro le prese di posizioni ufficiali, di comodo o di compromesso; la quotidianità come coltura dell’odio.

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