Wszyscy jesteśmy dziwni – Reportage polacco a Coney Island

Wszyscy jesteśmy dziwni
Dowody na istnienie porta in libreria un nuovo e originale reportage, stavolta dedicata alla faccia buffa dell’America.

di Salvatore Greco

Coney Island è la scheggia impazzita del pianeta America, l’isola eccentrica che si ribella alla narrazione dominante dell’american dream e che rivendica a sé il diritto a fallire, ad andare fuori rotta e a vivere in pace anche fuori dalla bulimia di successo e dal darwinismo sociale su cui buona parte della retorica a stelle e strisce si è fondata in poco più di due secoli di storia. Coney Island è un esperimento vivente, una sacca di resistenza eccentrica che non riguarda solo New York né i soli Stati Uniti, ma dalle sue storie di persone qualunque può raccontare qualcosa di più profondo e rivolto al mondo intero. Pane da reportage polacco, insomma, e non a caso Dowody na istnienie ha pubblicato da pochi mesi un bel libro dedicato proprio a Coney Island dalla giovane Katarzyna Sulej dal meraviglioso titolo di Wszyscy jesteśmy dziwni (Siamo tutti strani).

Wszyscy jesteśmy dziwni è il frutto di un viaggio durato poco più di sei mesi che l’autrice, giornalista dell’inserto di costume di Gazeta Wyborcza, ha fatto assieme al marito e fotografo tra la gente e le costruzioni di Coney Island, quartiere perlopiù famoso per le spiagge e i luna park ma che con il passare dei decenni si è costruito una fama tutta sua, distinta dalle sorti di New York, a cui amministrativamente appartiene, e dell’America intera. La sua posizione di estrema propaggine di Brooklyn e il destino di luogo destinato a ospitare divertimenti per le masse hanno segnato il carattere di Coney Island e della sua gente dando alla zona il carattere perennemente giostraio che chi l’ha visitata le riconosce. La Sulej affronta questo aspetto di Coney raccontando -con leggerezza- la storia della sua fondazione, delle sue prime montagne russe e dei vari Luna Park e di come il quartiere sia diventato in breve tempo il serbatoio degli svaghi della New York borghese, il luogo quasi freudiano su cui riversare tutto il proprio rimosso quotidiano. Ed ecco che Coney diventa eccesso, stravaganza, patria di fenomeni da baraccone e lunatici in cerca di fortuna. Diventa anche la patria dell’hot dog e del vivere sotto standard, dove tutti quelli che non ce la fanno riescono improvvisamente a trovare un posto. I dimenticati dell’America, quelli che hanno perso alla lotteria della vita e che nella visione protestante in fondo se lo sono un po’ meritato, trovano in Coney un luogo per loro. Wszyscy jesteśmy dziwni arriva a raccontare proprio loro, gli strani, i perdenti, quelli alienati da un mondo che predica successo e non ha pietà per chi non lo raggiunge o non vuole proprio raggiungerlo e si fanno avanti le voci di personaggi arrivati a Coney con le abilità più strane e inutili all’economia di mercato, come un uomo in grado di calcolare a mente e con precisione assoluta il giorno della settimana di una qualsiasi data. La Sulej raccoglie pazientemente qeuste storie le racconta mettendosi da parte e ascoltando. È una forma di reportage che non sempre riesce, ma che l’autrice è in grado di governare anche grazie a un atteggiamento mai sopra le righe e ai personaggi a cui affida la sua narrazione.

Gli ultimi, per scelta o per destino cancellati dalla faccia dell’America fiera di sé, sono l’umanità che Coney Island restituisce al mondo e che tiene a sé anche in tempi difficili come gli attuali dove anche l’isola (penisola, per la verità) è vittima della speculazione edilizia e dei piani di bonifica in nome del decoro fino a trovare il suo apice nell’elezione a presidente degli Stati Uniti di quel Donald Trump tra le altre cose proprietario degli alberghi di lusso che si affacciano su Coney forieri di disprezzo verso la sua alterità e povertà. A proposito di Trump e di Coney nell’America di Trump, Wszyscy jesteśmy dziwni ha il suo cuore pulsante in una lettera riportata dalla Sulej per intero, una lettera aperta rivolta a Trump da una donna messicana vittima di malformazioni, lesbica, liberal e membro attivo del circo di Coney Island. Con grande freddezza la donna racconta della sua malattia, delle malformazioni genetiche che la rendono brutta oltre che inabile ai vari mestieri, di come tutto quello che lei rappresenta sia nel midollo quanto di più Trump odia e quanto di meno lui vorrebbe per i suoi USA e poi parla di Coney Island, del circo perenne che vive nel quartiere e di come quella dimensione l’abbia salvata e resa libera e orgogliosa contro ogni previsione. Lei è la donna Patchwork, cinque giorni a settimana una microbiologa, a volte un’attrazione volontaria del circo di Coney Island.

Coney Island è il rifugio degli svitati, degli eccentrici, di un modo di vivere che ha sviluppato anticorpi talmente forti all’America dall’esserne al contempo parte fondante e germe distruttore. Wszyscy jesteśmy dziwni, nel raccontare Coney Island, approfondisce la diversità altrove negata e qui portata con fierezza e si chiede se -dentro e fuori Coney- sia possibile un modo diverso di stare al mondo e quanto questa resistenza possa durare.

La scrittura della Sulej ha il pregio di non lasciarsi andare alla retorica liberale né a facili ironie, ma anzi di accompagnare con garbo il lettore tra le strade e i volti di un posto non del tutto noto e di permettere a tutti di riflettere e di sentirsi, almeno una volta e per un po’, liberi di essere strani.

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