Viaggio nei Mazury: tra laghi e conservatori. Parte II

Mazury

Reportage di un’estate nella regione dei laghi Mazury, paradiso naturale e bacino elettorale della destra rurale.

di Salvatore Greco
 

Nella prima parte di questo racconto avevo già introdotto quello che sarebbe successo nella seconda parte della mia esperienza tra i laghi Mazury, praticamente monopolizzata da eventi arrivati improvvisamente e inaspettatamente nella provincia polacca dal medio Oriente. Ma mentre queste cose si profilavano alle mie spalle, io continuavo a tessere la mia rete di piccole scoperte di vita nei Mazury.

Qualche tempo prima degli eventi armeni -chiamiamoli così- ebbi modo di conoscere il signor Tomasz, un caro amico di padre Henryk nonché padre della ragazza che era stato il mio contatto per arrivare fin lì. Uomo colto e al contempo semplice, Tomasz aveva vissuto in Israele, parlava un po’ di ebraico, ed era molto preparato sulla politica italiana sebbene a modo suo. “Io capisco che Berlusconi vi abbia fatto un po’ vergognare, foto con le corna, bunga bunga… però meglio lui dei comunisti, no?”. Le mie chiacchierate di politica con Tomasz sarebbero state lunghe nelle settimane successive, sempre di fronte al solito bicchiere di orrendo vino cileno, ma non mi riuscì mai di scollarlo da questa cosa. Era dura per lui immaginare un mondo dove i comunisti non fossero i cattivi.
Una volta che la vita su a Klebark languiva più del solito mi propose di fare un giro per le zone circostanti, ovviamente accettai e andammo per villaggi da quelle parti. Prima di pranzo andammo a trovare un suo conoscente che aveva appena acquistato una casetta per la villeggiatura, era lì per lavorare e a parte gli stivaloni e qualche pera dal frutteto aveva solo acciughe e “grappa”, che decise di offrirci. “Ah, un ospite italiano! Devi proprio assaggiare la mia grappa fatta in casa”. Diceva esattamente grappa, in italiano, allora fui lì lì per complimentarmi, produrre la grappa è un procedimento di distillazione piuttosto difficile a quanto ne so. Tutto questo fin quando non arrivò con questa bottiglia di Mazury 2 PoloniCultliquido trasparente e disse: “Dunque, grappa non è il nome italiano del bimber?” mentre versava generose dosi dentro i bicchieri (alle undici e mezzo del mattino). Per chi non lo sapesse, ‘bimber’ è la parola con cui in Polonia si definisce una serie di distillati poveri accomunati dal fatto che vengono prodotti in maniera artigianale, illegale, pericolosa e -in alcuni casi- decisamente nociva. Quello che fui costretto a bere alle undici di mattina e ingollando aringhe sott’olio per fortuna non era nocivo, ma il suo sapore a metà tra la benzina agricola e l’insalata stantìa lo ricorderò per sempre. D’altro canto non potevo rifiutarmi, se una cosa accomuna davvero la provincia italiana e quella polacca è il sacro vincolo dell’ospitalità, soprattutto quando si tratta di bere un rifiuto rischia di offendere un contadino polacco a morte. Durante quella giornata, Tomasz mi raccontò delle sue origini lontanamente nobiliari, del suo lavoro come dirigente in un’azienda agricola specializzata in animali bizzarri e mi fece la sua (personale?) cronistoria delle proprietà agricole di quelle parti “durante gli anni Ottanta erano tutte incolte, adesso con il mercato libero qualcuno ha potuto comprarle e farci qualcosa di buono”.

Il giorno dopo era ferragosto e quella mattina stessa scoprii di alcune trame di cui non mi era stato, naturalmente, detto nulla. Sapevo che Henryk aveva contatti con il Caucaso da membro dell’ordine dei Cavalieri di Malta oltre che di un’associazione che riunisce e tutela i polacchi sparsi per il mondo, ma poco altro. Quella mattina a colazione Henryk comunicò a Grzegorz -il segretario fac totum- che sarebbe dovuto andare a Varsavia a prendere un vescovo siriano e due bambini rifugiati per riunirli alla madre. Così. Mentre spalmava il burro sul pane.
Seguì un po’ di (vivace) spiegazione, naturalmente. L’arcivescovo di Erevan gli aveva spiegato che erano arrivati nella capitale armena due ragazzini sfollati dalla Siria, il padre era rimasto ucciso dai bombardamenti e la madre era in Germania dove si trovava per lavoro prima della chiusura dell’aeroporto di Damasco e impossibilitata a tornare in Siria. “Insomma, Grześ, si tratta di andare a prendere questi due ragazzini a Varsavia, vengono con questo vescovo siriano che deve andare in Italia per una conferenza, fa scalo in Polonia e li accompagna. Nel frattempo la madre arriva da Stoccarda, le ho trovato un biglietto del treno, per il momento la riuniamo ai figli e poi si vede”.

Mi offrii di accompagnare Grzegorz, dopotutto se l’arcivescovo di Erevan parlava italiano poteva benissimo farloMazury 3 PoloniCult anche questo vescovo siriano. Partimmo per Varsavia, tre ore d’auto un’altra volta, l’arrivo dell’aereo di monsignor Antranig e dei bambini era previsto per le 14, il treno da Berlino della madre per le 17 e qualcosa. All’aeroporto aspettammo un po’ prima di vederli uscire dagli arrivi, Grzegorz ne approfittò per dimostrare tutto il suo disagio per la capitale mentre bevevamo un caffè in un bar ridicolmente cromato del terminal. Quando arrivarono i nostri ospiti la faccia severa di monsignor Antranig non fu un biglietto da visita dei più calorosi, ma parlava un italiano strabiliante e questo fu d’aiuto. I ragazzini, scossi, parlavano ovviamente solo arabo. Lasciati loro a riposarsi e Grzegorz a sorvegliarli in una pensione di sacerdoti, io andai con il vescovo in stazione ad accogliere la madre e riportarla dai suoi figli. Non entrerò nei dettagli intimi di quella scena per rispetto della sua forza emotiva, ma sono sincero nel dire che è stata una delle cose più belle a cui io abbia mai contribuito.

Nei giorni successivi ebbi modo di fare lunghe conversazioni con monsignor Antranig, scoprii che era di origini armene, che aveva studiato a Roma e per questo parlava un italiano impeccabile e che sarebbe andato in Italia per partecipare al meeting di CL e parlare delle persecuzioni di cristiani da parte dei ribelli in Siria. Non era esattamente un sostenitore di Assad, ma gli riconosceva se non altro la capacità di tenere assieme il paese e rispettarne le minoranze. Per i ribelli (“ma che ribelli, mercenari!” ripeteva sempre in maniera piuttosto animata) provava un odio sincero.

I giorni proseguirono più o meno tranquilli tra conversazioni con monsignor Antranig sulla Siria, l’Armenia, la politica internazionale “gli americani hanno creato solo problemi, dalla Serbia alla Georgia e ora finanziando i terroristi in Siria” e tentativi di intrattenere i ragazzini siriani in attesa che si trovasse per loro e la madre una soluzione dignitosa. Nel frattempo, per fortuna, era piombata a Klebark la famiglia dell’ingegner Sayegh, un uomo buffissimo oltre che un sosia quasi perfetto Einstein, armeno trapiantato in Siria nei tardi anni ’90 con la moglie, lì aveva cresciuto i suoi figli prima di decidersi a scappare dalla guerra l’anno prima, aiutato dal fatto di conoscere il polacco per aver conseguito il dottorato a Cracovia nella sua gioventù e con una buona parola del solito, incredibile, Henryk. I Sayegh erano venuti a Klebark per passare un paio di settimane in vacanza e i due figli dell’ingegnere parlavano un ottimo arabo visto che erano cresciuti in Siria, fu facile fare amicizia con i nostri piccoli “sfollati”. MazuryFurono giorni piuttosto allegri anche se convulsi, con i quattro ragazzini a godersi i laghi, dibattiti incredibilmente vivaci sull’Armenia tra persone (sia il vescovo che l’ingegnere) che non ci vivevano più da decenni, tentativi di ricomporre alcune questioni e la triste situazione della signora Sayegh, che dopo nove mesi in Polonia non aveva ancora imparato la lingua in maniera apprezzabile e manifestava segni di nevrosi piuttosto comprensibili per una persona sfuggita alla guerra, ma comunque non meno problematici. Se non altro i suoi figli erano ben integrati. Nei giorni che passarono anche loro con me tra i Mazury ebbi l’opportunità di confrontare livelli di integrazione diversa o di totale estraneità, colpito da una certa ricettività della comunità locale nei confronti della storia e dei bisogni dei “siriani di Klebark” e scoprii che quella strana croce scolpita nella pietra dietro la chiesa era proprio una croce armena. Le coincidenze.
Alla fine dopo qualche giorno non privo di preoccupazioni  si riuscì a trovare un contatto per un lavoro e tutti i permessi per la madre e ora vivono tutti a Stoccarda, i Sayegh invece tornarono a Wrocław dove suppongo abitino ancora oggi.

Il resto della mia permanenza a Klebark fu ormai povero di molti stimoli, rinunciai quasi del tutto a tentare di fermare padre Henryk a un tavolo per spiegargli qualcosa e decisi di godermi qualche giorno a Wrocław da amici, durante i quali il poco accorto padre Roman -il viceparroco tifoso del Real Madrid e latinista- si fece arrestare per guida in stato di ebbrezza. A parte questi elementi di grottesco, continuò il carosello di personaggi dalla provincia a cui mi ero abituato: un inquietante capo scout tanto biondo e sorridente da sembrare un ufficiale delle SS in incognito; la donna che ogni sabato veniva a stirare in canonica e ogni sabato mi mostrava le foto del suo viaggio a Venezia, evidentemente come sua unica evasione da quel mondo di campagna; la proprietaria di un grazioso bed&breakfast casalingo in un villaggio vicino da cui una volta Henryk volle che ci presentassimo in maniera molesta perché c’era ospite da lei una coppia di dipendenti dell’ONU; il figlio del fratello di padre Henryk, un ragazzo convinto che Mussolini fosse comunista “come Stalin, no?” e ossessionato dalle automobili “sono felice che sia finito il comunismo, se fossi nato nella generazione dei miei genitori non avrei mai potuto sognare di comprare una Lamborghini” “ma ora comunque non puoi comprarla, Stasik, cosa cambia?” “Beh, posso vederle per strada. Ora posso invidiare chi ce l’ha”.

Mazury 4 PoloniCult

Mi riesce difficile comunque concludere questo piccolo diario di viaggio, consapevole di aver lasciato fuori molti e molti dettagli e certo di non aver inquadrato davvero bene la regione dei Mazury e il mondo umano che la abita. Quello che sapevo prima di partire è rimasto in qualche modo confermato, è una regione poco urbanizzata e fuori dalla grande ondata di progresso economico che la Polonia ha conosciuto negli ultimi anni. C’è povertà diffusa, mezzi ben al di sotto di quelli con cui si vive -per esempio- a Varsavia, e una diffidenza nei confronti della modernità che è anche giustificata dal momento che da queste parti non ha portato effetti che altrove si vedono. E certo, il conservatorismo politico è forte, la diffidenza verso il governo liberale è quasi pari a quella per la sinistra post-comunista che alla gente di quelle parti sembra -nella migliore delle ipotesi- patetica. Si tratta di una provincia a cui la Polonia moderna ed europea fatica a parlare, non può convincerla del tutto di un progresso che arriva sì, ma a macchia di leopardo e pieno di contraddizioni sulle quali la destra fa leva invocando un vago senso religioso declinato verso la reazione. Tuttavia la religiosità profonda alla quale gli abitanti della regione dei Mazury sono molto legati conosce un senso di sincerità delle origini che cozza con il resto. Fatta eccezione per il poliziotto omofobo conosciuto nei primi giorni, l’impressione è che la religiosità profonda di queste parti non sia una difesa burbera di fronte alla secolarizzazione e al cambiamento come accade in altre situazioni, ma permei un modo di vivere che mantiene una sua genuinità ai margini di un mondo moderno particolarmente aggressivo. Di sicuro, per quanto fondamentalmente sia stato il peggiore allievo immaginabile, padre Henryk mi ha lasciato molto, ha dimostrato di saper mettere a disposizione del prossimo qualunque cosa, personalmente grazie a lui (e a volte nonostante lui) ho scoperto un pezzo di mondo che altrimenti mi sarebbe rimasto ignoto, una parte di Polonia lontana dal consueto e dove nonostante tutto mi sentirò sempre a casa.

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