Viaggio ad Est – destinazione Leopoli

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Resoconto da una città invisibile che emana luce e positività: al di là del confine, ovvero Lviv

di Mara Giacalone

La Galizia per noi polonisti è un po’ una terra mistica, un luogo non più esistente nelle mappe ma ben presente nell’immagine collettiva, nei cuori delle persone e ovviamente nella Storia. È quel luogo in cui può accadere di tutto, solcato da sofferenze e guerra. Uno spazio non più rintracciabile se non nei racconti o nei libri, nelle pagine perdute di grandi storie… ecco perché ho voluto andare a Lviv, per vedere con i miei occhi, per toccare con entrambe le mani e per ascoltare le voci.

 

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Da Cracovia è un gioco da ragazzi arrivare a Leopoli, basta prendere il treno fino a Przemyśl e da qui un secondo treno che, attraversando il confine, vi porta in Ucraina. La soluzione più ottimale è quella di concedersi un paio di ore in questa cittadina di confine che forse non ha nulla che possa catturare l’attenzione tanto quanto altri luoghi ma è la giusta pausa preparativa a quello che vi aspetta al di là del confine, in quelle terre che sono ancora e purtroppo incredibili vittime di stereotipi. Przemyśl è quel posto in cui si inizia a notare che ci si sta spostando verso est. Una cittadina con un fascino nascosto leggibile e decifrabile solo se lo si vuole davvero, solo se si guarda senza metri di giudizio, di paragone – chiamando in causa Saint-Exupéry, la definirei una cittadina a cui ci si può avvicinare solo se si guarda con il cuore. Una terra che è in grado di dare frutti alle mani che sanno (r)accoglierli. A Przemyśl non ci sono grandi cose da vedere, da fare. Però potete perdervi un po’ tra le viette e fare attenzione alla sua architettura che vi ricorderà altri luoghi ma che si presenta un po’ più cupa e grigia: c’è uno strano fascino decadente che aleggia in quelle che un tempo erano città galiziane che è difficile da spiegare e anche da apprezzare ma che è incredibilmente unico, poetico e dannatamente nostalgico. Se attraversate il ponte, avrete una bellissima immagine di convivenza religiosa: una chiesa ortodossa, una sinagoga e una chiesa  cattolica praticamente una accanto all’altra, un sogno ad occhi aperti, un miracolo che vorremmo vedere tutti i giorni. Èd è proprio nel vedere quella chiesa ortodossa che ho compreso che il mio viaggio al di là stava davvero per iniziare, lasciandomi la Polonia e l’Europa a cui sono abituata alle spalle. Con il passaporto alla mano (finalmente un timbro!), per la prima volta da quando viaggio da sola ho sentito davvero di valicare un confine – geografico, politico, culturale, linguistico.

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La prima cosa di cui fate esperienza quando arrivate a Leopoli in treno è, giustamente, la stazione ferroviaria. Io sono una gran fan delle stazioni ma quella in cui mi sono ritrovata catapultata una gelida serata di metà febbraio, è un luogo incredibile che indossa ancora il passato come se fosse un vestito nuovo che non smette mai di andare di moda, che calza a pennello. I viaggiatori non possono che meravigliarsi e rallegrarsi di fare un primo e così gradito incontro. La stazione di Lviv, più di altre, svolge il suo compito di varco che apre su un mondo tutto da scoprire – un non-luogo in cui si incontrano e scontrano stili, etnie, religioni, culture, lingue. Il primo luogo in cui incontri il cirillico e inizi a far esperienza di un alfabeto che non è il tuo. È una sensazione strana quella di andare in giro e non essere in grado di decifrare immediatamente le scritte intorno a te, richiede tempo e concentrazione – specie se si ha studiato l’alfabeto solo un paio di giorni prima proprio in previsione del viaggio. È una sensazione strana da descrivere, però non direi di spaesamento anche se un po’ confusi lo si può essere. È come se a livello visivo si creasse una bolla che interferisce e che non ci permette di vedere: gli occhi guardano ma non arriva il segnale, o almeno non sempre. E a dirla tutta, a dir la verità, questa cosa aiuta tantissimo a non distrarsi, a concentrarsi su altre cose, sulle emozioni che trasmette la città, sui suoi dettagli, ci spinge a cercare risposte altrove e non nelle indicazioni scritte – nella gente, nelle case, sui muri… altrove. È un nuovo modo di leggere, un modo che purtroppo abbiamo perso abituati come siamo all’immediatezza. A Lviv ho ritrovato il tempo. Ho fatto esperienza di un tempo altro – quello più meditativo, che prende le distanze dalla freneticità e che si adagia – volteggiando come la neve che mi ha accompagnata – tra di noi e il mondo, dandoci la possibilità di assaporare particolari, di guardare altro, di vedere altro.

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È dei dettagli che ci si deve innamorare. Sono quelli che rendono un posto o una persona speciali.

A Lviv mi sono innamorata dei telefoni pubblici blu corniciati di legno. Dei chioschetti usciti da un film gotico con la scritta kaBa. Delle obliteratrici non automatiche.  A Lviv mi sono concentrata sulla città e sulle sensazioni che mi trasmetteva. Per una volta nessuna fretta di vedere questo, quello e pure quell’altro: solo naso all’insù e lasciarsi trasportare dal flusso dei pensieri, dalla gente attorno a me, da un colore intravisto, dal vento freddo. Una sorpresa a ogni passo, a ogni stradina presa per caso, a ogni murales colorato che mi faceva sorridere. A chi mi ha chiesto come fosse andato il viaggio, le impressioni avute, ho ripetuto sempre la stessa cosa, che mi ha colpito l’atmosfera positiva che mi circondava.

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Mi viene qui da citare il buon vecchio Calvino, quando ne Le città invisibili fa dire a Marco Polo: “D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. Sono partita chiedendomi se Leopoli fosse ancora quel gioiello di città che alcuni dei miei autori preferiti hanno tanto elogiato. Sono partita chiedendomi se in Ucraina fosse come in Polonia (non vogliatemene!). Sono partita con curiosità e voglia di scoprire. Ho trovato conferme, risposte, smentite e domande. Sono tornata con la voglia di vedere di più. Di darle non una ma altre cento possibilità di parlarmi perché voglio ascoltare le storie che ha da raccontarmi. Leopoli è una città difficile da descrivere usando aggettivi, sarebbe più facile disegnarla o illustrare con parole la vita pulsante delle sue strade. Le signore che sui marciapiedi vendono le uova o altre cose. Le obliteratrici sui cui sono stati disegnati a pennarello volti di donna. Vorrei mostrarvi come le persone acquistano i biglietti quando l’autobus è pieno, formando una catena umana che arriva fino al conducente, facendo passare i soldi e poi il biglietto comprato –  una cosa che non riesco ad immaginare in Italia. Vorrei riuscire a spiegare come Leopoli sembri essere una portale magico tra due dimensioni. Come giustamente mi ha detto una persona, si percepisce Lviv come un luogo in cui ovest e est si incontrano e si fondono. È una città sospesa che funziona a modo suo, con le sue regole, i suoi tempi. Sembra essere uscita dalla penna – o dalla matita – di Schulz.

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A proposito dell’autore de Le botteghe color cannella, Drohobycz è stata meta del mio vagabondare ucraino. Non si trova lontano da Lviv e la si può raggiungere tranquillamente con i mezzi pubblici. Un’avventura tutta da raccontare.

Domenica mattina, la sveglia particolarmente presto, il cielo scurissimo, la neve che vortica sospinta da un vento gelido: il preludio di una gita fuori porta indimenticabile. Alla stazione prendo un pulmino che a guardarlo non ci daresti un euro, che se starnutisci qualcosa si potrebbe rompere – ma vi svelo un segreto, non potete dire di essere stati ad est se non fate almeno una tratta su una vettura del genere. Impossibile riposare, impossibile leggere. Una volta a destinazione, chilometri mi separano dal centro; di bus per arrivarci o di indicazioni nemmeno l’ombra. Gambe in spalla. Vorrei sapere cosa pensava la gente che vedeva due ragazzi, una domenica mattina di febbraio ed evidentemente “occidentali”, arrancare sul lunghissimo viale che ci ha condotti al Rynek. Non credo che nemmeno d’estate sia piena di turisti, ma sicuramente si saranno straniti tantissimo e non li biasimo. Mi sentivo una giovane esploratrice nella foresta amazzonica o in qualche altro luogo esotico con l’unica differenza delle temperature – artiche. Poi ci sono arrivata a quella piazza. Ho percorso quelle vie che – nella planimetria fantastica – conosco a memoria. La mia repubblica dei sogni. Anche se è giusto ammettere che l’epoca geniale ha abbandonato quel luogo da un po’ e quello che rimane è un’amara stagione morta. A Schulz hanno dedicato una targa, sul marciapiede, in modo che tutti la calpestino. Praticamente invisibile se non la si cerca. Se non ci si trova lì apposta. Da una parte mi spiace, dall’altra sorrido malinconicamente e penso che si addice a lui, alla sua figura schiva, a lui che camminava su questa terra con passo silenzioso per non disturbare. Eppure, eppure… mi risuona nella testa una citazione in merito ai racconti schulziani tratta dal libro che mi ha accompagnata in questo viaggio, Un uomo che forse si chiamava Schulz (Oscar Mondadori, 2012) di Ugo Riccarelli e che dice così: “un giorno quelle storie avrebbero potuto avere una vita loro, entrare nelle case, girare i paesi e forse il mondo, raccontare la vita di una Drohobycz che non sarebbe mai più mutata”. Purtroppo la realtà dei fatti è diversa, ma per i lettori che tanto hanno sognato su quelle pagine esiste una e una sola Drohobycz, quella fantastica e mitica.

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Lviv è stata una sorpresa. Un regalo inaspettato. Ho cercato di fare mie più cose possibili, di perderne il minor numero ma ovviamente ho lasciato tanto dietro di me. Una delle cose più belle è stata l’arrampicata con la neve e il cielo terso alla collina dove si trovano i resti del castello e poi osservare la città dall’alto. L’ho abbracciata con tutte le mie forze.

Leopoli ha una bellezza che va saputa scoprire, va fatta affiorare partendo dalle piccole cose, da quelle che sembrano insignificanti. Guardando quei tetti ho visto secoli di storia scorrere sotto di me sentendomi piccola. Leopoli non avrà una torre Eiffel, un Colosseo o un British Museum e forse proprio per questo è ancora più bella, perché non ha bisogno di cose sensazionali. Leopoli è una città matura, forte del suo passato davanti al quale non si è piegata, una città che va avanti sempre sorridendo. Leopoli è quella signora anziana che ho fotografato di ritorno da Drohobycz e che porta su di sé quella bellezza che si trova nelle rughe dei nonni, nelle loro mani secche. Una bellezza che sa di dolce consapevolezza che la primavera è sempre dietro l’angolo.

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Quando le radici degli alberi vogliono parlare, quando sotto il tappeto erboso si accumulano molti e molti passati, vecchi racconti, antichissime storie, quando sotto la radice si ammucchia troppo brusio soffocato, troppo tessuto inarticolato, e quell’oscuro affanno che è prima di ogni parola, allora la corteccia degli alberi annerisce e si fa tutta rugosa, spaccandosi in grosse scaglie, in solchi profondi […] E vediamo… Non è completamente buio, qua, come si potrebbe supporre. Al contrario, l’interno palpita tutto di luce.

(Primavera – B. Schulz)

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