Uomini renna – Mariusz Wilk sulle tracce dei Sami

Wilk

Uomini Renna è la prima opera tradotta in italiano dello scrittore e viaggiatore breslaviano diviso tra la Russia e Procida.

di Salvatore Greco

Sulle pagine di PoloniCult il reportage ha da sempre un ruolo dominante. Lo ha perché quello che si raccoglie attorno alla definizione di literatura faktu è un mondo amatissimo dai lettori polacchi, fatto di sfumature scrittorie che raccolgono spunti tipici della letteratura di viaggio, del giornalismo d’inchiesta oltre a molti altri stimoli accomunati dalla definizione di non-fiction.

Ultimamente il termometro del genere, fatto di misurazioni rigorose come le vendite e la critica ma anche di misurazioni più alla buona fatte osservando quello che la gente legge sul tram, pare promuovere un tipo di reportage più puramente giornalistico, in cui l’autore quasi si vergogna di apparire o forse è semplicemente chiamato a nascondersi dietro le quinte della storia che racconta. Tuttavia, senza scomodare necessariamente Ryszard Kapuściński, il grande fascino di questa corrente letteraria passa anche da autori che hanno deciso di essere voce e portavoce delle proprie storie, di raccontarle dall’interno guadagnando in intensità narrativa e fascino della testimonianza quello che potrebbero aver perso in rigorosità.

Tra gli autori che non rinuncerebbero mai a fare parte delle storie che raccontano c’è certamente Mariusz Wilk, di recente sbarcato in Italia grazie al suo Uomini renna edito dai tipi de La Parlesia nella traduzione di Barbara Delfino e Giulia Randone. Uomini renna è la versione italiana del libro pubblicato in patria da WIlk nel 2007 come Tropami rena, seconda parte dei suoi Diari del nord (Dziennik Północny), raccolta degli anni passati dall’autore nel profondo nord dell’ex-URSS tra l’arcipelago delle isole Soloveckie e il lago Onega.

In quest’area ostile alla vita umana, a 160 chilometri dal circolo polare artico e 1200 da Mosca, Wilk ha fatto parte per anni di una comunità che, secondo gli ultimi censimenti disponibili, conta poco più di ottocento abitanti. Cosa abbia portato Mariusz Wilk, che oggi risiede sull’isola di Procida, a vivere per anni in un luogo del genere non è una domanda alla quale è facile rispondere in poche righe e che forse trova una risposta ad avvenuta lettura del suo Uomini renna. Quella del viaggiatore in direzione ostinata e contraria del resto è una caratteristica che accompagna quest’uomo da molti anni. Nato in Slesia nel 1955, ha iniziato subito dopo la fine degli studi una militanza in prima linea nelle forze di opposizione alle autorità della Polonia socialista, in particolare come giornalista e redattore in varie testate più o meno ufficialmente legate a Solidarność. Proprio in quanto direttore di un bollettino ufficiale del sindacato, viene arrestato nel 1982 in virtù della legge marziale e ancora una volta finisce dietro le sbarre nel 1986 dopo la pubblicazione a Parigi di un libro dedicato al periodo di clandestinità di Solidarność. Una volta tornato in libertà, ha criticato ferocemente la scelta della Tavola Rotonda, ovvero il tavolo di conciliazione tra le autorità socialiste e gli oppositori, ritenendola un assurdo compromesso tra vittime e carnefici.

Dagli anni Novanta ha lasciato la Polonia per fare il corrispondente estero e ritrovarsi infine alle Soloveckie dove è rimasto fino al 2015 quando ha dovuto lasciare la Carelia e la Federazione russa dopo il mancato rinnovo del visto. E ha trovato a Procida un approdo a sud dell’Europa insieme simile e speculare della sua avventura al nord.

Uomini renna è una parte del racconto di quell’avventura, probabilmente la più affascinante, quella dell’incontro tra lo scrittore e il popolo Sami. I Sami, comunemente e non del tutto correttamente assimilati sotto il nome comune di Lapponi, sono un popolo semi-nomade di origini ugro-finniche spalmato sui territori statali di Svezia, Norvegia, Finlandia e per l’appunto Russia. L’identità collettiva dei Sami nei secoli è rimasta talmente forte da aver impedito un’assimilazione di massa dei costumi delle sue genti a quelli dei Paesi entro i cui confini vivono oggi tanto che persino per i meno esperti di etnografia è facile evocare immagini tipiche della cultura lappone separate da quella svedese, norvegese o finlandese che sia. Forgiati dall’abitudine a vivere in condizioni climatiche quasi insostenibili, i Sami delle Solovki in particolare hanno sviluppato un rapporto sacrale e sciamanico con gli animali tipici della zona, le renne. Un rapporto quasi simbiotico che il titolo italiano di Uomini renna sintetizza con grande purezza. I Sami allevano le renne, le rispettano e le trattano da pari, altresì ne mangiano la carne e ne usano le pelli per vestirsi. Non è facile nella cultura occidentale spiegare in che modo il profondo rispetto per un animale, tale da renderlo sacro, possa poi sublimarsi nell’uccisione dell’animale stesso. Anche a questo tema la risposta non può essere destinata a una breve descrizione su queste pagine, ma va rimandata alla lettura del libro e all’esperienza di chi come Wilk l’ha vissuta e raccontata.

Gli stralci di diario che costituiscono Uomini renna sono nutriti di una lingua sincera, a volte un po’ arruffata, fieramente orfana di qualsivoglia ricercatezza, e sono la cifra stilistica precisa di Mariusz Wilk oltre che la dimostrazione di quanto detto all’inizio di questo articolo sull’approccio vitale al reportage. L’autore non ha paura di nominare persone ignote al lettore, o di saltare di palo in frasca ricordando episodi o letture che appartengono solo alla sua esperienza e memoria. Con un po’ di sana strafottenza e consapevolezza di sé, Wilk chiede a chi stringe tra le mani il suo libro di fidarsi e seguirlo, perché per fare esperienza dei Sami delle Solovki forse non c’è un altro modo che il suo. O se c’è, di sicuro a lui non interessa raccontarlo.

E così dalle pagine di Uomini renna si esce come alla fine di un viaggio organizzato alla buona, carichi di immagini vivide anche se non sempre chiare, di frasi marchiate a fuoco nella mente, di odori e sapori intensi, non necessariamente belli. Perché Wilk non conosce filtri e del reportage in guanti bianchi non sa che farsene. Così allo stesso modo in cui descrive i paesaggi splendidi delle isole non ha paura di lasciare altrettante tracce sensoriali fatte di freddo, puzza, carne rancida e sangue. Tracce vere degli uomini renna, della loro vita al limite che vale la pena osservare, vivere e raccontare per vedere un po’ meglio anche noi stessi.

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