Tsima, il fascino indiscreto del post-rock.

Tsima PoloniCult

La scena post-rock polacca è ancora alla ricerca di una sua gemma, gli esordienti Tsima si candidano a quel ruolo.

di Salvatore Greco.
 

Il post-rock non è una cosa con cui si può scherzare, un genere di per sè vastissimo e pieno delle più ampie deformazioni e sotto-branche ma accomunato da un’attenzione meticolosa alla qualità e a un suono molto studiato. In Polonia la mia personale ricerca di band post-rock ha sempre deluso le aspettative, ora però sono venuti fuori gli alfieri di qualcosa di interessante, ancora imperfetti sotto alcuni aspetti, ma promettenti per il futuro. Il loro finora unico disco si chiama Shatter e loro sono gli Tsima.

I frequentatori abituali della scena post-rock riconosceranno già in queste prime note proposte qualche peccatuccio d’ingenuità tipica di un gruppo ancora agli esordi o comunque ai primi approcci con il genere. Approcciandosi agli Tsima non si può sperare di trovare la potenza travolgente dei GodSpeedYou!BlackEmperor nei loro fasti né la capacità introspettiva e latentemente punk degli Slint né tantomeno ancora le progressioni disperate dei Gregor Samsa, ma c’è un po’ di tutto questo in un progetto in nuce che non vede l’ora di spiccare il volo. Perdonate le loro imperfezioni e impariamo a conoscerli assieme.

Come racconta la loro pagina facebook, quello degli Tsima era un progetto nato come un duo dalla cittadina di Bolesławiec in Slesia, bacino musicale già noto ai più assidui frequentatori di PoloniCult per aver dato i natali anche a un gruppo storico come i Myslovitz. Attivi dal 2012 ai due fondatori della band (Kuba e Łukasz, rispettivamente chitarrista e bassista, i cognomi non sono noti) si sono uniti un batterista e un altro chitarrista che ora compongono la line-up della band. All’attivo degli Tsima ci sono un paio di ep e soprattutto un album vero e proprio uscito nel dicembre del 2014, Shatter.

L’album si apre con Philae, un brano dall’intro molto aggressiva e più affine al metal che alla compostezza del post-rock per come lo conoscono gli appassionati anche se poi tutto prepara il terreno a una progressione più tradizionale seppure un po’ appesantita da inserti strumentali un po’ carichi e ancora una volta figli dell’esperienza metal da cui più o meno dichiaratamente traggono le fila i nostri Tsima. Già con Fracture sembra esserci più confidenza verso il prog cadenzato tipico del genere, il ritmo fila e il crescendo funziona dando all’ascolto un brano più riuscito con delle dilatazioni notevoli ben accompagnate da un basso presente e dalle percussioni che forse sono l’elemento più maturo di tutti. Buon pezzo nel solco classico anche Split che deve molto ai cambi di ritmo dell’hardcore mutuati dagli eterni Slint e forse pecca solo nelle chitarre a tratti troppo generose per un pezzo dalle ambizioni a tratti dichiaratamente lo-fi.

Si prosegue con il brano più lungo di tutto l’album, 8 minuti e 45 secondi che sono comunque pochi all’orecchio dei più assidui frequentatori delle eterne melodie post-rock, quel Maria che per certi versi è il più riuscito di tutto il disco con momenti latenti e improvvise accellerazioni che si beffano del prog e aggrediscono con una potenza notevole e ancora una volta ben comandata da una batteria eccellente stavolta aiutata pure da buoni inserti di chitarra solista sullo sfondo. Atteggiamento simile ma risultato non all’altezza quello di Infarkt dove i tempi impeccabili delle percussioni sorreggono bene l’impalcatura, ma le chitarre sono ancora una volta sovrabbondanti e senza un’apparente soluzione di continuità.

Chiude il disco un brano che sembra già diventato il preferito dei fan (ancora pochi ma molto attenti) degli Tsima, “Last train to Lusatia”, sette minuti e mezzo di progressioni a singhiozzo che procedono con singolare potenza dopo un’introduzione docile. La batteria è per l’ennesima volta l’asse portante, ma le chitarre non sfigurano e la base sonora di distorsioni creata permette alla progressione di distendersi alla giusta velocità permettendo agli inserti solisti di avere il giusto peso specifico. Il risultato è un pezzo oggettivamente travolgente e pieno di energia che corre come il treno che gli dà il titolo, che la direzione sia la Lusazia poco importa per adesso, ma la maturità di una band così ben indirizzata sembra un obiettivo da rincorrere con merito e la strada che faranno gli Tsima per arrivarci la seguiremo volentieri, annegando nel fascino indiscreto del post-rock.

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