Tre storie da Cuba polacca

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Kuba. Syndrom wyspy di Krzysztof Jacek Hinz è un reportage in tre parti che racconta le vicende dell’autore a Cuba durante venticinque anni di storia intensa.

di Salvatore Greco

Un polacco che scrive di Cuba, idealmente, è un gioco di sguardi e parole che merita attenzione a prescindere. Memori della grande lezione di Kapuściński nel raccontare il terzo mondo, e in particolare quel terzo mondo capriccioso e incerto nella sua strada verso il socialismo, pensare a un esponente del reportage polacco direttamente dall’isola canaglia di Fidel e del Che porta subito il lettore a immaginare una storia di confronto, lettura attenta e sguardo aperto. Kuba. Syndrom wyspy (Cuba, la sindrome da isola) di Krzysztof Jacek Hinz è un libro interessante, ma questo risultato lo raggiunge solo in parte. Cerchiamo di capire perché.

Uscito nel 2016 per la giovane casa editrice Dowody na istnienie, voluta da Mariusz Szczygieł come diretta emanazione dell’Istituto del reportage, Kuba. Syndrom wyspy è il racconto in tre tronconi della lunga esperienza cubana di Krzysztof Jacek Hinz transitato per l’isola prima da studente, poi da corrispondente stampa e infine come attaché diplomatico. Fatte salve le fisiologiche pause di assenza, il racconto di Hinz copre un periodo lungo ventiquattro anni, dal 1977 al 2001, anni per nulla banali per la storia mondiale, in particolare per quella dei Paesi del blocco socialista che videro profonde rivoluzioni e messe in discussione, ma non a Cuba. Il fil rouge di Hinz parte proprio da questo asserto, a volte fastidiosamente didascalico: Cuba avrebbe resistito all’inevitabile ondata che ha spazzato via il socialismo reale a causa del suo carattere isolano e quindi isolato, per la capacità maliarda e maligna di Fidel di tenere Cuba fuori dalla storia e dalla sua annunciata fine.

Cuba querida

La prima parte del libro, quella dedicata agli anni da studente in visita a Cuba, è probabilmente la più bella. Hinz racconta un’isola in preda alla frenesia rivoluzionaria, all’entusiasmo per i piani produttivi –specie quello dello zucchero- ed estasiata dagli interminabili monologhi di Fidel, è anche una Cuba impegnata sul fronte internazionale, con l’invio di truppe e volontari in Africa dove le rivoluzioni anticoloniali si tingono di una facciata di socialismo. E tutto questo, agli occhi increduli di Hinz, copre e giustifica l’indigenza, la povertà, la censura di un regime a volte dai tratti machisti e moralisti. È l’euforia della rivoluzione ancora calda a giustificare tanto cieco entusiasmo? O c’entra lo spirito fatalista dei caraibici? Fatto sta che sullo sfondo di un’economia in piedi grazie all’aiuto sovietico e di una società trascinata dalla figura messianica del suo lider maximo il giovane Hinz, studente di un Paese amico in visita, ha modo di osservare la Cuba semplice, quella che sulle strade de L’Havana aspetta impassibile autobus che non passeranno mai, quella che subisce una norma sulla decenza che vieta che si indossino le canottiere nei luoghi pubblici, quella che guarda alla vicina Florida odorosa di dollari e benessere con un misto di segreta ammirazione e disapprovazione socialista.

È un efficace misto di incontri di persone comuni -compagni di stanza, cuoche, elettricisti- e digressioni storiche quello che l’autore propone, ricordando proprio il miglior Kapuściński, ma che paradossalmente si affievolisce proprio quando Hinz torna a Cuba con lo stesso ruolo con cui Kapuściński aveva girato il mondo, e cioè corrispondente da Cuba della PAP.

Cuba complicada

Il secondo incontro tra Hinz e Cuba inizia nel 1991, un anno radicale in termini di rapporti mutati: la Polonia è tra i Paesi “traditori del socialismo” e se l’orgoglio di Cuba cerca di mascherare le difficoltà sorte dalla fine del cordone con l’Unione Sovietica, le ripercussioni della storia si sentono e sono forti. Cuba ha perso il principale importatore Cubadel suo prodotto principale, lo zucchero, e l’economia ha bisogno di nuovi stimoli, ma l’orgoglio dei cubani, quella loro sindrome isolana, non cede. Hinz racconta i giochi Pan-Americani ospitati tra mille difficoltà e forieri di medaglie, ma anche il proliferare del fenomeno delle jineteras, le ragazzine costrette a prostituirsi a caccia di valuta straniera, e la crescita dei movimenti di opposizione e dei tentativi di fuga verso gli Stati Uniti che nella situazione economica in crisi trovano il loro lievito. Hinz ha visto nel suo Paese la vittoria di Solidarność, ne è orgoglioso, ci vede la normalità a cui Cuba ancora non si allinea ma nella quale continua a credere: è solo questione di tempo. Nel frattempo i suoi incontri si fanno più di parte, prevale il racconto dello scetticismo, un po’ perché cresce e un po’ perché a Hinz interessa raccontare prevalentemente quello. Finché i tempi non si fanno più difficili per la stampa straniera, intimidazioni anche di carattere fisico e la scelta della PAP di chiudere i suoi uffici a L’Havana.

Cuba malinterpretada

La terza avventura cubana di Hinz è quella da attaché diplomatico, consigliere dell’ambasciatore polacco a Cuba, ma a questo punto –forse anche perché si parla di fatti ancora molto “caldi”- le vicende personali dell’autore prevalgono sul racconto dell’isola e del suo ostinato socialismo imperfetto. Come aveva già accennato introducendolo nei primi due capitoli, da consigliere d’ambasciata Hinz ha avuto non pochi problemi causati da una mostra dedicata a Solidarność e che l’Ambasciata avrebbe ospitato, naturalmente osteggiata dal regime. L’episodio, sicuramente importante, occulta però tutto, travolge la storia e anche il ritratto dell’incontro tra Hinz e Fidel è ridotto solo nell’ottica di questo evento. Le conseguenze reali sono quasi nulle, se non che l’autore racconta come alla fine coglierà senza troppi rimpianti la possibilità di un trasferimento in Brasile.

Kuba. Syndrom wyspy rappresenta un vulnus che avevamo già notato su queste pagine a proposito di Hugo-Bader e cioè che il reportage polacco dal dopo-89 abbia perso un po’ del suo smalto originario nel guardare al mondo esterno e più che osservare e accompagnare gli svolgimenti delle storie sembra stupirsi incaponito del perché non vadano come loro si aspettano. I cubani di Hinz, già dal titolo, sono dei malati, affetti da una sindrome che non li rende capaci di capire, vittime e colpevoli di una grossa bolla di incomprensione. Non è questo che si chiede al reportage, in particolare per una scuola così nobile come quella polacca, e anche se la maestria nel ricavare storie e raccontare dettagli che illuminano il quadro è immutata la fastidiosa certezza di essere dalla parte giusta e contro ogni parte sbagliata è un peccato reale ma dal quale si può guarire solo continuando a viaggiare, osservare e scrivere, il più possibile senza giudicare.

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