Toksymia – Capitolo 2 (traduzione italiana)

Toksymia PoloniCult Cover

Secondo capitolo estratto dal romanzo Toksymia di Małgorzata Rejmer in traduzione italiana

di Małgorzata Rejmer, traduzione italiana a cura di Francesco Annicchiarico

Clicca qui per leggere l’articolo dedicato al libro.

***

Jan

Quel mattino Jan Niedziela si svegliò sull’onda di un’emozione sfuggente che di colpo mise a fuoco, come fa un bambino che ricorda dove ha nascosto i cioccolatini. La figura lunga, smunta, braccia e torace come un novello Gesù cristo, Jan se ne stava immobile a recuperare i dettagli del sogno con la cura di chi raccatta i pezzetti di un bicchiere rotto: ci sono delle lapidi addobbate di cianfrusaglie di ogni colore possibile, una miscela pacchiana e angosciante; ci sono orsetti rosa, alla testa di un corteo di canguri, coniglietti e leoncini, tutti forniti di palloncini e fiocchetti nell’atto di fischiettare un motivetto consolante. C’è Jan che passeggia tra le tombe felice di essere vivo, felice di essere morto. Che bellezza, pensa. Osserva la pelliccia colorata degli animaletti che ricoprono le lapidi, gli picchietta negli occhi con l’unghia per farsi notare. Arriva anche sua madre, e gli si ferma accanto. È serena, lo osserva con tenerezza. Gli porge il suo orsetto preferito di quando era bimbo, quello col manto rosso e il pancino bianco.

È malato, si lamenta Jan, ha l’orzaiolo.

Era già così, ribatte sua madre.

Disteso nel letto, Jan fece una smorfia stropicciandosi gli occhi, poi si alzò di scatto per accendere la lampada sulla sua agenda, e trascrisse il sogno, in data 9 giugno. Prese le matite e fece dei cerchietti con i colori dominanti del sogno: rosso, azzurro, giallo, rosa. E riflettendoci anche arancione e viola. Tracciò una grande C intorno alla data, calcando forte con il pastello nero e aggiunse data e numero della pagina nella rubrica dell’agenda, alla voce cimitero.

Tutto ciò perché Jan Niedziela aveva il dono speciale, mai confessato ad anima viva, di fare sogni ricorrenti, sempre con gli stessi soggetti. Ogni sei mesi compilava un inventario per sapere a quanto era arrivato. Fino a questo momento, dal primo gennaio 2009, sognava i cimiteri.

Verifica: dodici volte. Significato: cambiamenti di vita, futuro roseo, migliore, elevato numero di emozioni.

Tutto vero. Dal primo gennaio Jan aveva comprato una nuova macchina fotografica, due paia di pantaloni, due paia di scarpe (di cui un paio di sandali) e era partito per la Lituania a fare foto di cimiteri. Le foto erano venute belle, ed era tornato in Polonia sereno e tranquillo.

Al secondo posto, con otto sogni: il treno. Numero di incubi connessi al treno: tre.

Jan segnava gli incubi con un quadratino nero.

Il più bel sogno avuto col treno, con un punto esclamativo sul quaderno: è un macchinista dal berretto azzurro, attraversa una pianura a tutta velocità, il sole gli splende negli occhi, il vento gli scompiglia i capelli, attraversa un bosco, un cimitero, poi un altro bosco, i binari finiscono, ma Jan tira dritto facendo fischiare il treno per non investire le persone e gli animali, così non gli sporcano la carrozza. Jan aveva letto Anna Karenina a scuola e non era proprio riuscito a perdonarle di essersi suicidata in quel modo. Anche se Tolstoj aveva scritto che Anna aveva il viso intatto quando fu tirata via dalle ruote – cosa plausibile – Jan considerava quel tipo di suicidio troppo egoista, sociopatico e direttamente inferto al povero macchinista del treno, innocente davanti agli occhi di dio. Jan non si sarebbe mai ucciso in quel modo. Mai.

Sfogliò il quaderno. Incubo peggiore col treno: è fermo ai binari, che sembrano due tratti sghembi di penna, e davanti a lui, come manichini penzolanti da una catena di montaggio, alcune figure con dei nastri rossi ai polsi scorrono veloci come il vento. Questi sono i morti, si dice. Jan prova a muovere un piede, perché la vicinanza ai binari lo spaventa, ma invece di riuscirci capitombola, finché qualcuno lo copre con un telo. Jan vede il bianco del tessuto e le stesse figure di prima che ora gli danzano intorno, con quei nastri fluttuanti per aria. Poi sente l’avvicinarsi di una persona che gli punta una pistola alla testa. E poi sente uno sparo, o meglio non lo sente, e il bianco lentamente sparisce, come un’oscura saracinesca che cala davanti agli occhi. Jan ora è immerso nell’oscurità. Riapre gli occhi e ciò che ha davanti è grigio, sfocato. Qualcuno gli dica di aprire la finestra!, echeggia dal nulla il classico rimprovero di sua madre.

E da quando morì sua madre, Jan lasciò le finestre chiuse per sempre, e poi anche le tende.

“Bisogna abbandonare le convinzioni attuali che affermano il primato della luce forte, del giorno, sulla mancanza di luce che da qui in seguito chiamerò oscurità, per via della presunta specificità della luce bianca come unica in grado di far distinguere le cose per come sono, contro la cosiddetta oscurità che oscura tutto”, così scriveva Jan Niedziela su un blog di finestre, poi su un altro di elettricisti, e ancora altri di arredo d’interni, lampade, epistemologia, oculistica. “Non si riesce a stabilire cosa sia una verità obiettiva”, confessava nel suo scritto, “perciò è assolutamente impossibile stabilire se qualcosa esista oppure no. È impossibile provarlo solo con l’aiuto dell’illusorio senso della vista, disponibile solo grazie alla luce, che dunque si rivela inefficiente, inutile, passiva. Bisogna riscattare il ruolo dell’oscurità, poiché essa almeno non si finge utile alla ricerca della verità, e inoltre è disinteressata, autonoma e verace.”

La gente cattiva gli rispondeva: Che cazzo hai in testa? Oppure: Lavati le finestre! Oppure: Anche gli Ebrei dicevano così, maiale! Sentite ‘sto negro! Accenditela in testa la luce!

Qualcuno particolarmente crudele scrisse: “frocio, ti mangi la merda”, e Jan restò sconvolto per un bel po’.

Eppure, nonostante l’ostilità di quei maleducati, Jan si convinse di avere ragione e non sfiorò mai più le tende, non accese quasi più la luce e arrivò anche a cercare su internet qualcuno che gli montasse le tapparelle alle finestre.

Così si tempra l’acciaio, si ripeteva uscendo di casa, e  già al primo passo la luce del sole penetrava le pupille fino a che le lacrime non gli colavano sul pomo d’adamo.

Ma se usciva di casa era solo per andare al collocamento, perché dopo gli studi di filologia classica non era riuscito a trovare niente di buono, anzi, niente e basta. Aveva provato a diventare guardia giurata, imballatore, anche commesso di panetteria, ma quando i datori di lavoro guardavano il suo CV, gli balzava un dubbio agli occhi grande come una cavalletta.

Mi confondi i clienti con quegli occhiali, gli aveva detto freddo il proprietario di un chiosco di gelati. Sei troppo formale, così spaventi i bambini, a vederti penserebbero che tu gli voglia chiedere le tabelline.

Dopo questo colloquio Jan aveva cominciato a soffrire di diarrea, proprio tanto, e tanto aveva iniziato a preoccuparsi del futuro. I risparmi di sua madre, insegnante di polacco, erano esauriti. Di certo avrebbe potuto continuare a mangiare kasza e carote per mesi, ma come affrontare la spesa anche solo di un caffè? Oppure: come avrebbe potuto continuare a vivere così?

Un bel giorno si mise a riflettere su cosa fare da grande.

Macchinista, era già troppo tardi.

Tranviere magari? Gli sembrava un lavoro con troppe responsabilità. Avrebbe potuto investire qualcuno, forse un bambino che avrebbe perso una gamba, e poi tristezza e rimorsi per entrambi per il resto dei loro giorni.

Un becchino?

I cimiteri sono belli in tutte le stagioni, ma bisogna ammetterlo: un lavoro all’aria aperta, con la canicola o col maltempo, non faceva per lui. Jan aveva un carattere forte, ma di costituzione era gracile. Gli veniva l’affanno solo a portare la spesa a casa.

Sua madre glielo diceva sempre: scrivi bene, figlio mio. Una volta era addirittura scoppiata a piangere, quando in quinta elementare lui scrisse un racconto su un ragazzo che aveva dissepolto il criceto morto perché ne aveva troppa nostalgia. Jan aveva preso dieci al tema, ma sua mamma disse che gli avrebbe dato addirittura undici, mettendo quindi in dubbio l’autorità della signora maestra, che sì era più giovane di lei, ma soprattutto più intelligente.

Quindi aveva scritto apposta per sua madre un racconto su uno scoiattolo morto, uno su un gatto morto e un altro su tre rane morte. Poi compose dei versi sullo stesso andazzo (tra i tanti, su una zanzara raggiunta da una mano spietata) finché sua mamma lo pregò di iniziare a scrivere su qualcos’altro.

Ma Jan non sapeva su cos’altro scrivere. Era convinto che si potesse scrivere molto sulla morte degli animali, e ancora di più sulla morte degli uomini. Gli veniva così bene che quando conosceva qualcuno, immaginava subito il genere di morte che più si confaceva al suo stile di vita e alla sua personalità.

Alla luce dei fatti sopracitati, accecato dalla sconforto e anche dalla povertà, Jan arrivò a quest’idea audace e illuminante:

tremante d’emozione cominciò a scrivere quale incredibile persona fosse stata la sua mamma, che bella vita e che bella morte avesse avuto. Il testo, insieme a un messaggio, fu spedito all’indirizzo email di dieci imprese di pompe funebri.

Nel messaggio disse di essere giovane e capace, che scriveva da tanto e con un’ottima ortografia, che era particolarmente interessato a testi di natura pseudo funebre e che si offriva di comporre i migliori elogi funebri in circolazione.

Sei di queste imprese tacquero come tombe. Altre tre gli risposero che avrebbero considerato con calma la sua proposta. Ma la ditta “Gioioso funerale” gli scrisse una mail entusiasta: “Si vive una volta sola, collabori con noi. Se accetta ci dica: come pensa di procedere?”.

Firmato: il titolare dell’impresa, Wojciech Posiew.

Jan si mise al lavoro creando un questionario per i partecipanti dei funerali.

Il questionario conteneva i punti seguenti:

  1. Nome e cognome della salma.
  2. Come ci si rivolgeva alla salma in contesti informali (per es. Ranocchio per la sorella, Irene per il marito, Manzo per l’amante, Jasiek per la cognata ecc.)
  3. Persone orfane della salma, nel dettaglio (nomi, cognomi, grado di parentela di sangue e/o acquisita).
  4. Lati positivi della salma (minimo 10, ad es. buono, pulito, lavoratore, credente).
  5. Caratteristiche distintive della salma (minimo 3, ad es. aveva le orecchie grandi, dava da mangiare agli animali, amava stare a contatto con la natura).
  6. Interessi della salma (almeno 3, ad es. collezionava francobolli, sapeva un sacco di cose sugli aerei).
  7. Momenti particolari trascorsi con la salma di cui tenere conto (almeno tre punti, descrivere per favore i nessi, ad es. diede soldi ai poveri, è stato in pellegrinaggio, dove, quando, quanta strada ha fatto, ecc.).
  8. Successi personali della salma (ad es. trofeo di pesca)
  9. Varie (aggiungere a piacimento)
  10. Allegare fotografia.

La segretaria di Wojciech Posiew fece riempire i questionari, li spedì via email a Jan che cominciò a mettere a frutto le informazioni.

Jan capì subito l’efficacia di percorrere i sentieri già battuti, disseminati di buone occasioni. Cominciò scrivendo: “Era un uomo insolitamente giusto”, per poi entrare nei dettagli: “Difficile descrivere il suo modo magnifico di accarezzare i gatti, quel movimento delicato e sicuro della mano di un uomo saggio, coscienzioso e nobile”. Poi passava a una prospettiva più generale: “È venuto a mancare un uomo, e una stella brillante sì è spenta nel firmamento dell’esistenza di molti”. Oppure: “Lacrime brillano negli occhi di chi era al funerale, splende la speranza che la persona amata sia già in cielo da qualche parte, in regioni sconosciute all’umana percezione, e là, tra gli angeli e le nubi, sieda a pescare con il padre”.

Wojciech Posiew leggeva tutte le elegie, alcune le correggeva o le rimandava indietro, a volte con dei commenti.

“Che sensazione vuole che abbia avuto?” gli aveva scritto una volta. “Ha impapocchiato qualcosa per far venire il mal di testa a tutti. Scriva delle belle parole, anche nobili, ma comprensibili anche al più stupido dei presenti, fosse anche il cane”.

Così il cellulare di Jan squillò per la prima volta dopo tanto tempo. Jan si preoccupò, ma poi riuscì ad afferrare il cellulare con una mano che gli tremava e i nervi così tesi che quasi si spezzarono.

Glielo dirò chiaro e tondo, cominciò Posiew duramente. Dopo che ho letto cosa ha scritto su Bogumił Bożek, e visto che non ho niente da spartire con nessuno, le dirò che lei ha proprio esagerato.

Jan si vergognò e il suo pomo d’Adamo faceva su e giù come una pietra nella gola.

Ma io, davvero, non volevo, cominciò Jan.

Mi stia a sentire, lo interruppe Wojciech Posiew. Io non lo so lei cosa voleva o non voleva, il punto è che mi ha fatto effetto. Le basti sapere che mi ha commosso, e le dirò pure che l’ultima volta che mi è successo lei non era neanche su questo mondo. E allora, caro signor Niedziela io penso che questo paese ha proprio bisogno di gente come lei. Qui non abbiamo mai avuto vita semplice, ma se tutti avessero parole così belle, la vita degli uomini sarebbe più facile, più felice, e anche morire verrebbe meglio.

Beh, è vero, disse Jan.

Non è vero, forse? chiese gentilmente Posiew. Senta, la sto chiamando per darle una possibilità. Voglio averla in esclusiva. La mia azienda ha potenziale, ha possibilità sempre nuove che le si spiegano davanti, si muore sempre di più. L’anno scorso abbiamo accompagnato all’aldilà quasi cinquecento persone. E lei, caro signore, da questo momento è il dipendente creativo di “Gioioso funerale”.

A Jan quasi prese un colpo.

Mi sente? si preoccupò Posiew.

Non lo so, forse sì, disse Jan.

Molto bene allora, perché le propongo di diventare il volto del nostro nuovo servizio esclusivo, che chiamerò “L’elogio funebre di Jan Niedziela”, che ne dice?

Non so che dire, rispose Jan.

Le suggerisco di cominciare a dire qualcosa, gli consigliò Posiew. Il nome funziona, è accattivante, lei avrà un bel lavoro regolare. A giudicare dalla telefonata direi che ha una voce piacevole, e anche se non avesse la presenza la renderemo elegante. Se è brutto, meglio ancora, così non si distrae nessuno. Lei scriverà le orazioni, le declamerà, porterà uno stile adeguato e così tutti saranno felici di avere perso la persona meravigliosa che declamerà nei suoi versi. E poi pensi che non tutti quelli che vengono a farsi un giro da noi sono cattolici, e questi cosiddetti atei hanno ancora più bisogno di una parola buona. Ha capito adesso che questa è l’occasione di una vita?

Capisco, disse Jan, anche se il cuore gli batteva così forte da zittire ogni pensiero, e i pensieri si accavallavano uno sull’altro, non riuscivano proprio a stare fermi.

Bene allora, disse Posiew tossendo. Adesso passiamo alla parte più difficile, da cui dipende tutto: quanto vuole a testo? Un testo così, da quindici minuti a voce, è di tre-quattro pagine di computer, non di più. Lei dovrà parlare con un sacco di aria nei polmoni, mi capisce? Lei parla, pausa, poi parla, pausa, lei deve fare frequenti pause ad effetto e lasciare che meditino sull’eccezionale natura del morto, e poi spiegare come questa prodigio umano sia finito in una bara, mi capisce?

Capisco, capisco, disse Jan stringendo forte il ricevitore.

E allora: quanto vuole? gli fece Posiew.

Ottanta vanno bene? ribatté timido Jan.

Benissimo allora, esclamò radioso Posiew. Tanto per farle capire che io non voglio sfruttarla e neanche prenderla in giro, le darò cento zloty per venti minuti di discorso libero. Lo faccia a memoria, però, può guardare anche sul foglietto ogni tanto, ma solo per fare scena, mi capisce.

Jan avvertì il deglutire soddisfatto di Posiew.

Beh, signor Jan, fare affari con lei è un vero piacere, ammise Posiew. Appena si farà onore, appena infilerà quelle belle parole nelle orazioni, una volta fatto colpo su tutti allora parleremo del contratto, giusto? E se c’è il contratto allora ci sono pure i soldini, dico bene?

Jan tossì ambiguamente, perché non aveva un’opinione precisa su questo argomento.

Io già la vedo come il mio dipendente preferito, aggiunse Posiew e prima che Jan potesse dire qualcosa, aveva già riattaccato.

Cominciarono così per Jan i tempi del benessere e della prosperità. La gente moriva come a comando e Jan, come oratore, cominciò a conquistare fama tra le pensionate, che erano tanto sorde da non accorgersi degli errori nel testo, e tanto cieche da non notare difetti nell’aspetto del ragazzo. Addirittura, in una casa di riposo di Żoliborz, quattro signore si accordarono per prenotare Jan per il proprio funerale, e tutte presero i questionari per riempirli di proprio pugno, così che nessuna virtù o tratto personale fosse tralasciato nell’orazione funebre.

Hai visto che Marcantonio questo Jan!, sussurravano sulle panchine. E quando le signore erano di udito difettoso allora il sussurro diventava un ciarlare rimbombante che arrivava fino alle orecchie di Jan, orecchie che poi arrossivano.

Che talento, affermavano in accordo le signore. Uno scrittore ancora sconosciuto. Dietro la scrivania è timido e parla poco, ma ai funerali diventa un diavolo della parola. Un angelo, anzi. E poi somiglia pure un po’ a Gesù!

Capitava anche che alcune clienti sole ma ancora vive si rivolgessero a Jan per farsi scrivere l’orazione funebre. Meglio subito, visto che si può morire da un momento all’altro. Ma non oggi, signor Jan, non oggi.

Non avendo altra scelta, Wojciech Posiew fu costretto a donare a Jan un ufficio tutto suo, con mobili in mogano e decori in bronzo, dove il ragazzo riceveva le clienti tutti i mercoledì e i venerdì. Le signore raccontavano di sé, Jan annotava, e poi ritornavano ancora per le consulenze sul testo.

Wojciech Posiew stimò il costo del servizio a settecentocinquanta zloty. Tutte le consulenze invece erano gratis. Jan ci guadagnava trecentocinquanta zloty e caffè a volontà per tutto il giorno di lavoro.

Il nucleo di ammiratrici aumentò, e a un ritmo rapido; la tendenza era in crescita. Alle consulenze le signore portavano marmellate, vecchie foto, addirittura rosari fatti in casa. Una signora, alla decima consulenza, disse a Jan di volerlo inserire nel proprio testamento. Al posto d’onore, sottolineò. Ma per un brutto tiro non arrivò all’undicesima consulenza, e per la prima volta in carriera Jan fece l’orazione funebre con la voce rotta dal pianto.

Vivere è non morire, pensava Jan, ma ogni tanto la tristezza lo assaliva quando rientrava a casa dopo un funerale. Non aveva nessuno che gli riscaldasse il cuore. Chiacchierava con qualche ragazza in chat, con un paio riuscì anche a combinare un appuntamento dal vivo, ma c’era sempre qualcosa che andava storto.

Non c’è magia tra di noi, gli scrisse una dopo un appuntamento al bar della durata record, per lui, di quarantacinque minuti.

Hai uno strano odore, te l’ha mai detto nessuno? gli disse un’altra. Non offenderti, ma puzzi di chiesa e fiori morti, sei un prete vero?

E un’altra ancora, con la quale si aprì molto, gli scrisse:

Jan, taglio corto: manco morta! J

Il cuore di Jan si gelò e le speranze si estinsero. Arrivò alla triste convinzione che purtroppo, in vita, si deve sopportare tutto, e quasi si congratulò con sé stesso per essersi abituato alla costante solitudine di casa sua. L’estate quest’anno era così fredda, e umida, e i giorni così stagnanti di vecchio e per tutta questa fredda estate si era sentito così prostrato, a pezzi, che  ormai usciva di chiesa con lo spirito di chi entra in una tomba. Alzava il colletto della giacca, si voltava indifferente verso nessuno e scarpinava molle verso casa, rimbalzando sul marciapiede come una pallina di gomma, con il desiderio di vedere il prima possibile la fine di questa estate piovosa che soffocava il futuro come una patina di cellophane appannato.

Ogni tanto Jan fantasticava di portare un bombolone alla ragazza dell’emporio. Una scusa per cominciare una piacevole, distesa, conversazione sui vari tipi di bomboloni e di cimiteri, poi lui l’avrebbe invitata a casa sua, le avrebbe fatto vedere il quaderno dei sogni, e avrebbe dichiarato i propri sentimenti dopo un lunghissimo preambolo.

Ma la ragazza dell’emporio non salutava nemmeno, e quando lui faceva finta di scegliere qualcosa di alcolico, lei si guardava le unghie. Jan aveva provato due volte a cercare di farsi notare con lo sguardo, ma il barattolo delle mance a forma di vulcano era sempre più interessante di lui.

E se avesse scelto una vicina di casa? Gli sarebbe bastato solo suonare con la scusa dello zucchero, mentre lei impastava dei pierogi, guarda caso lui ci andava pazzo. Sarebbe potuta cominciare così, con lei che gli avrebbe offerto dei pierogi vestita solo di un grembiulino. Una vicina, una qualsiasi, anche quella magra del piano di sotto. Quella Ada Amek. Quella con le braccia sottili come due fiammiferi.

Due pierogi, ce la farebbe ad alzarli.

Quindi, vero o no che possa sembrare, Ada Amek bussò una fredda sera qualunque alla porta di Jan, e prima che riuscisse a dirgli qualsiasi cosa, si infilò dentro casa. Restarono fermi nel nero totale e Jan non poté notare le guance cadenti di Ada, e quando le domandò cosa fosse venuta a fare, anche a costo di sembrare maleducato visto lo spavento che si era preso, Ada non riuscì a dire niente di simile a una frase completa. Era tutto un biascichio disarticolato.

Volevo farmi prestare una cosa, disse Ada, ma Jan capì “segare” e gli si fece il vuoto in testa.

Erano uno di fronte l’altra e Jan per la prima volta in vita sua cominciò a essere certo di preferire di gran lunga il buio alla luce.

Era già passato troppo tempo e lui aspettava che Ada dicesse qualunque cosa, tanto per avere un rumore mentre inghiottiva la saliva. Ma Ada restava muta.

Come? Disse Jan, ma così al buio suonò abbastanza inquietante, quindi aggiunse: Cosa vuoi che ti presti?

Non lo so, rispose Ada.

Restarono zitti.

Accendi la luce, gli chiese, le parole appena accennate.

Jan si prese la testa tra le mani, e meno male che Ada non lo vide.

Qui non c’è, disse lui. Qui non ce l’ho. In camera ho delle lampade.

In camera non mi va, disse Ada.

E allora un pensiero fulminò Jan e lo drizzò sull’attenti. Le labbra si aprirono come quelle di un pesce, succhiavano l’aria dall’orecchio di Ada, producendo una quantità enorme di saliva che gocciolò sulle spalle incavate di Ada.

Forse la strattonò troppo forte, tirandosela in cucina, e troppo forte la mise a sedere sul ripiano. Ma Ada sembrava una bambola di pezza con la molla sulla schiena, di quelle che ci vuole una pietra nello stomaco per darle peso. Forse fu un po’ troppo rapido, entrò appena nel suo corpo, un insieme di tendini gracili, che Ada riuscì solo a grugnire di dolore e si strappò dalla morsa piangendo, mentre Jan cercava nel buio uno strofinaccio per asciugarsi il sesso.

Forse Jan avrebbe dovuto dire qualcosa prima che Ada infilasse la porta e la chiudesse con un botto.

Ad esempio che aveva perso le mutandine, in cui inciampò facendo un passo in avanti alla ricerca dello strofinaccio.

Forse sarebbe potuto essere un po’ diverso, ma era successo comunque, ed era stato meraviglioso. Qualunque fosse il modo in cui poteva sembrare, una nuova speranza germogliò nel cuore di Jan, disgelò il ghiaccio che lo opprimeva e comprese che adesso niente sarebbe stato più lo stesso, ma tutto diverso.

 

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