Soltanto Lola – Jarosław Kamiński #3

Non questo. Qualcos’altro.

Mancanza di igiene.

Già l’ho scritto. Poi.

E poi vedemmo i nostri fare i prigionieri. E guardavamo e fumavamo sigarette. E quei tre. Due civili un prete. Al muro del cortile. Proprio vicino a noi. Vicino alla nostra bettola. Prima il prete poi quell’altro e alla fine l’ultimo. E guardiamo e non fumiamo più. Quanti anni aveva quell’ultimo. Quindici sedici. Un chierichetto. Aveva il viso da chierichetto.

Gente siete impazziti tutti.

 

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Sotto il sole – Julia Fiedorczuk #3

Il cielo splendeva sopra gli alberi e dilagava la luce tra le fessure delle nubi. Di notte il gelo mordeva, stringeva la terra in una morsa. Misha aprì lentamente gli occhi. Il freddo disegnava fantastici fiori sui vetri delle finestre, l’aurora invernale si colorava d’arancio. Sua madre trafficava in cucina. La porta della stufa cigolava, le fiamme scoppiettavano. Luda dormiva ancora. Le sue palpebre pesanti si richiusero e il ragazzo scivolò ancora nel sonno. La porta si schiuse.

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Canzone del cuor di serpente – Radek Rak #3

Si dice che una femmina pretenda ogni cosa dal proprio uomo, e un uomo soltanto una cosa dalla femmina; il che a volte è sacrosanta verità, e altre una gran bella sciocchezza.

Dopo quella notte Kuba temeva che Malwa sparisse, una volta e per sempre, lasciandolo con un pugno di ricordi in mano e con la fame nel cuore, una fame che non avrebbe conosciuto pace. O la paura che diventasse qualcosa di peggio: Malwa sparita e la testa così piena di incantesimi da non potersi mai più ricordare di lei.

Successe qualcosa del tutto diversa e molto più grave.

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Aruspici – Wit Szostak #2

 

Non ci sono più binari, sono coperti dalla terra, ora hanno una propria vita sotterranea ricoperta dal terreno e dalle serre in cui Marta coltiva piante e verdure. Non ci sono più binari, li abbiamo sepolti sotto il giardino di Marta, ma c’è ancora la sbarra e lo scambio ferroviario, anche se qui di treni non se ne vedono più. Quando splende il sole mi siedo vicino alla sbarra e resto lì. Mateusz allora dice che Błażej controlla lo scambio. Ma io non controllo niente, quindi neanche qui do una mano. A volta passano le macchine per la strada. Se potessi io le farei passare qui, tanto i treni non ci sono più. Mi starebbero a sentire e passerebbero di qui, e io sarei il vigile. Così mi ha detto Mateusz. E ha pure trovato un berretto dove priva si metteva il capostazione. Era sicuramente un signore molto vecchio e molto buono che se ne stava tutto il giorno seduto al binario, pressava il tabacco nella pipa e contava le nuvole. Si diventa intelligenti a contare le nuvole e allora pure io me ne sto seduto col cappello da vecchio capostazione, che di certo è morto tanto tempo fa, perché era vecchio già nei racconti di mio fratello, e quei racconti sono di tanto tempo fa, quindi il capostazione è sicuramente morto, e io continuo a contare le nuvole e a volta di sera mi sento più intelligente. Solo che dura non più di quindici minuti, e a volte pure meno, specialmente quando Marta mi chiama a cena, e allora quell’intelligenza svanisce, scappa via da me e non torna più.

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Sotto il sole – Julia Fiedorczuk #2

«Raccontami qualcosa, Daijan.»

«Va bene», rispose «Ascolta attentamente: tanto, tantissimo tempo fa, sul versante asiatico degli antichissimi monti Urali che si estendono per migliaia di chilometri, sorgeva un piccolo villaggio nel punto più a sud, su un fiume che a quell’epoca si chiamava Jaik. Tolte le stagioni delle piogge, quando le acque si accumulavano e provocavano alluvioni, lo Jaik era solo un fiumiciattolo. D’estate seccava quasi del tutto, d’inverno gelava. All’inizio, il villaggio era composto da poche persone appena. Tutto intorno si dispiegava la steppa, le immense distese dell’Asia centrale, piatte, poi ondulate dai rilievi, levigate da un vento ostinato che d’estate trasportava la polvere del deserto e d’inverno le tormente di neve. Gli uomini morivano, ne nascevano altri, stagione dopo stagione, secondo un ritmo immemorabile. I nomadi abbeveravano le proprie mandrie allo Jajk. I baschiri ci allevavano il bestiame. Mandrie di antilopi e asini brucavano intorno alle tende. Le montagne vicine custodivano il segreto del proprio principio. Mi stai ascoltando?»

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Canzone del cuor di serpente – Radek Rak #2

Si racconta che Kuba e Vecchio Topo lavorassero a servizio presso la locanda di Rubin Kohlmann a Kamienica, come due goy di shabbat.
«Ohi, ohi, ohi, chemiprendauncolpo! Che sarebbe questa roba?», l’ebreo piazza un tocco di argilla sotto il naso prima del ragazzo, poi del vecchio. «Questa la chiamate argilla? Che argilla e argilla, dico io! Ecco come si finisce a mandare due goy a fare l’argilla. Con un pugno di fango e merda di vacca!»
Nessuno dei due apre bocca per rispondere, il vecchio principia persino a rullarsi del tabacco. Sanno bene che Rubin ha bisogno di sbraitare, dato che è l’unica distrazione che si concede. E si lamentava dei suoi goy di shabbat più di qualsiasi cosa.

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Soltanto Lola – Jarosław Kamiński #1

Il padre di Gienia, invalido di guerra, gestiva il dopolavoro alla fabbrica di spazzolini. Io e Gienia, uscite di scuola, ci precipitavamo a guardare la tivù, arrivavamo sempre sudate e col fiatone per la fretta di sederci prima degli operai del cambio turno. Non vedevamo l’ora di sentire le canzoni di Sława Przybilska, o vedere danzare i Mazowsze, o le lezioni di ballo di Witold Gruca. Ricordo ancora benissimo i pantaloni che portava, con l’abbottonatura tra le gambe che lo facevano sembrare un pallone. Io e Gienia poi fingevamo di parlare di balletti, delle varie coreografie, sfiorando soltanto con delle allusioni the heart of the matter. Finché poi il bubbone scoppiava e una di noi se ne usciva che Gruca aveva le palle di uno struzzo e sghignazzi e risate per tutta la strada di casa. Qualche volta attiravamo l’attenzione dei passanti, ragazze, non si fa così. La cosa bella era che nessuna di noi due aveva mai visto le palle di un uomo, e nemmeno quelle di uno struzzo. Ma per il resto… La mascolinità era un’ossessione stuzzicante, quanta forza conteneva, e quanta grazia, quanta decisione e quanto mistero.

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Sotto il sole – Julia Fiedorczuk #1

Quando riprese conoscenza, la luce porpora illuminava la stanza attraverso le finestre dischiuse. Capì subito che era sera, più che mattina, e che fuori cominciava ad annuvolarsi. Se ne rese conto prima ancora di ricordarsi dove fosse, come si chiamasse, quanti anni avesse. La luce obliqua rinfocolò le ceneri di una vita che ancora resisteva nei meandri del suo vecchio corpo, anche se la vita, la vita stessa, non era proprietà di nessuno e non possedeva alcuna età, proprio come l’acqua di un fiume che scorre sempre, e sempre arriva al mare. “Amo la tenue luce nell’alto del cielo”, questa frase riaffiorò dal flusso dei ricordi; poi, ancora: “E i vostri fiori senza nome”, “i vostri fiori”. “Quali fiori?” Forse l’aveva detto a voce alta, poiché la donna, eccola sbucare dalla penombra violacea, aggrottò lo sguardo. Era vestita di bianco, aveva le sopracciglia scure, grosse, marcate e i capelli castani, striati di grigio, pettinati morbidamente all’indietro. Lui si disse che lì dov’era in quel momento, con quella luce inquietante, doveva essere una stanza d’ospedale; che quel letto, circondato di macchinari a cui lui stesso era allacciato, come una pianta è attaccata al terreno con le radici, era il suo ultimo alloggio.

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Canzone del cuor di serpente – Radek Rak #1

Gli alberi si diradano, tra i rami spicca l’azzurro della notte. Il carro arranca per la strada in discesa, verso la campagna. Il sole è sparito già da molto oltre le montagne, ma splende ancora come fosse sottoterra, perché il suo bagliore filtrato lumeggia ancora il mondo, la paglia dei tetti e la chiesa.

Vecchio Topo e Kuba superano i fossi e i salici che li costeggiano. Sono dodici salici e Vecchio Topo dice che si tratta dei dodici apostoli del buon Gesù, e l’ultimo, quello secco e sforacchiato dai vermi, è Giuda Iscariota. Vecchio Topo racconta molte cose e Kuba non sempre crede a tutto.

Prima della discesa dell’arrivo, Kuba si tira in piedi sul carro. Si sforza di origliare, ma dal bosco non arriva nessuna voce. Solo i grilli cantano nell’erba.

 

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#LibriCheAspettiamo – Pod Słońcem – Julia Fiedorczuk

Julia Fiedorczuk

 

Due villaggi gemelli, separati da un fiume. Uno abitato da gente che parla polacco, prega Dio al modo dei cattolici, e si fa il segno della croce da sinistra a destra. Nel secondo vivono invece uomini e donne che preferiscono parlare nel loro dialetto cantilenato, che a orecchie straniere suona quasi russo, e il segno della croce se lo fanno da destra a sinistra perché a Dio sono arrivati per la via ortodossa. Una ragazza del primo villaggio, Miłka, incontra un ragazzo dell’altro, Misza, e inizia una grande storia d’amore. Sembra una storia molto bella, ma già letta cento volte. Sul primo punto non c’è nulla da obiettare, è una storia bellissima, sul secondo c’è da obiettare tutto, perché un romanzo come Pod słońcem di Julia Fiedorczuk ancora non si era mai visto.

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