Agnus Dei: il mistero della fede

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Polonia, 1945. Il giovane medico Mathilde lavora per la Croce Rossa francese, curando i connazionali sopravvissuti ai campi di concentramento. La sua impegnativa routine lavorativa viene improvvisamente interrotta da una disperata richiesta d’aiuto: una giovane suora polacca si presenta alla sede della Croce Rossa, cercando di spiegarsi in qualche modo, non parlando francese. Mathilde la rimanda fuori senza darle troppa importanza, non rientra nei suoi doveri curare i polacchi. Eppure, la suora riesce nuovamente ad attirare la sua attenzione. Se ne sta lì, nella neve, immobile, inginocchiata in preghiera. Qualcosa scatta nell’animo della giovane francese, che sceglie di seguire la suora fino al convento, dove scopre il motivo dell’urgenza della sua richiesta. Una sconvolgente realtà attende il medico, la maggior parte delle religiose sono in stato di gravidanza e una di loro sta per partorire. Mathilde scopre così che il convento è stato preda di alcune violente incursioni da parte dei soldati sovietici che hanno violentato le sue abitanti.

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Płynące wieżowce – di amore e omosessualità in Polonia

Płynące wieżowce

Quando uscì nel 2013, quest’opera di Tomasz Wasilewski fece parlare molto di sé. Si trattava del “primo film polacco dedicato a tematiche LGBT”, o almeno così si andava ripetendo un po’ dappertutto sulla stampa. La pellicola (ancora inedita in Italia, distribuita all’estero con il titolo di Floating Skyscrapers) racconta la storia di Kuba (Mateusz Banasiuk), giovane nuotatore che sta mettendo anima e corpo nella preparazione di una gara. La sua è una vita tranquilla, scandita dalla routine che si è costruito con Sylwia (Marta Nieradkiewicz), la sua ragazza, profondamente innamorata di lui, e con la madre (Katarzyna Herman). A turbare la serenità di Kuba sarà l’incontro con Michał (Bartosz Gelner), per il quale il protagonista inizia a provare, ricambiato, un’attrazione a cui solo verso la fine del film egli riuscirà a dare il nome di “amore”.

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Zbigniew Cybulski, un diamante nella cenere

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A cinquantuno anni dalla sua scomparsa breslaviana, in un tragico e assurdo incidente, Zbigniew ‘Zbyszek’ Cybulski resta uno degli attori più celebri in Polonia. Una vera e propria icona della cinematografia polacca capace di affermarsi nell’arco di una carriera sul grande schermo durata appena quattordici anni: dall’esordio in Pokolenie (Generazione) di Andrzej Wajda al suo ultimo ruolo in Jowita di Janusz Morgenstern. In mezzo a queste due pellicole si inseriscono decine di ruoli memorabili tanto in celebri pellicole quanto sui palcoscenici teatrali, senza dimenticare sporadiche apparizioni in sceneggiati televisivi e radiofonici. Cybulski è stato una leggenda del cinema polacco e non solo la cui stella ha illuminato gli anni ’50 e ’60 per spegnersi all’improvviso quando l’attore era appena trentanovenne.

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Papusza: how a people made its way into history.

Papusza (2013) is a biopic, directed masterfully by Joanna Kos-Krauze and Krzysztof Krauze, about the Romany poetess Bronisława Wajs (1908-1987), born and raised in Poland. The film doesn’t follow a coherent chronological line, continuous flashbacks take the story from the beginning of the 20th century, when Papusza (which means “doll”, that’s the Romany name of the poetess) was born, to the first years of the postwar period, in a wounded and wrecked Poland, trying to put the pieces back together; and then to WW2 when Gipsies had to hide in the woods to escape from the horrors of the Nazis. Lastly, to the 1970s, when Papusza and her community were forced by communist authorities to become nonmigratory, settling down in houses and attending school, that will entail the cultural “death” of the Romanies (I shall come back to this).

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Elżbieta Czyżewska: ascesa ed esilio

Czyzewska

Lasciare la Polonia al culmine della propria fama in quanto moglie di una persona non grata. È l’evento che cambia la vita di Elżbieta Czyżewska, una delle attrici polacche più note in patria negli anni Sessanta. Un’interprete capace di lavorare con registi del calibro di Jerzy Skolimowski, Andrzej Wajda, Stanisław Bareja e Wojciech Has e che ha provato a costruirsi poi una dignitosa carriera Oltreoceano, nonostante difficoltà e pregiudizi. Varsaviana e cresciuta come attrice di teatro e cantante di motivetti, Czyżewska è un’attrice dalla personalità ben precisa e riconoscibile sin dai suoi primi ruoli sul grande schermo. A prima vista attraente, fragile e formosa biondina, riesce in realtà a uscire da questi superficiali stereotipi grazie a interpretazioni di grande vitalità nelle quali impersona donne forti e di carattere. Il suo timbro di voce in bilico fra suadente e naif, sempre leggermente stridulo la caratterizza, un po’ come accade in Italia con Monica Vitti negli stessi anni. Un’attrice erudita e dalla cifra stilistica personale lontana quindi dall’idea di procace platinata svampita che a Hollywood va per la maggiore in quegli anni.

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Cicha noc – sul piano inclinato dell’autodistruzione

Cicha noc

Un pullman di lunga percorrenza viaggia da occidente verso Olsztyn, Polonia. A bordo un uomo sulla trentina con indosso una maglietta con un’enorme bandiera polacca al centro parla al telefono e chiede alla sua ragazza di mandargli una foto della sua vagina, lo fa così ad alta voce che è impossibile non sentirlo. Un ragazzo un paio di file più avanti lo guarda sconfortato e commenta ad alta voce parlando alla sua videocamera portatile. Cicha noc, film tra i più discussi del cinema polacco nel 2017, inizia così e nel cinema d’essai nel centro di Varsavia in cui mi trovo il pubblico ride di gusto e borbotta commenti di familiarità per una scena grottesca quanto realistica. Siamo solo all’inizio, ma già in quella scena e nella reazione del pubblico si condensa la poetica di 97 minuti di pellicola che il giovane regista Piotr Domalewski ha dedicato al tema croce e delizia di ogni rappresentante delle arti polacche: la Polonia stessa.

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La signora dello zoo di Varsavia: qual è il prezzo per i giusti?

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Forse non tutti sanno che le mura dello zoo di Varsavia conservano un’incredibile storia vera di amicizia ed eroismo, avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale. La signora dello zoo di Varsavia (The Zookeeper’s Wife, 2017), distribuito in Italia in dvd dall’8 marzo 2018, racconta proprio questa storia: quella dello zoologo Jan Żabisńki e di sua moglie Antonina, responsabili della gestione dello zoo nella capitale polacca, che tra il 1939 e il 1945 misero in salvo circa 300 ebrei nascondendoli all’interno della loro struttura. Gli Żabisńki ottennero il riconoscimento di Giusti tra le Nazioni nel 1965 per le loro azioni eroiche.

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Viva la Bulgaria! – un documentario sul neofascismo a Sofia

Viva la Bulgaria

Dalla primavera scorsa in Bulgaria la destra neofascista è al governo in coalizione con il partito di centrodestra Gerb del premier Bojko Borisov. Dopo le elezioni parlamentari del marzo 2017 i Patrioti Uniti, un’alleanza di tre partiti dell’estrema destra razzista (Ataka, Patriotičen Front e Vmro), pur avendo registrato un calo nei voti attestandosi al 9%, è entrata per la prima volta nella maggioranza di governo con un ruolo molto rilevante. Ai “Patrioti” sono stati infatti assegnati due poltrone di vicepremier e tre importanti ministeri: difesa, economia e ambiente. Si tratta di un risultato che corona una lunga storia della destra radicale bulgara che va dalla dittatura degli anni ’30 del secolo scorso, fino alla rinascita nella seconda metà degli anni ’80 sotto l’ala protettrice del regime comunista e alla forte crescita negli anni duemila. A partire dal 1° gennaio di quest’anno, con l’inizio del semestre in cui Sofia ha la presidenza di turno dell’Ue, i neofascisti bulgari si trovano addirittura al timone dell’Unione. Era inevitabile quindi che anche il cinema bulgaro affrontasse il fenomeno. Il mese scorso, durante il Sofia Film Festival, c’è stata la prima del documentario Viva la Bulgaria! (“Da živee Bālgarija”), diretto da Adela Peeva, una regista bulgara attiva da alcuni decenni e nota internazionalmente soprattutto per un altro documentario che ha riscosso un notevole successo nel circuito dei festival, “Di chi è questa canzone?” (“Čija e tazi pesen?”, 2003).

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“Nawet nie wiesz, jak bardzo cię kocham” – sulla difficoltà dei sentimenti

Nawet nie wiesz, jak bardzo cię kocham (Nemmeno lo sai, quanto ti amo) è un film uscito nel 2016 per la regia di Paweł Łoziński – un volto abbastanza conosciuto del cinema polacco, fu assistente di Kieślowski e nel corso della sua carriera ha già ottenuto diversi premi – che mette in scena solo tre personaggi: una madre – Ewa (Ewa Szymczyk), una figlia – Hanna (Hanna Maciąg) e uno psicoterapeuta – interpretato qui da Bogdan de Barbaro, rinomato psichiatra, psicoterapeuta e direttore dell’istituto di terapia familiare presso la cattedra di psichiatria del Colegium Medicum dell’Università Jagiellonica.

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Krzysztof Kieślowski dietro le quinte

Kieslowski

Ridotta all’osso, è la trama del film di Krzystof Kieślowski Przypadek (Il caso, o Destino cieco), terminato nel 1981 ma uscito sei anni dopo causa rogne con la censura. Il film lo avremo probabilmente visto tutti, ma non a tutti sarà capitato di leggere, di pugno del regista, il soggetto. Oggi al lettore italiano si offre l’opportunità di sfogliare un’agile silloge di soggetti e sceneggiature kieślowskiane pubblicata per La nave di Teseo a cura di Marina Fabbri, dal titolo Il caso e altre novelle. Vi sono raccolte le sceneggiature narrative dei primi quattro lungometraggi e i progetti, anch’essi di qualche dignità letteraria, dei suoi documentari più importanti.

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