Sankja, o della rivoluzione fatua.

Sankja

Sankja

Quasi un classico ormai, Sankja di Zachar Prilepin è il romanzo che meglio racconta la provincia russa rabbiosa e senza identità degli ultimi anni.

di Salvatore Greco

Durante le prime settimane di manifestazioni e scontri a piazza Maidan quando ancora i fumi di quel moto non davano, perlomeno a occhi ignari, i segnali sinistri di quello che sarebbe poi montato, pensavo spesso alla difficoltà sincera nello spiegare l’anima di quella piazza composita: nostalgici sovietici e feroci nazionalisti, europeisti convinti e profeti di un’Ucraina “pura”, e soprattutto quei “rosso-bruni” così difficili da inquadrare nelle categorie occidentali. E non so quanta letteratura politologica esista in materia, ma per quanto mi riguarda niente spiega bene l’apparente incoerenza di un movimento che mette assieme ideologie opposte come Sankja, senza appello uno dei migliori romanzi russi degli ultimi venticinque anni.

Quasi di diritto un classico della letteratura russa contemporanea, Sankja è uscito nel 2006 dall’abile penna di Zachar Prilepin e dal 2009 possiamo apprezzarlo in italiano grazie alla traduzione di Enzo Striano e naturalmente all’opera inestimabile dell’editore Voland.

San'kjaSankja altri non è che il giovane protagonista della sua stessa storia, una storia sbagliata per dirla con parole nobili, una storia fatta di privazioni, frustrazioni e un’identità incompiuta nella nuova Russia dei grandi ricchi e della montante borghesia amorfa e senza ideali. Sankja, o più semplicemente Saša, è il figlio simbolico di una generazione perduta che con il crollo dell’Unione Sovietica ha trovato una parvenza di benessere perdendo difatto la sua ragion d’essere: figlio di un’infermiera e di un accademico morto di alcolismo, Sankja vive una Mosca brutale in cui si trova a odiare se stesso e la sua Russia incapace di darsi un ruolo nel mondo globalizzato che non sia quello di un Paese di grassi crapuloni schiavi di un lusso pacchiano. A muoverlo nel suo disprezzo infatti non è un desiderio di rivalsa sociale o l’ambizione ad accumulare che pare essere l’unico motore dei nuovi russi, ma il fastidio profondo verso un Paese addormentato che ha abdicato al suo ruolo di potenza, anzi al suo ruolo ipso facto; ed è per questo che Sankja è un giovane rivoluzionario, senza apparato ideologico, senza una reale idea di società nuova, mosso solo da rabbia e disgusto.

E difatti Prilepin lo presenta così nelle prime pagine del romanzo, uno tra i tanti giovani arrabbiati a un comizio-corteo che si trasforma rapidamente in uno scontro rabbioso e violento con la milicja, la temibile e mai troppo diplomatica polizia russa. Il rosso e il grigio dominano tutto con un simbolismo cristallino: bandiere e divise, sangue e nuvole, rabbia e rassegnazione.

Il “partito” a cui Sankja aderisce è appunto un partito rosso-bruno in cui si confondono e si sostengono reciprocamente nel comune odio verso tutto ciò che è borghese istanze socialiste e orgoglio nazionalista, volontà di potenza e istanze di ridistribuzione. In realtà di tutto questo a Sankja interessa poco, o perlomeno non ha i mezzi per pensarlo davvero e questo si mostra chiaramente quando cerca di confrontarsi con un giovane accademico di nome Bezlëtov che durante una conversazione sui destini della Russia (che per chi conosce i russi è assai meno inusuale di quanto possa sembrare) cerca di convincerlo dell’inutilità del loro movimento, ma tutta la rabbiosa rassegnazione di Sankja si manifesta in poche eloquenti parole:

-Continuate a fare quelle cagnare?- domandò Bezlëtov, accendendosi una sigaretta e sentendosi addosso lo sguardo di Saša.

-E che altro ci resta?- rispose Saša […]

La vita di Sankja si svolge in modo semplice e ingenuamente coerente con le idee che sostiene goffamente diSan'kja professare: quando non è impegnato a dare fuoco a delle auto, prendere manganellate o progettare attentati di un certo respiro si rifugia in campagna dalla nonna paterna a godere dei semplici e pochi frutti della terra e ad ambire a una vita diversa e tranquilla. Anche la sua vita politica si svolge in maniera ambivalente, in un clima che sembra più quello di una gang mafiosa che di una cellula di partito con i vari capetti attorniati da pupe e guardie del corpo e una sede che in realtà è poco più di un vecchio capannone riadattato, dove Sankja stesso vive amicizie, rapporti di fiducia e persino una storiella sentimentale.

È chiaro fin dall’inizio, anche senza avere nell’animo il fatalismo tipicamente russo che scorre caldo tra le parole di Prilepin, che per Sankja semplicemente non c’è speranza. Nulla è destinato a cambiare, non c’è nel suo destino alcuna progressività nemmeno lontanamente ipotizzabile, solo l’eterno rinfocolarsi di una rabbia ignara e di un’eterna frustrazione destinata a restare tale anche se ci fosse solo un po’ più di consapevolezza.

Sankja non può essere un eroe e nemmeno un picaresco antieroe, ma non si può non solidarizzare con lui nella sua goffa ingenuità, nella sua rabbia senza sbocco e nella sua sofferenza senza apparente spiegazione. Leggere delle sue disavventure è dunque un tuffo nella Russia più profonda dell’oggi, quella che vive al di fuori del miracolo di lusso e arroganza degli Abramovič di turno, che mastica ambizioni di giustizia e sputa grumi di sangue, ma è anche un viaggio empatico in un mondo in cui le frustrazioni che ognuno di noi conosce più o meno diluite appaiono condensate e depurate, in un concentrato di amarezza dimenticata autenticamente russo e che dà letteralmente i brividi.

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San’kja di Zachar Prilepin

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