Robert Kubica, l’araba fenice della Formula 1

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Il pilota cracoviano ritorna alle gare a sette anni dell’incidente nel quale aveva quasi perso una mano.

di Salvatore Greco

Andora, poco più di settemila anime e una delle località più belle del ponente ligure. Chi la visita la ricorda per le buonissime olive, per il bel mare e per la tranquillità. Chi ne ha sentito parlare diversamente, lo ha fatto probabilmente memore della Ronde Val Merula, un tempo Ronde Andora o -con un nome più trasparente per i non specialisti- Rally di Andora. Gli organizzatori da diversi anni profondono i loro maggiori sforzi per parlare solo del percorso, dei partecipanti e del successo di pubblico, ma inevitabilmente l’attenzione dei curiosi, degli appassionati e dei motori di ricerca piomba all’edizione del 2011. La mattina del 6 febbraio di quell’anno, il secondo giorno di gare, una delle auto in gara -una Skoda Fabia Super 2000 assai performante secondo gli addetti ai lavori- scivola su una lastra di ghiaccio non segnalata sul percorso e va a schiantarsi contro un guardrail che penetra nell’abitacolo passandolo da parte a parte. L’incidente è terribile, il navigatore resta illeso mentre il pilota ne esce con numerose fratture, il lato destro del corpo pieno di tumefazioni e la mano destra quasi totalmente recisa. Quando arriva all’ospedale di Pietra Ligure, i medici non fanno trasparire ottimismo.

Il mondo del rally è fatto di relativamente pochi appassionati, illuminato da pochi riflettori e da un’attenzione mediatica pallida. Eppure, quel giorno esplode. Perché il pilota di quella Skoda tranciata da un guardrail il rally lo fa nel tempo perso, ma di mestiere è un uomo della Formula1, il mondo dei motori famosi lo conosce bene: è Robert Kubica, cracoviano, primo pilota designato della scuderia Renault sui circuiti più veloci del pianeta.

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Ritratto dell’eroe da giovane. Gli esordi di Kubica.

Facciamo un salto indietro di tredici anni, rimanendo geograficamente in Italia. Artur Kubica e suo figlio Robert, allora quattordicenne, si trovano nella penisola per una scommessa di quelle che o si vincono o creano un sacco di problemi. Robert Kubica di allora è un ragazzino che con i go-kart se la cava più che egregiamente, è passato con scioltezza dalle macchinine elettriche su cui scorrazzava prima di imparare a leggere ai campionati polacchi di categoria, vinti a dieci anni scarsi sul groppone. Artur si fa le domande che si fa forse ogni genitore che scorge nel proprio figlio un grande talento e poi prende la decisione: in Polonia la tradizione motoristica non è granché, se Robert ha talento lo dovrà misurare altrove. Nel 1998 i due, padre e figlio, sono in Italia per i campionati assoluti di go-kart. E la scommessa, per il momento, è vinta. Robert Kubica, 14 anni, residente a Cracovia, accompagnato dal padre Artur, corre nella categoria dei 100 cc Junior e vince. È un piccolo torneo, ma è un segnale non da poco. Provando a scorgere l’albo d’oro dei campionati italiani di kart dal 1961 a oggi, quello di Kubica è il primo cognome straniero che vi appare. Il segno di un piccolo alieno che si fa strada nella tradizione. L’anno successivo Robert va per i quindici anni e vince altri quattro titoli juniores: la Monaco Kart Cup, la German Junior Kart Championship, il Trofeo Andrea Margutti e nuovamente gli assoluti italiani di categoria. Nelle telefonate che Artur fa verso Cracovia possiamo immaginare parole precise ed entusiasmo: la scommessa, per ora, è vinta.

Nel 2001 è già tempo di abbandonare i kart e misurarsi su categorie più sfidanti. L’occasione si presta con la Formula Renault, il circuito appena nato dalla fusione di due precedenti e che di fatto costituisce una palestra per piloti da lanciare nell’automobilismo professionistico. Su monoposto di costruzione Dallara montanti motori da 3500 centimetri cubi, Kubica dimostra subito una discreta confidenza e nel 2005 -a 21 anni- sullo storico circuito paulista di Interlagos vince le World Series restando in testa dal primo all’ultimo giro.

C’è anche un passaggio sinistro in quegli anni, il primo di una vita motoristica segnata da molti incidenti. Questo per la verità avviene su strada, non in pista, mentre Kubica è in Polonia. I dettagli di quanto accaduto allora sono difficili da reperire, ma vari lanci di agenzia del 2003 parlano di un’amputazione del braccio scampata per miracolo e di una stagione -la sua prima in Formula 3- conclusa con una fiacca dodicesima posizione. Accanto a Robert Kubica ormai non c’è più papà Artur, il ragazzo si è fatto anche se aveva le spalle strette, e a vegliare sul pilota ci sono i tecnici e gli osservatori della Renault che -dopo la vittoria nelle Series di scuderia- gli offrono quello che somiglia a tutti gli effetti a un battesimo di fuoco: nei test pre-stagionali di Barcellona sarà lui a guidare la Renault F1. La prova di Kubica sulla sua prima monoposto di formula 1 è notevole, il tempo su giro decisamente promettente per un novellino, ma nonostante tutto dai boxes di Renault arriva un messaggio inaspettato: grazie di tutto e arrivederci. La delusione di Kubica per il mancato ingaggio dura poco, si accorge di lui nella stessa circostanza Mario Theissen, un ingegnere della Vestfalia cresciuto a pane e BMW e in quegli anni team principal della scuderia Sauber che della BMW monta appunto i motori. BMW Sauber è la scuderia di un Jacques Villeneuve assai sotto tono, ben lontano da quello che a fine anni Novanta contendeva i mondiali a Schumacher, e a Kubica viene proposto un contratto da terzo pilota e collaudatore con la promessa tra le righe di un futuro più consistente in scuderia.

La maturità e l’esordio in Formula 1.

A metà campionato del mondo Villeneuve ha un incidente piuttosto grave che lo mette fuori uso per le gare successive: per Kubica è l’occasione della vita e il polacco la coglie. Guida la sua Sauber per la prima volta al Gran Premio d’Ungheria e, se non fosse per un disguido tecnico che ne sancisce la squalifica a gara conclusa, avrebbe sul proprio conto un settimo posto e i primi punti per il mondiale. La prestazione convincente è la prima di una serie che porterà Kubica a risalire le gerarchie e Villeneuve a scendere sempre più nella considerazione di Theissen. Una volta tornato al lavoro, al convalescente Villeneuve viene proposta una sfida interna con Kubica per scegliere il pilota titolare per il resto della stagione, ma il canadese reagisce male e scioglie il contratto sancendo il primo passo verso il suo mesto ritiro dalle competizioni.

Il matrimonio tra Kubica e Sauber va avanti per altre tre stagioni, tre mondiali dai risultati alterni dove il polacco non è mai davvero in competizione per i posti che contano -la macchina non è competitiva a quei livelli- ma dimostra una grinta e un controllo alla guida che emozionano gli appassionati. Conquista dei podi importanti, si intromette nel duopolio Ferrari-McLaren e chiude con particolare gioia il mondiale 2008 dove si qualifica come quarto nel campionato piloti.

A metà del 2009 il mercato piloti sancisce il passaggio di Alonso dalla Renault alla Ferrari. Il posto lasciato dallo spagnolo in Renault viene offerto al figliol prodigo Kubica che non ci pensa due volte a tornare da chi l’ha lanciato. La Renault che si approssima al mondiale 2010 però non è la stessa degli anni precedenti, le limitazioni economiche sono consistenti e Kubica lotta al massimo delle sue forze con una monoposto tecnologicamente inferiore e con pochi piani per il futuro. Fuori dai giochi per il titolo, Kubica chiude con tre podi e solo una volta su diciotto gran premi fuori dai primi dieci.

Kubica 2 PoloniCult

 

La caduta degli dei.

Chi corre in Formula 1 con la paura ci fa i conti nel quotidiano. L’essenza stessa di uno sport di velocità condotto a bordo di vetture di grande potenza risiede nel rincorrere il rischio fino a sfiorarlo costantemente. Eppure, ogni incidente grave negli sport motoristici incontra sempre stupore, tensione e paura. L’incidente di Robert Kubica nel febbraio del 2011 avviene a bordo di un’auto da rally, notevolmente più lenta di qualsiasi monoposto da Formula1, durante un evento a cui il pilota polacco partecipa per passione e poco altro durante la pausa che anticipa il mondiale di Formula1 del 2012. In quell’inverno i meccanici Renault, piuttosto pigri nella stagione precedente, hanno preparato la nuova vettura R31 con cui la scuderia inaugurerà la stagione in co-partecipazione con lo sponsor Lotus. Kubica fa in tempo a provarla, ma quel maledetto rally ligure lo mette fuori dai giochi.

La ricostruzione della mano destra, a opera di un chirurgo italiano, riesce perfettamente e le ferite vengono superate ma la stagione 2011 per lui nemmeno inizia. La Renault una settimana dopo l’incidente annuncia di avere assunto il pilota tedesco Nick Heidfeld per sostituire temporaneamente Kubica in fase di convalescenza. La durata di quel “temporaneamente” si fa elastica e incerta al pari delle condizioni mediche del polacco: si parla di problemi alla mano destra, di mobilità limitata delle dita, mentre altre fonti parlano di un problema persistente alla gamba. Il futuro di Kubica in Renault e in Formula1 pare compromesso, l’agente del pilota parla chiaramente di trovargli una nuova scuderia per il 2012, la casa automobilistica francese nicchia e resta in attesa. Il destino poi fa il resto, con un tocco di crudeltà di troppo. Robert Kubica, che nel frattempo si è trasferito in Italia, nel viareggino, scivola sul ghiaccio nel cortile di casa sua e si frattura la gamba destra, la stessa già fortemente lesionata durante l’incidente. Ancora una volta le fonti si confondono, chi vede Kubica ormai finito, chi ne racconta segnali incoraggianti, si rincorrono voci del pilota ormai praticamente paraplegico e altre che parlano della necessità dell’inserimento di una vite a mantenerne l’osso della caviglia. Chissà se in quei mesi a leggere il proprio nome ovunque, accompagnato a diagnosi improbabili, Kubica avrà avuto modo di conoscere il famoso paradosso del calabrone, il quale non sarebbe in grado di volare per via della sua struttura corporea, ma -non essendone a conoscenza- vola lo stesso. E Kubica pure, nonostante esperti o sedicenti tali tutti in prima linea nel dichiararlo impossibilitato, l’11 marzo del 2012 si mette alla guida di un go-kart al kartodromo di Montecatini, segnando l’inizio del suo ritorno.

Il ritorno in pista.

La strada che porta da Viareggio a Biella non passa per il ponente ligure, ma anche se il luogo del delitto non è lo stesso, lo è in qualche modo la circostanza. Quello che porta Kubica nella cittadina piemontese nel settembre del 2012 è di nuovo il rally, quel rally che un anno e mezzo prima gli ha compromesso la carriera e lo ha quasi ucciso. È sempre molto difficile per gli osservatori immaginare le dinamiche mentali degli sportivi, capire quale forza oscura a volte li trascini via una volta conclusa l’attività agonistica o quale bisogno li riporti sempre in campo (o in pista) anche quando potrebbero farne a meno. La sua vita Kubica l’ha passata tutta dietro a un volante, sui circuiti d’Europa e del mondo, impossibile pensarla diversamente anche dopo che un volante l’ha quasi mandato al creatore. Quel giorno a Biella si mette alla guida di una Subaru Impreza WRC, vince tutte e quattro le prove della Ronde del Gomitolo di Lana e fa pace con i suoi fantasmi.

Qualche anno di rally l’ha riportato in Formula 1, nel suo posto d’elezione. Nel 2017 ha guidato monoposto Renault e Williams in alcuni test suscitando stupore e approvazione. Già da quelle prove i più attenti osservatori hanno osservato delle novità nella guida del polacco, inevitabili del resto pensando alla mano destra molto limitata. In varie interviste rilasciate in giro, Kubica l’ha spiegato bene: questa sua nuova carriera ripartirà da una concentrazione superiore sulla mano sinistra e su un uso della destra limitato. Quando nel 2018 la Williams lo assume definitivamente come terzo pilota aumentano le perplessità di alcuni addetti ai lavori, ma Kubica è tranquillo, ci crede, e mentre le fasi alterne della stagione cambiano i titoli sui giornali che lo riguardano, lui continua a lavorare sodo, armato della sua volontà di ferro e della stima dei colleghi fino all’annuncio di qualche settimana fa: Robert Kubica sarà uno dei due piloti titolari Williams per il campionato del mondo di Formula1 2019.

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Un ritorno alle gare inaspettato, imprevisto, accolto con gioia e anche con un po’ di stucchevole retorica. Quella di Kubica è un’impresa? Lo è, senza molti dubbi. Un pilota che ha rischiato la morte e ha compromesso l’uso di uno dei suoi arti che torna a guidare è senza dubbio una storia di volontà granitica che tanto nutre la narrativa coubertiniana dello sport, persino uno sport poco olimpico come i motori. Cosa aspettarsi a livello agonistico non è facile da immaginare, né tantomeno quante e quali saranno le difficoltà derivate da una mobilità giocoforza limitata, di certo rivedere Kubica sulle piste sta suscitando un entusiasmo sano per l’automobilismo e sta restituendo passione a uno sport che negli ultimi anni ha perso un po’ di smalto e di volto umano. Ci sono uomini dentro quelle macchine e nessuno negli ultimi tempi è stato più umano di Robert Kubica.

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