Ritratto di Witkacy

Witkacy Witkiewicz

Della filosofia e della forma. O della filosofia della forma di S. Witkacy

di Mara Giacalone

“Było nas trzech, Witkiewicz, Bruno Schulz i ja, trzech muszkieterów polskiej awangardy z okresu międzywojennego” (eravamo in tre, Witkiewicz, Bruno Schulz e io, i tre moschettieri dell’avanguardia polacca tra le guerre). È così che Witold Gombrowicz definisce, nelle pagine del suo Dziennik due dei suoi compagni. Insieme formarono davvero un trio rivoluzionario all’interno della storia della letteratura polacca. Simili eppure diversi, rappresentarono -ma continuano a farlo – la voce discordante di chi voleva il cambiamento. Oltre all’immagine dei tre spadaccini di Dumas, a me piace considerarli anche come un Donchisciotte con tre personalità, accomunate tutte, però, dalla lotta contro i mulini a vento – o il peso di una letteratura da rinnovare.

Oggi, 24 febbraio, ricorre l’anniversario di nascita di Witkacy, il membro del terzetto forse rimasto più sconosciuto in Italia. Stanisław Ignacy Witkiewicz – o, per i più, Witkacy – aveva già nelle vene l’arte, suo padre stesso era infatti pittore e architetto, sua madre un’insegnate di musica e quando venne battezzato la sua madrina fu Helena Modrzejewska. Impossibile trovagli una categoria. Non possiamo dire che fu un pittore polacco, nemmeno un autore o un filosofo: fu tutti e tre, e molto altro. Witkacy fu uno di quei personaggi che tendiamo a definire geniali ed eclettici non solo per la sua originalità ma anche perché il suo operato, il suo contributo all’Arte, ricopre moltissimi campi. Ma andiamo con ordine. Witkacy iniziò a disegnare davvero in tenera età e a soli 17 anni vide pubblicata una collezione di saggi filosofici sotto il titolo di Marzenia Improduktywa. Dopo gli studi a Leopoli, che gli garantirono la conoscenza e amicizia con l’antropologo Bronisław Malinowski, Witkacy compì diversi viaggi in Europa che lo condizionarono e aiutarono la sua arte e la sua creatività. Dopo diverse storie d’amore burrascose che lo portarono in uno stato di profonda depressione, Stanisław accettò di partire per la Papua Nuova Guinea con la spedizione di Malinowski allo scopo di documentare fotografando e illustrando le diverse fasi della ricerca. Purtroppo, però, al loro arrivo in Australia vennero a conoscenza di quello che stava accadendo sul vecchio continente: siamo nel 1914 e in Europa è scoppiata la Prima Guerra Mondiale. Questo avvenimento segnò la vita del giovane artista il quale, dopo screzi con l’antropologo e poiché il viaggio non lo stava aiutando nel superare la fase depressiva, decise di tornare in patria e arruolarsi nell’esercito; nel 1916 lo troviamo a combattere con il reggimento di Pavlovskij ma venendo ferito in modo grave gli fu impossibile un ritorno al fronte.

Un altro dei momenti chiave che influenzò sicuramente la sua visione artistico-filosofica fu sicuramente la Rivoluzione d’Ottobre di cui fu testimone e motivo che lo convinse a tornare a Zakopane. Fu in questo periodo che venne accolto nel gruppo dei formisti e di cui divenne uno dei maggiori esponenti. Si aprì così un periodo più tranquillo, fatto anche di pubblicazioni di saggistica. Il 1930, inoltre, segna l’incontro con i due moschettieri Schulz e Gombrowicz. Verso la metà degli anni ‘30, Witkacy, iniziò a presagire l’imminente catastrofe che avrebbe sconvolto non solo l’Europa ma il mondo intero; fu così che, nel settembre del ’39, dopo l’invasione tedesca dela Polonia, si spostò verso Est ma quando apprese la notizia dell’invasione in arrivo anche da parte dell’Armata Rossa, decise di togliersi la vita.

Come spesso accade sono i vissuti più difficili quelli che, in campo artistico, danno di più. È quel sentire il mondo in modo del tutto diverso, percepirlo, vederlo così forte, reale, con un occhio critico e vigile che ha fatto di alcuni personaggi dei veri e propri geni – o pazzi. Witkacy fu uno di quelli. Una di quelle personalità che giace sulla linea di demarcazione tra genialità e follia. Ebbe l’ardore di rivoluzionare l’arte e il modo di guardare ad essa, i suoi disegni vengono spesso definiti demoniaci e i suoi testi teatrali annegano nell’assurdo. Ebbe la sensibilità di presagire il destino del mondo, non solo per quanto riguarda la Seconda Guerra Mondiale, ma anche per quel sonnambulismo cieco metafisico di cui è vittima la società moderna. Secondo l’autore, infatti, la massificazione ha ridotto l’uomo a consumatore passivo incapace di sentire e vivere.

Uno dei punti di partenza della filosofia witkacjana è la coppia antinomica unità/molteplice: l’uomo è un’unita unica, particolare e irripetibile circondata da altre unità – diverse, molteplici. Secondo l’autore, alla forma pura per cercare di ridare all’uomo motivi per cui straniarsi e sorprendersi in modo da non essere più vittima della noia (nuda) e cioè della mancanza di diversità, dell’incapacità di sentire e meravigliarsi del mondo: l’uomo prima faceva esperienza diretta dei misteri dell’esistenza, ma la rivoluzione sociale e la massificazione portano alla perdita di queste diversità, di queste unicità, producendo individui tutti uguali. La morte del soggetto è causa della morte della metafisica: l’uomo non si pone più domande sul senso dell’esistenza. È per questo motivo che Witkacy si rivolge all’arte e modernità lo ha allontanato da questo sentire profondo facendolo annegare nella noia. Al contrario, lo stupore (zdumienie) è tipico della scoperta e genera domande, curiosità e ansia metafisica – o la volontà di penetrare i segreti del mondo.

Witkacy

Questo è ciò che caratterizza l’arte di Witkacy, sia quella su tela che quella della parola scritta. I personaggi delle sue opere sono uomini che potremmo definire outsider, ma sono proprio loro quelli più vicini alla verità, i pazzi da ascoltare. Sono loro, con le loro esistenze al limite, con i loro eccessi che tentano ancora di salvarsi dalla catastrofe narcolettica in cui sta precipitando il mondo. Cercano di provare quell’ansia metafisica (niepokòj metafizyczny) necessaria per contrastare l’omologazione attraverso esperienze forti che gli permettano di sentire la realtà, lo straniamento, vogliono sentirsi individui e non membri di un gruppo spersonalizzato. Tutto ciò non resta a livello del personaggio ma si traduce anche nella forma della sua drammaturgia. L’artista deve essere in grado di eliminare quegli artifici e formalità che irrigidiscono, bisogna che l’artista sia in grado di deformare la psicologia dei personaggi e del mondo così da suscitare nello spettatore quel sentimento metafisico assopito: la scena, dice Witkacy, deve assomigliare al cervello di un pazzo (mózg wariata). Questa deformazione è il concetto che sta alla base della sua idea di forma pura, l’arte deve svincolarsi dall’intento mimetico del reale. Ed è il risultato che abbiamo anche nella pittura. Lo si può far sedere a tavola con Goya a pure Dalì per le sue tele irreali e surreali, piene di colori e di nulla. O forse di tutto. Le sue opere non ritraggono un sereno paesaggio campano, una natura morta, uno stagno con le ninfee… i suoi quadri sono immagini sulle immagini, immagini nelle immagini, sono deformi, con visi allungati, colori messi insieme in modo quasi disturbante. Sono quadri che impressionano, persi in dimensioni semi-oniriche, proiettate nella sfera degli incubi, del subconscio…questo perché, come scrive Kaczmarski nella sua canzone Autoportret Witkacego “Widzę kształt rzeczy w ich sensie istotnym” – vedo la forma delle cose nel loro senso esistenziale. Senza il soporifero filtro della realtà, logorata e ridotta a schiava del consumismo.

Witkacy è uno di quegli autori che bisogna “provare”. Personalmente non sono una fan dell’autore, i testi che ho letto non mi hanno convinta. Mi piace però il Witkacy teorico, la sua visione artistico-filosofica. Fu una persona così eclettica che è normale non andare d’accordo con una delle sue declinazioni. Questo ovviamente non toglie merito all’artista e all’innovatore che è stato. Mi piace immaginarlo seduto in un caffè parigino immerso in fumi di varia natura con Baudelaire, Dalì, Goya e Coleridge. Si sarebbe trovato a suo agio.

Ja bardziej niż wy jeszcze krztuszę się i duszę
Ja częściej niż wy jeszcze żyć nie chcę a muszę
Ale tknąć się nikomu nie dam i dlatego
Gdy trzeba będzie sam odbiorę światu Witkacego

Elenco delle principali opere letterarie di Witkacy:

Pożegnanie jeseni – Uscito in Italia con il titolo di Addio all’autunno nel 1969

Nienasycenie (1930) – Uscito in Italia con il titolo di Insaziabilità nel 1973

 

 

 

Iscriviti alla newsletter di PoloniCult

Iscriviti per ricevere in anteprima le novità di PoloniCult, la raccolta dei nostri migliori articoli e contenuti speciali.

I agree to have my personal information transfered to MailChimp ( more information )

Non ti invieremo mai spam, rispetteremo la tua privacy e potrai recedere in ogni momento.

57 Condivisioni