Quattro notti con Anna: storie di amore tossico.

 Quattro notti con Anna

Nel 2008 Quattro notti con Anna ha segnato il ritorno alla regia di Jerzy Skolimowski dopo anni di inattività

 

di Salvatore Greco

La lunghissima carriera di Jerzy Skolimowski non è stata una scalata di magnifiche sorti e progressive, ma anzi ha conosciuto momenti di calo e di buio. Per un lungo periodo iniziato nel 1992 e durato quasi diciotto anni il regista si era ritirato a vita privata, prima di tornare sulle scene con un capolavoro delicato come Quattro notti con Anna.

Su PoloniCult abbiamo dato spazio al regista di Łódź in più di un’occasione affrontando, di recente, un suo vecchio film e qualche tempo fa con il suo film più famoso, Essential Killing con cui Quattro notti con Anna ha molti punti in comune, non sul piano della storia quanto su quello della poetica con la radicale incomunicabilità a fare da nervo pulsante di entrambe le pellicole.

Quattro notti con AnnaIl protagonista di Quattro notti con Anna è Leon Okrasa, un uomo colpito da una leggera forma di autismo che lo relega a una vita fatta di rapporti ridotti al minimo in qualità e quantità, senza che la sua mesta occupazione -si occupa del crematoio dell’ospedale cittadino- sia di benché minimo aiuto. L’alienazione è completata dal quadro sociale in cui si ritrova a vivere, quello di un piccolo villaggio rurale dell’entroterra polacco. Le uniche persone con un ruolo emotivo nella vita di Leon sono la donna che l’ha cresciuto, e che lui chiama nonna, e un’infermiera di nome Anna che vive nella casa di fronte alla sua. Sono entrambi rapporti modesti e difficoltosi e in modi diversi al limite della morbosità. Nei confronti della “nonna”, Leon ha una forma di affetto filiale e cura sincronizzato tra sussurri e medicine, mentre per Anna il protagonista prova una forma rudimentale d’amore e attrazione, un sentimento tanto sincero quanto goffo come non potrebbe essere diversamente per via della sua condizione mentale e che si compone appunto di malinconici momenti a scrutarla dalla finestra. Oltretutto c’è una barriera quasi istituzionale a rendere le cose più difficili al povero Leon, accusato anni prima di uno stupro ai danni della stessa Anna di cui in realtà era stato solo uno sfortunato e turbato testimone.

Qualcosa cambia in modo radicale quando la nonna muore, è l’evento che causa una svolta nella vita di Leon, lo strappo nel cielo di carta che in qualche modo risveglia in lui una nuova consapevolezza e un desiderio di agire o almeno il disperato bisogno di rendere più reale l’ultimo contatto umano che gli è rimasto, quello con Anna appunto. Naturalmente non esiste un modo per cui possa farlo normalmente, l’impossibilità di mezzi e di situazioni è irreversibile e la capacità comunicativa di Leon, già di per sè manchevole fino all’estremo, si fa inesistente al momento di esternare sentimenti complessi. Così l’uomo si ingegna, fa sì che Anna inizi a prendere inconsapevolmente un sonnifero e le fa visita nella notte, per quattro notti, le quattro notti con Anna per l’appunto.

Leon, l’abbiamo detto, è un uomo apparentemente morboso, coinvolto in ambigue questioni di furti di protesi e con la dedizione nei confronti di Anna propria di uno stalker, ma quando ottiene questa vicinanza forzata non c’è niente di nemmeno lontanamente sessuale in ciò che fa quanto piuttosto un’intimità delicata fatta di piccoli gesti assimilabili tranquillamente a delle tenerezze come rimboccarle una coperta o sparecchiare. Nella sua attenzione a non farsi scoprire c’è anche il desiderio di comunicare la propria presenza, così Leon regala ad Anna un anellino o porta via il suo orologio a cucù per farlo riparare. Proprio quest’ultimo atto semplice e banale lo farà scoprire dalla polizia alla quale ovviamente non c’è modo di spiegarne l’innocenza. L’idillio con la detenzione di Leon conosce la sua fine, le quattro notti saranno destinate a non avere una prosecuzione.

Quattro notti con Anna

Ancora una volta Skolimowski si spinge nei meandri dell’incapacità di comunicare approfondendo situazioni ambientali nelle quali questa è portata all’estremo, come nel caso di Quattro notti con Anna: quello di un ritardato mentale innamorato della donna del cui stupro è stato accusato. L’estremità del caso di Leon è straziante e commovente nella sua incapacità di darsi una risposta e crea un’empatia profonda con il personaggio che va al di là della solidarietà per i suoi mali, ma va al profondo delle idiosincrasie di ognuno di noi quotidianamente di fronte a situazioni in cui l’incomunicabilità è il proverbiale convitato di pietra.

Con l’interpretazione magistrale di Artur Steranko e Kinga Prejs e le scelte di fotografia azzeccatissime nel ricreare quella cupezza che affatica gli occhi e del cui valore simbolico è quasi superfluo parlare, Quattro notti con Anna è un ritratto lirico dolce e tragico allo stesso tempo, la storia di un amore tossico, nel senso che produce tossine ineliminabili, avvelena la vita del protagonista che lo desidera senza poterlo realmente ambire.

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