(Quasi) vent’anni senza Kieślowski

Kieślowski

A diciannove anni esatti dalla scomparsa riscopriamo la poetica di Krzysztof Kieślowski, pietra miliare del cinema polacco.

di Adriano Natale

Oggi è venerdì 13 marzo 2015 e sono passati precisamente 19 anni dalla morte di uno dei più noti registi del cinema prima polacco e poi internazionale, Krzysztof Kieślowski. La redazione di PoloniCult, e io in prima persona, non avremmo potuto esimerci dal ricordare l’importanza di questo autore. Kieślowski viene a mancare proprio pochi anni dopo aver ottenuto massimi riconoscimenti nel panorama cinematografico internazionale, con l’assegnazione del premio speciale della giuria al Festival di Cannes e il Felix (attuale European Film Awards) per il suo “Breve film sull’uccidere” (1988, una versione lunga di “Decalogo 5″). Probabilmente i successivi, sarebbero stati gli anni più prolifici dell’autore, quelli del raggiungimento della massima maturità artistica e intellettuale.

Anche se l’affermazione sul piano internazionale arrivò con Cannes e Felix, nel 1979 Kieślowski con il suo “Amator” (Il Cineamatore) aveva già vinto, insieme all’italiano Francesco Rosi e lo spagnolo Juan Antonio Bardem, il Festival cinematografico internazionale di Mosca (MIFF), guadagnando la stima e l’ammirazione in patria e in tutta Europa. Tra i registi polacchi solamente Andrzej Wajda con “La terra della grande promessa” (Ziemia obiecana, 1975) si era aggiudicato la vittoria del MIFF. È facile immaginare la vittoria di Kieślowski come un passaggio di testimone, vecchia scuola e nuova generazione. Successivamente l’unico regista polacco a cui sarebbe stato assegnato il primo premio fu Zanussi nel 2000 con “La vita come malattia sessualmente trasmessa” (Zycie jako śmiertelna choroba przenoszona drogą płciową).

Il cinema di Kieślowski è molto singolare, può sembrare una considerazione banale, ma in realtà non lo è e vi dico perché. Per capire la particolarità del metodo, le intenzioni e le finalità del cinema di Kieślowski è necessario analizzare quali furono i criteri di scrittura cinematografica della generazione precedente. Lo stile e l’approccio al cinema della cosiddetta scuola polacca del dopoguerra, di cui ho già brevemente scritto in un precedente articolo, si costituirono molto naturalmente sulla primordiale necessità di raccontare una realtà molto recente e strettamente legata al suo piano storico. La guerra, come in molti paesi d’Europa e del mondo, in Polonia fu il grande e devastante decamerone di romanzi drammatici da cui molti registi tra il ’48 e il ’58 come Wanda Jakubowska, Alexander Ford, Andrzej Wajda o Andrzej Munk, trassero le proprie personali sceneggiature, raccontando tanto con la finzione quanto con il documentario, la realtà.

Raccontare la realtà presuppone di per sé un approccio inevitabilmente descrittivo, quindi volutamente testimoniale. La rottura di questo schema (non solo sul piano tematico), rappresenta in qualche modo la caratteristica fondamentale del modo di fare cinema di Kieślowski, un leitmotiv stilistico: una naturale intenzione di “raccontare” il reale e il mondo senza spiegazioni definite, che lasci fluttuare lo spettatore principalmente sul piano emozionale del film, offrendo dei misteri anziché delle interpretazioni. Lasciare allo spettatore una testimonianza che evapori.
Egli stesso, non sapendo se stesse mostrando o no il suo punto di vista nel film, reputava importante avvicinarsi allo spettatore prima di tutto sul piano emozionale e solo successivamente sul piano tematico. Chiarirsi con lo spettatore non fu mai una finalità, preferiva piuttosto che fosse il pubblico a crearsi un personale punto di vista, anche durante le più empiriche scene della prima produzione documentaria.
Questa la poetica che Kieślowski sostenne durante tutto il suo percorso cinematografico, dal cinema documentario al cinema di finzione. Una poetica che ha fornito a noi spettatori, un unico strumento emotivo di analisi e di fruizione, sia durante la visione di film documentari quali “L’ospedale” (Szpital, 1976), “La stazione” (Dworzec, 1980), “Le teste parlanti” (Gdające głowe, 1980), sia durante film a soggetto come “Destino cieco” (Przypadek, 1981), “Senza fine” (Bez końca, 1984), “La doppia vita di Veronica” (La double vie de Véronique, 1991), “Film blu” (Trois coleurs: bleu, 1993).

Un cinema in cui il dramma e le vicende non si modellano attraverso una rappresentazione imitativa del reale, ma tramite il progressivo accostarsi di elementi non drammatici. Kieślowski non racconta gli eventi, ma le loro periferie sensibili, lasciando che lo spettatore avverta e immagini come stiano accadendo, e consentendogli una percezione molto personale dei principali momenti del film. Fornire suggerimenti piuttosto che soluzioni. Offrire allo spettatore spunti percettivi e riflessivi senza mai un approccio dogmatico. Kieślowski ha sempre rifiutato naturalmente l’imposizione di un messaggio interpretativo e chiarificatore circa l’essenza del mondo, disinteressandosi totalmente della questione. Invece gli fu sicuramente a cuore che del mondo non si mostrasse una sola facciata, limitandolo a un’interpretazione monosemica del reale, ma che si offrisse allo spettatore la possibilità di sviluppare una personale visione esegetica delle azioni e delle vite dei protagonisti dei suoi film, siano essi attori della vita o del cinema.

Di un così attento osservatore interessato prima alla registrazione fredda e attiva del reale, poi alla costruzione di personaggi, storie e schemi cinematografici singolari, vorrei sapere di più. La mia curiosità si spinge oltre i limiti dell’indagine cinematografica, utile ma non abbastanza efficace per la comprensione di Kieślowski in quanto uomo. Il cinema ci fornisce strumenti e materiale per comprendere l’artista, o meglio l’artigiano, come egli stesso era solito definirsi, ma non l’uomo che si nasconde dietro la macchina da presa. Proprio il fatto di non imporre un personale punto di vista nel suo cinema, non ha permesso una totale comprensione del regista in quanto uomo. In questa direzione sarebbe bello poter esplorare i luoghi, parlare con le persone che hanno ispirato la sua “missione” di osservatore dell’umanità e perché no, realizzare un documentario che racconti la vita di questo autore e il suo aspetto puramente umano.

Precisamente a un anno dal ventennale della scomparsa, PoloniCult crede che non si possa lasciar passare inosservato un anniversario del genere, né che questo arrivi senza un lavoro che celebri e approfondisca la figura di un autore così importante e di un artista così profondamente attento all’umanità e alle sue inesauribili sfumature.
Se avete idee e voglia di partecipare, scriveteci, perchè proprio come Kieślowski vorremmo riuscire a dare una visione non univoca dell’uomo e del regista e gli occhi di una comunità valgono molto di più degli occhi di un uomo solo. Che ne pensate?

Per chi fosse totalmente sprovvisto consiglio di vedere:

Documentari
Szpital – 1976
Dworzec – 1980
Per vederli tutti vi consiglio un bellissimo cofanetto che ho acquistato anni fà: Krzysztof Kieślowski. Polska Szkola Dokumentu.

Film a soggetto:
La nota trilogia “I tre colori”
Tre colori: film blu – (1993)
Tre colori: film bianco – (1994)
Tre colori: film rosso – (1994)
Degna di nota, questa edizione speciale che li contiene tutti: Krzysztof Kieslowski – Tre Colori (3 Dvd)

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