I Prelunari (estratto in italiano) – Anna Kańtoch

 

di Anna Kańtoch, traduzione italiana a cura di Francesco Annicchiarico

FINNEN

Finnen… Ovviamente, potete chiamarmi così. Qui mi chiamano tutti così. Il mio vero nome suona in modo simile, ma è decisamente più difficile da pronunciare.

Vi racconterò ancora del Giorno Zero, anche se l’ho fatto già tante di quelle volte che comincio ad averne abbastanza.

Il Giorno Zero… Noi non lo chiamavamo così, siete stati voi a dargli questo nome, noi ne usavamo altri. Come per Lunapolis, o per gli ingegneri, le torri Principium e Equilibrium, e molti, molti altri. Nomi di persone e di cose che creano confusione, non è vero? Per facilitarvi le cose userò la vostra nomenclatura, penso che renderà più semplice la comunicazione per entrambe le parti.

Io, Finnen, quella donna che chiamate Kaira e suo fratello Niraj, siamo i colpevoli di ciò che è accaduto nel Giorno Zero. O almeno questo è quanto ritiene la maggioranza dei Nuovi Terrestri. Io non ne sarei così sicuro. Può darsi che la storia sarebbe andata proprio nello stesso modo, se non avessi mai incontrato Kaira o suo fratello. Tuttavia mi piace pensare che il destino dei due mondi sia dipeso da quel breve istante sulla Piazza dell’Acqua, quando notai Kaira tra la folla. Può darsi che tutto sarebbe completamente diverso oggi, se fossi rimasto lontano a qualche decina di passi. Forse…

Per comprendere come si sia arrivati al Giorno Zero, bisogna prima capire noi: ciò che eravamo e il posto in cui siamo cresciuti.

La risposta più semplice, ma forse non la più adeguata, è che eravamo giovani. Avevo ventun anni, a contare secondo il vostro metodo, ma se mi avessero fatto questa domanda a quel tempo avrei dovuto pensarci prima di rispondere, prima di attribuirmi gli anni trascorsi durante i Salti. Il nostro sistema di misurazione del tempo era complicato, magari ne parlerò in un’altra occasione.

Per ora è importante dire che eravamo giovani, e i giovani credono di poter cambiare il mondo.

Rispondere a una domanda su com’era la città in cui eravamo cresciuti è cosa ben più difficile.

Da bambino mi sentivo schiacciato. Se alzavo la testa mi mettevo a fissare le torri collegate con i ponti, così alte in aria che il solo guardarle mi dava il capogiro. Quella rete di strade aeree proiettava sulle zone più basse di Lunapolis un sistema intricato di ombre, quasi come se sopra di noi abitasse un gigantesco aracnide. Più in basso c’erano scale invece delle strade, alcune mobili e altre no. Lungo di esse si susseguivano i palazzi di pietra nera, ciascuno con almeno un paio di pannelli lunari sul tetto, ciascuno collegato a un sistema di tubature grandi e meno grandi. Il riflesso del sole rosso splendeva tanto sul metallo che sulla pietra, e a volte soprattutto sul fare della sera, sembrava che l’intera città grondasse sangue.

Da bambino avevo paura di Lunapolis, e non ho mai smesso di averne anche da adulto, ma ho anche imparato ad amarla.

Uno dei miei primi ricordi è legato ad Hala. Mi piaceva andarci con mio fratello. Ary frugava nel cibo in cerca di qualcosa di buono, e io restavo a fare il palo ai vagoni straripanti, incrostati di ghiaccio, che arrivavano a Hala, dove venivano svuotati su alcuni tavoli oblunghi. Paf, paf: frutta congelata, verdure ma anche piccioni, interi, con le piume, gli artigli delicati e gli occhi neri come perline. Era tutto molto affascinante, perché a Lunapolis non c’erano uccelli veri, ma solo automi.

Erano prodotti che arrivavano dalle province, da posti ormai disabitati. Erano gli automi a coltivare le piante, ma anche ad allevare i frutti di mare e quei piccioni, in enormi serre illuminate da soli artificiali, e poi le spedivano con la Ferrovia in città. Era tutto gratuito, solo il cibo preparato dai cuochi-artisti era in vendita. Lo svolgimento meccanizzato degli obblighi di base ci aveva permesso di concentrarci al massimo sulle arti e le scienze, e non per vezzo, ma per necessità. Procurarsi il cibo o altre impellenze del genere aveva frenato per molti anni il nostro sviluppo, e in base alle istruzioni dei Prelunari, noi dovevamo ambire alla perfezione.

Già ai miei tempi non c’erano più operai semplici a Lunapolis, perché nessuno di loro sarebbe stato capace di sopravvivere ai Salti. A dire la verità, c’erano artigiani, impiegati e persino venditori ambulanti, e ognuno era specialista del proprio mestiere, altrimenti aveva altre qualità. Ma a svolgere tutti i lavori complicati e umilianti erano i criminali, rinchiusi in delle armature di metallo.

Cos’altro ricordo della mia infanzia? Soprattutto gli ingranaggi della città, che restavo a fissare come tutti i bambini. L’interno dei motori, le loro viscere, le arterie e le vene – tutto ciò che nel vostro mondo è nascosto, nel nostro è esposto alla vista di tutti. Gli ingranaggi delle Ferrovie, gli ingranaggi dei pannelli lunari e dei teatri celesti, degli orologi e delle scale mobili – tutto aveva qualcosa di originale, ogni cosa era una singola opera d’arte, sottratto alla curiosità del pubblico da una grata metallica. Le parti erano in ultraferro azzurro, non arrugginivano, erano resistenti all’acqua, al freddo e alla neve. In effetti l’ultraferro, il ferro definitivo, era resistente a tutto. Ad eccezione del passato.

Cos’altro c’è da ricordare? Forse solo il fatto di essere figlio di Equilibrium, e di condividere con mia madre circa il quaranta per centro del mio patrimonio genetico. È una media bassa, avevo conosciuto anche chi era perfetto, copie al cento per cento dei propri genitori, ma anche chi non aveva niente in comune con la madre o il padre, dal punto di vista genetico.

Il mio restante sessanta per cento è composto di geni provenienti da Equilibrium. Mi avevano concesso più di un talento genetico: potevo dipingere su vetro e gesso, scrivere poesie, a volte cantavo e componevo canzoni, ero anche un attore niente male. Tutto ciò mi rendeva capace di svolgere molto bene tutti questi compiti, per non dire splendidamente bene. Questo è il destino di chi viene creato dagli ingegneri di Equilibrium.

Ero un bambino curioso e sono cresciuto diventando un ragazzo curioso. Mi tuffavo a rotta di collo in ogni avventura possibile, ma allo stesso tempo nutrivo l’ambizione di trattare la vita con cinico distacco. Il cinico distacco non è qualcosa che sopravviene facilmente allo spirito di un ventenne, quindi cercavo di impegnarmi al massimo. Ho sempre avuto un’immaginazione nutrita, pensavo troppo, così mi diceva la gente, mi piaceva spaccare in quattro il capello. Ancor di più mi piaceva pensare di me che fossi complicato, sensibile e originale. Per molti aspetti credo di essere stato davvero fastidioso, eppure ero simpatico a un sacco di gente. Soprattutto alle ragazze, che mi ritenevano di bell’aspetto, bravo a letto e dotato di un bel paio di occhioni.

Ero anche insolitamente sveglio, un po’ impulsivo e un po’ capriccioso. Ricordare tutto ciò è importante, chiarisce perché avessi bisogno di Kaira. Kaira invece aveva bisogno di me per tutt’altri motivi.

Nonostante tutto, questa storia comincia con un Salto.

1

Finnen dipingeva di fretta, sforzandosi di cogliere l’irreale sensazione arancio-vermiglio dell’imminente Salto.

Aveva già immerso il vetro in un primo strato di pittura e ora lavorava sul secondo, quello più esterno. Una volta accesa la luce adatta, il quadro avrebbe preso vita spandendo sulla camera le ombre colorate, ed entrambi gli strati di colore si sarebbero fusi e avrebbero prodotto l’effetto voluto.

Questa era l’idea di Finnen. I suoi lavori erano stati buoni e meno buoni, ma questo quadro, si era detto, entrerà a far parte dei migliori. Da quando i Prelunari avevano annunciato la data del prossimo Salto non riusciva a contenere l’entusiasmo di cominciare a dipingere.

«Mi scoccio.» Alika era alle sue spalle immersa nella luce infuocata del sole. Finnen sentì l’aroma di un profumo speziato, le maniche del suo vestito gli avevano sfiorato un braccio. «Non dovremmo già andare?»

«Un momento», sussurrò.

«Faremo tardi», si lamentò lei «E tu devi ancora cambiarti. Io non mi farò mica vedere in piazza con uno che ha ancora addosso il grembiule sporco di colori.»

«Zitta», ringhiò lui «Andremo quando avrò finito.»

«Posso andarci anche da sola.» Lei si scostò sbuffando, anche se in fondo non è che si fosse proprio offesa. Finnen era un artista, e gli artisti avevano il diritto di essere bruschi. Le ragazze, soprattutto quelle come Alika, si aspettavano proprio questo, consapevoli che un pizzico di brutalità aggiungesse pepe alla loro relazione.

A parte questo, entrambi sapevano che nessuna ragazza perbene sarebbe mai andata da sola in piazza per il Salto, e cercarsi un ragazzo all’ultimo minuto era fuori discussione. Ed erano tre settimane che Finnen faceva di tutto per lei: le aveva mandato fiori e cioccolatini, aveva scritto poesie e ritagliato uccellini di carta per lei. Alika aveva accettato con piacere, celebrando il rituale dell’appuntamento. Quando sarebbero ritornati al loro appartamento stracolmo di cose dopo il Salto, gli avrebbe permesso di farsi portare a letto e festeggiare l’essere sopravvissuti, così come avrebbero fatto altre migliaia di abitanti di Lunapolis.

«Ho finito», disse lui pulendosi le mani sul grembiule.

Si voltò e le sorrise. Vederla gli aggiustava sempre l’umore e gli risvegliava l’orgoglio del conquistatore.

Alika aveva la pelle morbida color caffellatte, grandi occhi e capelli oro scuro in cui erano infilati fiori di magnolia. Un abito rosso fragola sottolineava la sua silhouette magra, il più alla moda della stagione, con una parte superiore aderente e una gonna ampia a forma di tulipano rovesciato. Alika era bella come un’opera d’arte, perfetta nei minimi dettagli.

Finnen le aveva tolto malvolentieri gli occhi di dosso. Si cambiò, con la sinistra prese una bottiglia di vino, e nella tasca dell’ampia giacca infilò un pacchetto di coriandoli. Ad Alika porse la mano libera.

«Hai paura?» le chiese.

«Certo che no», rispose sorpresa che Finnen potesse farle una domanda simile.

«Neanch’io», aveva mentito lui.

2

Soffiava un ventaccio penetrante, e il sole era basso sui tetti dei palazzoni di pietra e metallo. Quel disco purpureo ricordava un tizzone incandescente sotto la cenere; residui di fulgore si riflettevano sui pannelli lunari, che facevano capolino dai tetti come fiori meccanici.

Finnen abbottonò la giacca e allungò il passo, tirandosi dietro la sua ragazza.

«Piano!» protestò lei.

«Magari così non faremo tardi», mormorò lui, prima di rallentare.

Ora scendevano per le scale mobili. Un metro più sotto, cambio di visuale e il groviglio di tubature di un palazzo si intrecciava per dar vita all’abbraccio amoroso di una coppia. Un metro più giù e una visuale ancora diversa. Un’intera facciata coperta di visi di bambine, alti almeno mezzo piano. Trecce di sbarre d’acciaio, occhi illuminati dalla luce di lampade a gas, guance soffici di placche metalliche sagomate. Un metro ancora in basso: steli di rame che si arrampicavano sui muri, trasportando il peso di foglie grandi come piatti e lunghe spine appuntite.

Quelle tubature conducevano acqua calda e gas nelle case e portavano via i rifiuti. Di solito erano disposte seguendo un banale pragmatismo, ma a volte seguivano motivi intrecciati, oblunghi, o compivano salti a rompicollo, e tutto questo per creare un disegno unico e irripetibile. Questa era Lunapolis, la città in cui il giudizio cedeva sempre il posto alle necessità dell’arte.

Ogni tanto si poteva vedere i meccanoidi passarci sopra, cigolanti sulle zampette argentate, e più ci si avvicinava alla piazza dell’Acqua più si addensava la presenza degli altri abitanti, a coppie o in gruppi. Erano tutti vestiti a festa, la maggior parte di loro portava bottiglie di alcolici costosi. Alcuni avevano delle lanternine di carta legate al polso, che si alzavano sullo sfondo di un cielo sempre più scuro.

«Ho freddo», aveva detto Alika.

«Vuoi la mia giacca?» Finnen si era ricordato un po’ in ritardo delle maniere da gentiluomo.

«No.» lei tirò su col naso «Se la metto non si vedrà più il vestito.»

Il buonsenso gli suggerì di tenere a freno la lingua.

«È tutto così strano», continuava Alika «Sembra tutto così sfocato e irreale, come in un sogno…»

«È a causa del Salto», chiarì Finnen «Dovresti saperlo, non è la prima volta per te.»

«Ero troppo piccola.»

Nonostante da piccolo Finnen avesse assistito a due Salti, non riusciva proprio a restare calmo. Era raro che il Salto portasse via i bambini, per esser precisi erano solo gli adulti a essere coinvolti. E per loro due questo era il primo Salto a cui assistevano da adulti.

Arrivarono in piazza tra gli ultimi, nel momento in cui in cielo apparivano le lettere scarlatte.

«59 ANNI AL RISVEGLIO», questa la dichiarazione dei Prelunari dal fondo del Pozzo. «LA POPOLAZIONE DELLA CITTÀ È DI 15 628 121 ABITANTI».

Finnen si guardò intorno. La piazza dell’Acqua era il punto principale e insieme il più basso di Lunapolis. Circondata da enormi palazzi, tra cui troneggiavano le torri di Principium e di Equilibrium, dava sempre l’impressione di essere più piccola di quanto fosse davvero. E adesso, stipata ai limiti dell’inverosimile, sembrava minuscola.

Finnen osservava la folla mentre in cielo apparivano delle altre cifre. Alcune donne si erano avvolte negli scialli per proteggersi dal freddo, altre invece – come Alika – preferivano tremare per mostrare il vestito di tutti i colori dell’arcobaleno. Un gruppo di giovani faceva circolare di mano in mano una fialetta con delle pastiglie di barbiturici, accanto a loro tre figure imponenti nascondevano il volto sotto enormi cappucci. Se uno di questi si fosse abbassato, Finnen avrebbe scorto la punta di un orecchio animalesco.

Aveva riconosciuto subito gli storpi seduti sugli ampi cornicioni della torre più bassa. Gli animatori erano piazzati nelle cabine di cristallo dei meccanoidi, solo loro potevano comandare quegli animali meccanici. Persino gli eccentrici si distinguevano nella folla. E il resto? Quale azienda aveva potuto creare quattro uomini identici, dalle espressioni così serie in volto? O quella ragazza dalla pelle scura, vestita in quell’abito pesante, da cerimonia funebre? Era stato Principium o Equilibrium? O forse una delle meno importanti?

«Il quarantotto percento degli abitanti sono figli di Principium, e solo il trentun percento appartiene a Equilibrium», gli aveva sussurrato Alika all’orecchio «Questo è ciò che dicono i Prelunari», aveva aggiunto per poi abbassare ancora la voce «Il vantaggio che abbiamo su di voi è schiacciante.»

Finnen la prese per mano, sforzandosi di non lasciar trasparire un’espressione contrariata o spaventata. Molta più gente di Principium era sopravvissuta agli ultimi Salti, rispetto a quella di Equilibrium, il che si era immediatamente riflesso sulle prenotazioni dei bambini nelle torri delle due aziende. Non vuol dire niente, aveva pensato, prima eravamo noi a essere in maggioranza e tra qualche tempo sarà di nuovo così. L’equilibrio tra le due aziende più importanti è sempre dipeso da oscillazioni minime. Non vuol dire niente.

E invece tutto questo aveva un significato, e anche importante. Ad esempio, voleva dire che lui stesso aveva molte meno possibilità di sopravvivere al Salto rispetto a chi era stato ordinato per lo stesso prezzo alla concorrente Principium. Magari il momento negativo di Equilibrium prima o poi sarebbe passato, ma per ora nulla lo faceva presagire.

Altre cifre e altre lettere apparvero in cielo. I Prelunari enumeravano le invenzioni che avevano permesso di compiere i Salti più lunghi. «Il Centro Universale Fabbini per ambosessi: 27 anni. Lo Straordinario Sistema di Apprendimento Immediato di Ogni Lingua: 31 anni». Dopo, ovviamente, la Ferrovia. E così di seguito, per tutti i secoli di esistenza di Lunapolis.

Alika sfilò la mano dalla stretta di Finnen, e lui le passò un braccio intorno al collo. I suoi occhi brillavano, sul suo volto non c’era una sola traccia di paura. Cosa avrebbe dovuto temere? Non solo era stata creata da Principium, ma inoltre sua madre aveva pagato una somma altissima, molto più di quanto era costato Finnen.

Era bellissima, era… perfetta.

Finnen l’abbracciò, e sentì evaporare via tutta l’eccitazione. Fino a non molto tempo prima non vedeva l’ora di assistere al Salto. Voleva portare Alika nel suo studio, toglierle il vestito color fragola e amarla fino al mattino dopo, mentre nel cielo della notte sbocciavano colorati i fuochi d’artificio. Ancor di più voleva dipingere il Salto imminente e pensava anche che gli sarebbe riuscito. Era certo che non sarebbe rimasto indietro. Adesso invece tremava di freddo e di paura, e il suo dipinto di vetro gli sembrava del tutto banale. Non trasmetteva niente del reale terrore del Salto.

Quel terrore che Finnen stava provando adesso.

«È ora?» sussurrò Alika. Chiuse gli occhi come una bambina a cui si sta per mostrare una sorpresa.

«No, non ancora.»

Un cordone di guardie di sicurezza aveva cinto la piazza, immobili come statue. Le luci dei lampioni a gasi si riflettevano sui loro elmi, sugli sfollagente e sulle placche di metallo cucite sui caffetani. Erano lì perché il Salto non era soltanto un evento di gioia, ma a volte creava anche problemi. Alcuni impazzivano quando scoprivano che parenti e amici erano rimasti indietro. Finnen ricordava perfettamente la furia che gli prese quando un Salto gli aveva portato via suo fratello.

La gente raccolta in piazza si ammutolì nell’attesa, persino i bambini smisero di fare capricci. Non lontano dalla torre di Principium scoppiò un boato quando l’animatore ordinò al proprio meccanoide di genuflettersi, prima di infilarsi tra la folla. Qualcuno gli rivolse una bestemmia, qualcun altro provò a chiamare le guardie, senza troppa convinzione.

Tutto tacque un attimo dopo.

Chi portava bende sugli occhi aizzò l’orecchio, i sordi la vista. Gli storpi che aspettavano il Salto sui cornicioni erano immobili come uccelli, accoccolati, l’inquietudine sui loro visi rivolti verso il cielo. Sotto quella pelle nuda, sottile come pergamena, si scuotevano le loro ossa: Finnen riusciva a vederle addirittura da dove si trovava. Da bambino si era detto che quei rigonfiamenti sulle spalle degli storpi fossero abbozzi di ali con cui un giorno sarebbero spiccati in volo verso il sole.

L’orologio segnò il momento per il Salto. Non furono in molti a vederlo, la folla era troppa, ma nel silenzio tutti ascoltarono il rintocco.

Finnen lanciò uno sguardo oltre il braccio che stringeva Alika, alla ragazza dalla pelle scura in abito funebre. Era alta, magra e trasmetteva una sensazione di forza. Aveva un viso tondo e gentile come quello di un bambino.

Era immobile e ingobbita da un invisibile peso. Finnen lesse disperazione nel suo sguardo. Sapeva che non sarebbe sopravvissuta al Salto e cercava di accettare il proprio destino. Per questo indossava un abito funebre invece di uno celebrativo.

Finnen, che provava disperatamente a concentrarsi su altro che non fosse la propria paura, cominciò a chiedersi chi fosse quella ragazza e perché fosse tanto sicura di restare indietro. Magari era malata, o forse gli ingegneri le avevano guastato i geni, e lei lo era venuto a sapere?

Si chiedeva anche cosa ci facesse lì da sola in piazza. Erano tutti in coppia o in gruppi. Gli innamorati si abbracciavano, i genitori tenevano per mano i propri figli, gli amici si infondevano coraggio attraverso gesti di affetto. Solo quella ragazza in abito funebre era sola e inoltre dava l’impressione di non volere nessuno accanto in un momento simile. Chiusa nel bozzolo della propria tragedia, incrociò lo sguardo di Finnen, senza notarlo tuttavia, il suo sguardo attraversò il ragazzo come fosse un cristallo trasparente.

Alika ebbe un sussulto e Finnen la strinse a lui di riflesso ancora più forte.

«È quasi il momento», disse lei a voce alta tenendo sempre gli occhi chiusi, e poi si divincolò dall’abbraccio. Semplicemente si dileguò lasciando un vuoto, che tuttavia emanava ancora quel profumo di spezie.

In seguito Finnen avrebbe raccontato più volte questo momento. A seconda dell’umore o del bisogno ne avrebbe parlato con disinvoltura o preoccupazione, usando sempre termini come paura, minaccia, disperazione. Tuttavia non sarebbe mai riuscito a descrivere la sensazione provata da chi capisce che il mondo come lo conosce è balzato nel futuro, e lui è rimasto nel passato.

Le parole sollievo, stupore o felicità non potevano esprimere i suoi sentimenti, una volta capito di essersi sbagliato. E che, in realtà, era Alika a essere rimasta indietro, e lui era balzato avanti.

Qualcuno aveva strillato, questo lo ricordava, qualcuno aveva lanciato un grido stridulo:

«Guardate le scritte in cielo! Ce l’ho fatta! Ce l’ho fatta!»

«Anche io! Grazie ai Prelunari ce l’ho fatta anch’io!»

Una pioggia fredda e leggera cadeva su Finnen, che si voltò di scatto, stordito, svuotato e leggero come un grano di sale. Nel cielo strisciavano alcune enormi lettere, rese opache dalla pioggia, qualcuno urlò per leggere il nuovo conteggio dei Prelunari.

«51 ANNI AL RISVEGLIO. LA POPOLAZIONE DELLA CITTÀ IN QUESTO MOMENTO È DI 12 502 473 ABITANTI.»

Quando smise di piovere, Finnen alzò la testa. La folla si diradò, lui finalmente riuscì a vedere bene l’orologio immobile sull’ora zero, e persino il muretto di rinforzo del Pozzo in cui risiedevano i Prelunari. Un quinto, pensò. È sparito un quinto degli abitanti di Lunapolis, anche se quelli in piazza sono di certo di meno. Niente di strano, qui ci vengono solo quelli perfetti, quelli sicuri di poter festeggiare dopo il Salto.

Quelli come Alika.

Pensò alla sua ragazza, a quanto fosse terrorizzata in quel momento, eppure non riusciva a smettere di essere felice. Sentiva scorrere dentro di se un potente flusso di gioia mista a senso di colpa, e qualcosa in lui tripudiava, ripeteva quelle parole già sentite prima: « Ce l’ho fatta! Ce l’ho fatta!»

Il nuovo conteggio dei Prelunari era alto nel cielo. Le cifre si riflettevano nelle pozzanghere come in uno specchio, per poi sformarsi e svanire non appena ricominciava a soffiare il vento. Le raffiche trasportavano con se gocce d’acqua che aveva il sapore del sale. Un ragazzo provò a chiamare il suo amico, qualcuno piangeva, qualcuno provò a rallegrare qualcun altro. Nessuno faceva scenate. Erano tutti fradici di pioggia e non avevano nessuna voglia di accendere fuochi d’artificio, semplicemente se ne tornarono a casa al caldo, a piangere la scomparsa dei propri cari o a bere e a festeggiare fino al mattino. Dopo poco in piazza restò soltanto chi aveva perso qualcuno, guardandosi intorno confuso come per cercare qualcuno che si era nascosto.

Finnen non si guardava intorno, e nemmeno la ragazza in abito funebre. Il momento durò un bel po’, prima che sul viso di lei una timida gioia prese il posto dell’incredulità.

«È successo davvero?» chiese lei «Non siamo rimasti indietro?»

«Se fossimo indietro non potremmo vedere ciò che vediamo adesso.» Finnen indicò col dito l’ultima scritta che scorreva nel cielo. «PERFEZIONATEVI!»

«Lo so, ma mi sembra ancora incredibile… Io non avrei dovuto essere qui.»

«Sono i Prelunari a deciderlo, non tu», le disse lui, un po’ brusco. Il senso di colpa di lei era il riflesso delle emozioni di lui. «Evidentemente, lo hai meritato.»

Proprio come me, aggiunse lui tra sé. Sono più perfetto di Alika, e proprio non mi viene da piangere.

A volte i Prelunari riescono a scorgere negli individui cose che nessuno avrebbe notato prima.

La ragazza scosse la testa.

Gli spot delle torri Equilibrium e Principium risuonavano a tutta forza:

«Siamo di nuovo in cima! – Principium declamava con gioia. – Durante l’ultimo Salto abbiamo perso appena il ventisette percento degli uomini! E se fosse un unico gene dominante a permettervi di perdurare fino al Risveglio? Perfezionate voi stessi e i vostri figli! Non sperperate il vostro potenziale! Ricordate: il Risveglio è tra 51 anni! O preferite restare indietro come quei disgraziati? Affidatevi ai nostri ingegneri!»

«L’equilibrio è la chiave – Equilibrium ribatteva con un tono calmo, senza citare ancora i numeri. – La predominanza di un solo gene potrebbe condannarvi e trasformarvi in automi in grado di fare soltanto una cosa, e solo una, mentre la vera umanità consiste in uno sviluppo armonioso. Restate talentuosi in tutte le discipline, rallegratevi dei tanti aspetti della vita! I Prelunari apprezzano la vostra individualità complessa!»

«Ascolta.» Finnen lanciò un sorriso alla ragazza. «Nessuno sa cosa permetta di raggiungere il Risveglio. Tutti hanno una possibilità, persino chi ha avuto una madre che ha dato due spiccioli agli ingegneri.»

Lei gli rispose con un sorriso incerto, e lui sentiva in tasca il peso della bottiglia di vino. Alika non c’era più, non poteva più berla insieme a lei, quindi tanto valeva proporre di bere alla sconosciuta. Visto che era così poco convenzionale, ad essere andata da sola i piazza, magari le andava di passare del tempo insieme.

[***]

14 

«La città sta bruciando», disse Finnen non appena Kaira sbucò dall’ascensore temporale. Dime, immobile lì accanto, confermò con un solenne cenno del capo. Sembrava più eccitato che spaventato, il che era comprensibile, le mura dell’Archivio erano ignifughe. Dovevano per forza esserlo, se gli ascensori avessero preso fuoco non ci sarebbero state vie di comunicazione con il resto del mondo.

«Che stai dicendo?»

«Che la città sta bruciando», aveva ripetuto «E quella donna…» fece una pausa perché sentì che avrebbe dovuto chiamarla per nome, ma non lo conosceva «Quella donna è ancora viva.»

Kaira si inginocchiò sulla donna svenuta.

«E adesso?» sembrava disorientata «Cosa facciamo adesso?»

«Per lei o per il fuoco? Se è per il fuoco… » Finnen aveva il vuoto in testa. Chiuse gli occhi e gli pareva di vedere, quasi come se stesse accadendo davvero, Brin Issa uscire dall’ascensore e tutti loro fissarlo disperati. Cosa avrebbe significato per lui? E per Kaira?

Stringeva i pugni dalla rabbia. Il loro piano era andato in fumo, ora non potevano più uscirne.

E in quell’istante gli venne un’idea.

«Dime, che ne è delle Ali?»

«Sono rimaste sul tetto, insieme alla mia giacca. Sono riuscito a prendere solo la camicia e poi sono corso giù.»

«Bene. Andremo tutti sul tetto allora. Prima però…»

«Dobbiamo prima aiutarla a morire», aggiunse Niraj appena uscito dall’altro ascensore.

Finnen fece una smorfia, stupito. Capì un istante dopo.

Niraj sapeva già da prima che c’era da finire la donna, ma per qualche motivo voleva farlo solo quando Kaira fosse stata lì con loro. Finnen si sentì spaventato e perso al contempo. Stava succedendo qualcosa di strano lì, e lui non aveva idea di come reagire, né di come avrebbe voluto farlo.

«Dobbiamo sbrigarci», aggiunse Brin Niraj «Ho mandato un altro messaggio un attimo fa a mio padre, ho segnato col gesso i parametri di questo mondo, all’entrata dell’ascensore. Papà dovrebbe arrivare qui da un momento all’altro.»

«La città sta bruciando», sussurrò Dime quasi preoccupato che Finnen gli togliesse un’altra volta la gioia di poterlo dire. «Ma non dobbiamo uscire», aggiunse con orgoglio «Abbiamo un altro piano. Andremo tutti sul tetto.»

Finnen si voltò verso Niraj che chinò lentamente il capo.

«Kaira», disse Finnen a bassa voce «Vieni, allontaniamoci per un momento.»

«No», il figlio di Issa protestò deciso nello stupore di Finnen, che aveva mal interpretato il gesto.

«Allora resta, Kaira. In fin dei conti è stata una tua idea.»

«Lei morirà?»

«Certo», ammise Finnen provando pietà per la ragazza poco prima convinta che “non sarebbe successo niente di male a nessuno”. «Non riusciremo ad aiutarla, possiamo solo abbreviare le sue sofferenze.»

«E secondo te dovremmo farlo?»

Dentro di se Finne sobbalzò. Perché, in nome di dio, Kaira si era incaponita così tanto per affibbiargli questa responsabilità?

Le rispose dopo un attimo, controvoglia.

«Sì.»

Dime sparì nell’ombra mormorando delle scuse. Finnen ritirò la mano e strinse il polso della ragazza, e Niraj gli restituì uno sguardo bizzarro, comprensivo e soddisfatto. Come poterlo ringraziare? Finnen ricordava quello sguardo. Non lo comprese subito, non lo avrebbe compreso mai, ma se ne sarebbe ricordato.

Niraj si chinò sulla donna, le tappò naso e bocca con la mano. Finnen non distolse lo sguardo: Niraj aveva ragione, dovevano condividere la colpa.

Alla fine Finnen non riuscì a guardare il viso della donna dalla pelle scura. Lasciò che lo sguardo si fermasse poco più in basso, su quel ciondolo di valore che le pendeva dal collo sottile.

Sentì il polso di Kaira pulsare sotto le sue dita, ma nessun suono inaspettato. Nessun grido, nessun rantolo dai polmoni, niente.

Una volta finito, Kaira chiuse gli occhi alla donna, poi disse:

«La tua morte non sarà sprecata, te lo giuro.»

Finnen aveva già sentito Kaira dire banalità simili con una spiazzante serietà. Lui stesso era diventato sempre meno solenne. Così si chinò a recuperare il ciondolo, troppo speciale per essere sprecato su un cadavere.

15 

«Noi portiamo il corpo sul tetto, tu resta qui a dire a tuo padre che tua sorella ha avuto paura di te, è andata nel panico ed è corsa su», Finnen dava istruzioni a Niraj. Restava sempre meno tempo, e lui stesso si chiedeva per quale miracolo riuscisse a mantenere la calma.

«Kaira non andrebbe mai in panico», protestò suo fratello.

«Allora digli solo che l’hai vista correre per le scale. Poco importa perché l’abbia fatto, se per vedere il panorama dall’alto, o roba del genere. Oppure per cercare quelli che distribuiscono le razioni. Che differenza vuoi che faccia? Issa capirà comunque che Kaira è morta.»

Niraj fece un cenno di assenso.

«Ce la farai?» chiese Finnen. Non aveva troppa fiducia nelle sue capacità di mentire. E oltretutto c’era sempre il rischio che il fratello di Kaira fosse leale verso il padre, e non verso la sorella. In entrambi i casi, Finnen non poteva essere sicuro.

«Certo.» Niraj chiuse la bocca impaziente. «Andate adesso. Stanno arrivando.»

Chi? Chi sta arrivando?, avrebbe voluto chiedergli Finnen, prima di ricordare che Brin Issa sarebbe arrivato con i suoi uomini.

Prese in braccio la donna morta. Era alta, ma molto magra e poco pesante. Si chiese se Dime sapesse cosa stesse accadendo. A giudicare dalla sua faccia pallida, avrebbe detto di sì.

I gradini metallici tintinnavano leggermente sotto i loro passi. Finnen rimpianse di cuore la rottura del motore che le azionava. La morta pesava sempre di più.

«Posso tenerla io», propose Dime una volta al sesto piano.

«Non c’è bisogno.»

Dal decimo piano fino al tetto non c’erano più scale, ma solo pioli metallici. Finnen adagiò il corpo sul pavimento e salì. Kaira e Dime gli porsero il corpo esanime, e lui lo trascinò in alto per le spalle.

Poi si tirò su e si voltò a guardare.

Il fuoco era più vicino di quanto credessero. Bruciava l’università e l’ufficio di polizia; la stretta torre della Biblioteca sembrava cinta da una corona rossa e gialla. Le colonne di fumo grigio troneggiavano nel cielo. Non solo vicino, ma anche lontano dove il fuoco era già passato, lasciandosi dietro un’enorme scia di macerie, in cui ancora brillavano i resti di rovine carbonizzati. Un boato accompagnò il crollo del tetto della Stazione Orientale dei Meccanoidi, e per un breve istante gli ingranaggi esposti si toccarono, e Finnen poté sentirli cigolare, graffiare le pareti nude. Li sentì attraverso il fracasso delle fiamme, delle tubature e dei vetri che esplodevano dalle finestre e si frantumavano sul selciato.

Il fuoco scese inesorabilmente in basso, per le scale che conducevano all’Archivio. Tutta la piazza del Sale era ricoperta da un tappeto mobile rossastro, da cui spuntavano la testa e il torso nudo di un Minotauro di pietra. Inghiottite, un attimo dopo.

«Che il Salto vi porti via!» maledisse Kaira. Aveva gli occhi che brillavano come le fiamme dell’incendio, forse per la febbrile eccitazione.

«Torna giù», Finnen difficilmente riuscì a voltare lo sguardo dalle fiamme. In quell’immagine c’era qualcosa di terrificante e straordinario al contempo.

«Perché?»

«Non in fondo, basta il penultimo livello. Aspetta tuo padre e assicurati che ti veda. Poi corri più che puoi fino al tetto e chiuditi dietro la porta. Hai capito? È necessario che tuo padre ti veda, solo allora sarà certo che tu sia stata davvero qui, così crederà che il corpo bruciato sia il tuo.»

«Astuto.»

«Mica tanto…» sussurrò lui. Se avesse spostato quel commento su qualcun altro, avrebbe pensato che fosse uno stupido, visto che quel piano immaginato in fretta e furia faceva acqua da tutte le parti. Ma le parole di Kaira forse erano sincere. «Sbrigati.»

Kaira corse giù, e Finnen trovò le Ali. Erano sul bordo del tetto, un’altra raffica carica di fumo rovente e sarebbero precipitate. E allora sarebbe finito tutto in malora.

Il ragazzo le afferrò e le tirò a se. Qualche piuma era spiegazzata, lui cercò di addrizzarla a mano. Avrebbe voluto urlare per chiamare Dime, ma ci rinunciò. Ormai non gli sarebbe servito a niente: pallido, si muoveva come un manichino meccanico, senza più un’idea, reagiva solo ai comandi del suo amico. Nel suo sguardo si leggeva un tale smarrimento da non sapere più chi fosse. Finnen era messo meglio, anche se aveva la sensazione di divenire preda del panico, e che da un momento all’altro quella sua calma si sarebbe frantumata come vetro. Guardò davanti a se come se stesse guardando un attore in teatro e non riuscì a farsi capace del miracolo che impediva a quell’attore di mettersi a urlare con tutte le forze.

Il vento riprese vigore, le raffiche più forti portarono ancor più fumo e fuliggine. Finnen quasi soffocava, gli bruciavano le palpebre. Si piegò sulle ginocchia, tossiva e si strofinava gli occhi. Non voglio diventare cieco, non voglio diventare cieco, implorava fra se.

«Finnen? Finnen!!»

Sentì prima la voce di Dime, e poi… poi forse quella di Kaira.

«Stanno arrivando!» urlò la ragazza.

Aprì gli occhi e sbatté le palpebre mentre le lacrime gli rigavano le guance. Ci vedeva, anche se ci volle un momento prima che l’immagine diventasse nitida. Kaira stava richiudendo la botola.

«Che facciamo adesso?» chiese lei «Devo mettere le Ali, giusto?»

Lo fissava con una tale fiducia che per un attimo la odiò. Sapeva che forse sarebbe morta per causa sua.

«S-ssì» soffocò di nuovo, di nuovo gli si fece vuoto in testa.

Dime era lì accanto, bocca e naso coperti dal braccio, i capelli fradici di sudore gli si incollavano alla fronte. C’era lo stesso calore di un forno e Finnen pensò che il fuoco avrebbe raggiunto l’Archivio e che di certo non sarebbe arrivato tanto in alto, non al decimo livello, ma non importava più niente, tanto non sarebbero riusciti più a respirare.

«Non so come fare!» urlò Kaira «Aiutatemi!»

La porta della botola sussultava, qualcuno la stava colpendo dall’interno. E probabilmente stava anche urlando, e a Finnen pareva di distinguere la voce di Brin Issa.

Nessuno aveva reagito alla richiesta di aiuto della ragazza, Kaira infilò da sola le Ali e si mise a sbrogliare i finimenti di aggancio. Le tremavano le mani, le labbra erano serrate, nei suoi occhi brillava una disperata determinazione. Non guardava i suoi amici, se nessuno voleva aiutarla, si diceva, allora avrebbe fatto da sola. Poi, senza un attimo di esitazione, sbottonò il vestito e se lo sfilò, lasciando i seni scoperti.

Solo allora Finnen si riebbe. Sparì lo smarrimento, e i suoi pensieri si rimisero sul binario giusto come un vagone delle Ferrovie. Era in grado di pensare di nuovo.

Le si avvicinò, le prese un braccio e glielo scosse.

«Smettila! Non funzionerà! Non riuscirai ad andar via da qui!»

«Volerò sopra le fiamme, al sicuro, e poi tornerò. Non era questo il nostro piano?»

«Non ti basterà l’ossigeno, pazza! Perderai conoscenza e cadrai nelle fiamme! Non puoi farcela.»

La porta della botola sobbalzò ancora una volta. Finnen cercava di capire quanto potesse resistere la chiusura. Ora era quasi sicuro di sentire la voce di Brin Issa che chiamava sua figlia.

«Dovresti… dovresti nasconderti…» sussurrò Dime. Fissava il seno nudo della ragazza con un’espressione tanto stupida che a Finnen venne voglia di picchiarlo.

«E dove?» gli ringhiò. A veder bene c’erano i pannelli lunari, ma non sarebbe stato possibile infilarci nemmeno un bambino. Gli venne in mente che se Kaira fosse rimasta immobile sull’orlo, lontano dalla botola, forse suo padre non l’avrebbe notata. Se fosse già sbucato forse sarebbe già andato via… Solo che il fumo arrivava a folate, Finnen trattenne il respiro e socchiuse gli occhi per poter riprendere il respiro e potersi guardare intorno. Brin Issa, di questo Finnen era assolutamente sicuro, stava aspettando un momento del genere. Avrebbe atteso tutto il tempo necessario per ritrovare sua figlia o aspettare che entrambi perdessero conoscenza.

Anche Kaira se ne era resa conto, perché aveva mollato la presa di Finnen. Ci era riuscita senza difficoltà, l’adrenalina le dava forza.

«Io non ci resto qui», gli disse. Aveva smesso di urlare, parlava con un tono normale, il che spaventava Finnen ancor di più.

«Kaira, ti prego…» disse lui, sapendo che non c’era speranza, lei avrebbe fatto ciò che voleva.

«Spostati, per favore.»

Aveva aggiunto per favore dopo un attimo di esitazione, come se non fosse sicura che ne valesse la pena.

Le grida dietro alle loro spalle si attutirono, ma i colpi sotto la porta della botola continuarono. Il legno intorno iniziò a cedere.

Kaira si accucciò, si lanciò le Ali sulle spalle e si rimise dritta. Dime l’aiutò a stringere le cinghie. Gli tremavano le mani, ma nonostante questo se la cavò piuttosto bene. Nel suo sguardo era possibile vedere lo spavento e qualcos’altro, qualcosa che Finnen riconobbe come tristezza.

La mano della ragazza raggiunse l’interruttore sulla cintola, e sulla superficie delle Ali schioccarono delle scintille blu. Kaira lanciò un urlo quando le Ali si strinsero sulla pelle, le attraversarono il sottile strato di grasso per raggiungere i suoi muscoli. Le labbra si contorsero dal dolore, dalle spalle colavano rivoli di sangue.

«Kaira…» sussurrò Finnen.

«Sto bene.» respirava con difficoltà, tirando aria dai denti digrignati. «Sono forte, ce la farò. Ce la farò.»

Il suo volto stretto in una smorfia di dolore sembrava ancora infantile, come il viso di una bambina che sta per scoppiare a piangere.

Spiegò le braccia per allargare le Ali. Quell’aura infantile svanì immediatamente, ora Kaira aveva un aspetto magnificente. A Finnen venne in mente di volere dipingerla proprio così: mezza nuda, sporca e insanguinata, con gli occhi chiusi e il viso contorto in una smorfia di dolore.

Poi Kaira si alzò in volo e allora Finnen capì che c’era qualcosa che non andava. Il suo corpo gravava pesante tra le due ali, come un sacco pieno di sassi. Kaira stava compiendo uno sforzo pazzesco per tenersi in aria, e ancora di più per poter volare qualche metro. Aveva i muscoli contratti, dalle palpebre socchiuse si intravedeva il bianco dei bulbi, la pelle luccicava madida. Le braccia lavoravano come pistoni, ma quando provò a virare perse l’equilibrio e per poco non rovinò al suolo.

Il ragazzo non aveva mai visto nessuno con le ali indosso, ma di certo non doveva avere quell’aspetto. Probabilmente volarci avrebbe richiesto addestramento, e forse bisognava regolare le cinghie di aggancio su chi avrebbe dovuto usare l’attrezzatura, forse Magrit era più basso e forte di Kaira. Entrambe queste considerazioni attraversarono la testa di Finnen, prima di essere sostituite dall’immagine nitida della ragazza che veniva divorata dalle fiamme.

«Kaira, ti prego, fermati!» le urlò «Fermati!»

La ragazza si avvicinò al bordo, e Finnen sperò che cadesse un po’ più giù. Tre metri, due e mezzo, due… Se cadesse ora finirebbe solo sul tetto.

«Kaira!» Corse verso di lei sperando con tutto il cuore che le mancassero le forze per cadere, o che si slogasse una caviglia, che scoppiasse a piangere arrabbiata.

Ma lei invece all’ultimo minuto si alzò ancora di più e volò giù. Soltanto le penne toccarono il bordo del cornicione, e tra le scintille azzurre Kaira si ergeva sopra le fiamme, agganciata alle sue ali.

«Kaira!»

E poi cadde.

Finnen raggiunse l’orlo del cornicione. Il fumo lo investì sul viso, soffocò e riuscì ad aprire gli occhi soltanto dopo un istante.

Vide Kaira all’altezza dell’ottavo livello. Era impigliata nelle grondaie, e un piede sporgeva dal parapetto di una finestra. Aveva provato a liberarsi con un calcio, ma non ci era riuscita, il palazzo dell’Archivio era più resistente della gabbia corazzata. Le finestre si aprivano solo dall’interno.

Più sotto il fuoco impazzava; il fumo si arrampicava sui muri come una pelliccia densa, grigia.

«Stanno arrivando» urlò Dime.

Finnen si sporse ancor di più, senza curarsi di poter cadere.

«Kaira, riesci a sentirmi?»

Lei annuì. Aveva gli occhi spalancati, terrorizzati, ma era ancora cosciente. Forse.

«Sgancia una delle cinghie e afferra la grondaia», disse lui. «Poi strappa un pezzo della gonna e avvolgilo alla faccia.»

Non aveva avuto il tempo di controllare se la ragazza avesse capito. Si allontanò subito, raggiunse la botola e si accorse con orrore che la porta reggeva per un’ultima vite, che da un attimo all’altro sarebbe saltata per aria.

Recuperò il corpo della donna morta, lo trascinò sull’orlo del tetto e lo lanciò nelle fiamme, per fortuna non nella direzione dove si trovava Kaira.

Poi si voltò, per guardare in volto Brin Issa.

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