La solida tradizione dei portieri polacchi

Portieri polacchi

Da Tomaszewski a Drągowski, passando per Szczęzny e Dudek. Alla scoperta della grande vena dei portieri polacchi.

di Alberto Bertolotto

Nell’ultima parte di stagione si è parlato molto di Bartłomej Drągowski: se n’è discusso tanto in Italia perché, con la maglia dell’Empoli, ha disputato più di un paio di partite eccellenti, l’ultima delle quali con l’Inter al Meazza; in Polonia è stato argomento di discussione perché, forte di queste prestazioni, pare abbia rifiutato di ricoprire il ruolo di vice di Kamil Grabara ai campionati Europei under 21: sembra si aspettasse la maglia da titolare, il giocatore di Białystok, quando invece nessuno osava toccare le gerarchie precedentemente stabilite. Risultato? Drągowski seguirà la manifestazione da casa, ufficialmente a causa di un infortunio. Ciò non toglie il fatto che il futuro sia dalla sua e che sia l’ennesimo prodotto di una grande scuola: per quanto riguarda i portieri la Polonia ha una tradizione d’oro, che parte degli anni ’60, arriva sino ai giorni nostri anche se non sempre – ma, va detto, spesso non per colpa loro – gli estremi biancorossi hanno militato in grandi club europei.

portieri polacchi

Edward Szymkowiak in azione

I PIONIERI. Secondo alcuni è il più grande interprete del ruolo polacco di sempre.  Secondo altri è uno dei migliori. Sembrano tutti d’accordo sul fatto che Edward Szymkowiak, classe 1932, sia il primo fuoriclasse tra i pali di questa scuola. Nato a Dąbrówka Mala, un distretto di Katowice, in quello che al tempo era il voivodato autonomo della Slesia durante la Seconda repubblica di Polonia, sin dai primi anni di carriera fece capire di essere un predestinato: a vent’anni aveva già ottenuto da protagonista due titoli nazionali col Ruch Chórzow, conquistando inoltre la convocazione ai Giochi Olimpici di Helsinki. Il suo stile non era amato da tutti, anche perché come portiere Szymkowiak si era costruito da solo, però si diceva fosse in grado di usare le mani dove nessuno aveva il coraggio di mettere il piede: giocatore estremamente coraggioso, militò poi col Legia Warszawa e, soprattutto, col Polonia Bytom. Con gli alto slesiani giocò per dodici anni (1957-1969) collezionando 245 presenze, vincendo un campionato nazionale e quattro volte il titolo di miglior calciatore polacco (1957, 1958, 1965 e 1966). Una vera e propria icona del club di Bytom, in cui allenò nel settore giovanile una volta terminata la carriera: giustamente a lui è stato intitolato lo stadio. Leggendaria la sua gara con il Górnik Zabrze nel 1960, in cui parò tre rigori (uno allo straordinario Ernest Pohl, quindi a Lentner e Wilczek) e quella in nazionale a Chórzow nel 1957 con l’Unione Sovietica. I polacchi sconfissero per 2-1 i nemici grazie a una doppietta di un altro grande alto slesiano, Gerard Cieślik, ma lui fu il grande protagonista con alcuni interventi decisivi per salvare il risultato. Con i biało-czerwoni giocò 53 gare sino al 1965 e il suo posto venne preso da un portiere proveniente anche lui nella culla del calcio polacco, l’Alta Slesia: Hubert Kostka. Classe 1940, nato al confine con la Cecoslovacchia, persona dalla grande cultura essendo laureato in ingegneria e in educazione fisica, vestì quasi esclusivamente la maglia del Górnik Zabrze dopo gli inizi tra Markowice e Unia Racibórz e dei minatori fu il numero uno della golden age del club. Con loro tra il 1960 e il 1973 Kostka vinse otto campionati polacchi, sei coppe nazionali e, soprattutto, sfiorò il successo nella Coppa del Coppe del 1970, perdendo a Vienna la finale col Manchester City. Va ricordato che quello – a livello di club – rimane tuttora il punto più alto mai toccato da un sodalizio biancorosso. Kostka, portiere molto affidabile, fu anche il numero uno della nazionale capace di vincere la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Monaco del 1972: con i biało-czerwoni disputò l’ultima partita pochi dopo la rassegna a Bygdoszcz, indossando anche la fascia di capitano al suo trentaduesimo gettone. A differenza di alcuni suoi colleghi, l’alto slesiano lasciò il segno anche da allenatore dei portieri, preparando i numeri uno della Polonia prima dei campionati mondiali del 1974, terminati poi col terzo posto; quindi da capo-coach, conquistando tre volte il titolo nazionale polacco di cui due col Górnik (1985-1986).

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Jan Tomaszewski

I PIU’ FAMOSI. Un numero uno seguito da Kostka? Forse il più famoso di tutti gli estremi biancorossi, Jan Tomaszewski: tra i due il passaggio di testimone in nazionale. Classe 1948, nativo di Wrocław, alto 193 cm e dirottato in porta dopo gli esordi da giocatore di movimento proprio in virtù della sua altezza, di lui ci si ricorda soprattutto (se non esclusivamente) perché ha difeso i pali della Polonia al trofeo iridato del 1974, chiuso al terzo posto, e per la straordinaria prestazione disputata nell’ottobre del 1973 a Wembley con l’Inghilterra, gara che diede la qualificazione ai mondiali alla nazionale a distanza di 35 anni dalla prima e unica volta. Nello stadio più importante, di fronte a decine e decine di migliaia di inglesi, nonostante cinque microfratture alla mano rimediate in avvio di gara dopo uno scontro con Clarke, con parate leggendarie riuscì a resistere all’assalto dei tre leoni, ponendo inoltre fine alla parentesi di Alfred Ramsey – ct della vittoria iridata del 1966 – alla guida della selezione: «Ho avuto molta fortuna, che però è una dote molto importante per chi ricopre il mio ruolo» – ricordò in seguito. L’avevano definito “clown”, i giorni prima del match, si riscattò con una gara che lo fece entrare nel mito del calcio mondiale. Con la Polonia prese parte anche ai Giochi Olimpici del 1976 e ai campionati iridati del 1978, per poi lasciare la selezione nel 1980 dopo 63 gettoni. A livello di club legò la sua carriera principalmente al Łks Łódź, per poi diventare uno dei primi polacchi a giocare all’estero (in Belgio a Lokeren). E fuori dal paese natio, in Portogallo, con un club lusitano, vinse la Coppa dei Campioni Józef Młynarczyk, primo portiere dei biało-czerwoni a riuscire nell’impresa: era il 1987. Una soddisfazione enorme ma mai, come disse più volte, «grande come il terzo posto conquistato con la nazionale ai mondiali del 1982». Si è capito: il numero uno di Nowa Sol, classe 1953, prese il posto di Tomaszewski nella selezione, dove fu portato prima da Ryszard Kulesza e poi da Antoni Piechniczek, il suo scopritore a Bielsko Biała e poi ct del team al Mundial spagnolo. Fu un portiere con caratteristiche opposte al suo predecessore: essenziale e concreto, per nulla incline alla spettacolarizzazione del ruolo, che interpretò in 42 occasioni con la maglia della Polonia. A livello di club fu il numero uno del grande Widzew Łódź di inizio anni ’80. Di lui ci si ricorda in particolare per l’episodio Afera na Okęciu, avvenuto nell’autunno del 1980 in nazionale: tornato ubriaco dopo una notte brava prima della partenza del ritiro in Italia (che precedeva il match di qualificazione a Spagna ’82 a Malta), fu difeso da una parte della squadra che convinse Kulesza a farlo salire sul volo per Roma. Poco dopo essere atterrati nella capitale, il presidente della Federcalcio Ryba raggiunse la selezione e squalificò il portiere e i suoi difensori per quasi un anno. Anche lui, come Tomaszewski, partecipò a due rassegne iridate (la seconda fu Messico ’86) ma rispetto al collega, Młynarczyk lasciò il segno come preparatore dei numeri uno, ruolo che ricoprì sia a livello di club (Widzew Łódż, Amica Wronki, Lech Poznań) sia con la nazionale (ai mondiali del 2002).

VERSO L’ERA MODERNA. Terminata la generazione degli anni d’oro, verso la fine degli anni ‘80 il calcio polacco entrò in un periodo di crisi che durò almeno sino al 2000. Ciononostante riuscì a emergere un portiere molto forte, Józef Wandzik, classe 1965, nativo di Tarnowskie Góry, zona ricca di miniere in Alta Slesia. Proprio nel voivodato crebbe ed esplose, non prima di un episodio particolare: nel Rodło Górniki ricopriva il ruolo di centravanti, passò tra i pali a dodici anni solo per sostituire il numero uno titolare. Subì 16 gol, pianse al rientro a casa ma da lì non si mosse più. Il suo passaggio al Ruch Chórzow nel 1980 portò nelle casse del Rodło talmente tanti złoty che il club si finanziò per sei stagioni di fila: Wandzik si trasferì poi ai grandi rivali del Górnik Zabrze nel 1984 e infine nel 1990 al Panathinaikos, con cui giocò sino al 1999 disputando ben 250 gare. A livello di club alzò tanti trofei, tra cui quattro campionati coi minatori (due con Kostka allenatore) e arrivò sino alla semifinale di Champions League coi verdi di Atene, città in cui vive da quando si trasferì da giocatore. Torna spesso in Alta Slesia, dove abita sua sorella: con la Polonia militò dal 1995 al 2005 difendendo i pali in 52 partite. Di lui traccia uno splendido ricordo il suo ex compagno di squadra a Zabrze e in nazionale Andrzej Iwan, centrocampista e attaccante che prese parte ai mondiali del 1978 e del 1982: «Sin da quando era giovane era considerato un grande talento – spiega – soprattutto in virtù delle sue doti fisiche. Quando Kostka era l’allenatore del Górnik lo volle assolutamente in squadra e questo non fu facile, considerato che i due club erano grandi rivali: la vicenda si concluse con un anno di stop per Wandzik, periodo ridotto poi a pochi mesi. Per questo motivo non giocò subito e perse la nazionale: più tardi guadagnò il posto da titolare in squadra e nella selezione. Per quanto mi riguarda di lui ho avuto un’opinione diversa: quando giocava a Chorzow e io Zabrze, posso dire che mi dava l’idea di essere un calciatore fisicamente non proporzionato e poco flessibile, per quanto molto forte tra i pali e sulle palle alte. Sembrava però non fosse in grado di giocare bene la palla coi piedi. Diventammo poi compagni di squadra e la mia opinione cambiò, ma in positivo!» – prosegue Iwan – «Rimasi impressionato. Era molto mobile, tecnicamente molto bravo: spesso era il calciatore più efficace fuori dai pali, era difficile rubargli palla! Come portiere non era spettacolare ma molto affidabile: per questo era amato dagli allenatori e la sua forza è stata poi testimoniata dalla grande carriera che ha avuto in Grecia». Proseguendo va assolutamente citato poi Adam Matysik, non solo perché pure lui è alto slesiano (di Piekary Śląskie): classe 1968, fu il numero uno del miglior periodo della storia del Bayer Leverkusen (dal 1998 al 2001), calciatore dell’anno in Polonia del 1999, solo un brutto infortunio rimediato nel 2001 alla spalla pose fine alla sua carriera d’alto livello. Prese poi parte ai campionati mondiali del 2002 – i primi a cui prese parte la Polonia dopo un’assenza di 16 anni – ma non scese mai in campo. In Corea e Giappone, nel corso del primo torneo iridato organizzato in Asia della storia, tra i convocati c’era e giocò un estremo difensore capace poi di vincere la Champions League nel 2005, ultimo polacco a riuscire nell’impresa: stiamo parlando ovviamente di Jerzy Dudek. Impossibile non ricordare il suo balletto sulla linea di porta durante i calci di rigore di Milan-Liverpool, finale di coppa giocata a Istanbul in cui lui è stato assoluto protagonista neutralizzando tre rigori a professori come Serginho, Pirlo e Shevchenko. Anche lui alto slesiano, di Rybnik per la precisione, classe 1973, si può dire sia stato il primo numero uno polacco ad avere una carriera di grande spessore all’estero, agevolato anche dal fatto che le limitazioni legate al fatto di giocare all’estero imposte durante il periodo comunista erano ormai un ricordo: dopo gli esordi a casa tra Knurów e Tychy, ha vestito maglie prestigiose come quelle di Feyenord, Liverpool e Real Madrid, club quest’ultimo in cui ha deciso di ricoprire il ruolo di “secondo” di Ilker Casillas. Con la nazionale, ha preso parte anche ai mondiali del 2006 e ha collezionato 60 presenze.

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SINO AI GIORNI NOSTRI. Da Artur Boruc (classe ’80, 65 gettoni con la Polonia dal 2004 al 2017, tuttora in campo a 40 anni in Premier League) a Łukasz Fabiański (’85, in campo dall’inizio negli ultimi due match con Macedonia e Isreale) passando per Wojciech Szczęsny (’90): i biało-czerwoni negli ultimi quindici anni hanno potuto schierare ancora e di continuo estremi difensori di valore internazionale. Ultimamente il livello è così spinto verso l’alto che in Polonia è molto acceso il dibattito su chi deve essere il titolare nella selezione tra Fabiański – che gioca nel West Ham in Premier League ed è stato nominato dal settimanale Piłka Nożna giocatore polacco del 2018 -, considerato molto affidabile, e il numero uno della Juventus, più talentuoso ma che con i biancorossi non ha mai convinto del tutto pur partendo sempre dal 1’ nelle ultime, maggiori manifestazioni (Euro 2012 e 2016 e i campionati mondiali del 2018). Alle loro spalle, poi, c’è Łukasz Skorupski, che in Italia difende i pali del Bologna. Non è finita, la nuova generazione sta spingendo molto forte: oltre a Drągowski, già diventato uomo mercato in serie A, molto considerato è Grabara (’99), alto slesiano di Ruda Śląska, dal 2016 al Liverpool e negli ultimi sei mesi in prestito all’Aarhus in Danimarca; quindi Marcin Bulka (’99), alto 1,99, ex Chelsea under 23 per finire con Radosław Majecki, altro estremo classe 1999 che ha chiuso la stagione da titolare in Ekstraklasa col Legia Warszawa ed è stato l’estremo della nazionale under 20 agli ultimi campionati mondiali di categoria. (e su cui molti top club europei avevano e hanno messo gli occhi). «Per molti anni la Polonia è stata conosciuta per avere ottimi portieri, per quanto fosse difficile trovarne in grandi club europei se si escludono gli ultimi anni con Dudek, Boruc ma anche Kuszczak e Fabiański» afferma Tomasz Czoik di Gazeta Wyborcza  «Adesso il nostro paese è noto anche per avere grandi attaccanti ma attenzione, i giovani portieri non sono da disprezzare: a mio parere il più talentuoso è Grabara, che rientra a Liverpool dal prestito dall’Aarhus e potrebbe rimanere. Non è escluso che venga tuttavia girato nuovamente a un’altra società europea, per dimostrare che può fare la differenza anche in un campionato più forte di quello danese. È molto sicuro di sé, talvolta è arrogante ma ha grandissime qualità. E lo stesso – continua – vale per Drągowski. Alle loro spalle vedo Majecki e se penso a questi tre portieri posso dire che la Polonia può stare tranquilla per gli anni a venire».

L’OPINIONE DELL’ESPERTO. Andrzej Dawidziuk è stato un portiere ed è soprattutto un allenatore di portieri:  in particolare ha lavorato in nazionale dal 2006 al 2009 ed è stato uno dei maestri di Fabiański. In passato ha anche ricoperto la carica di direttore sportivo del Lech Poznań e attualmente è il coordinatore per la formazione del ruolo di numero uno nella Federcalcio polacca.  «Sì, da sempre abbiamo una grande scuola, a mio parere di livello europeo e mondiale» ha affermato «E dico che la carriera delle nuove generazioni, da Skorupski arrivando sino a Majecki, sarà in linea con quelle disputate dai loro colleghi più anziani. Gli estremi difensori più giovani progrediscono costantemente, tanto che molti di questi approdano in ottimi club in Europa: il talento non manca e sono convinto che abbiamo anche ottimi allenatori del ruolo in Polonia. I nostri formatori acquisiscono conoscenze e abilità a due livelli di istruzioni: corso Uefa B per portieri e corso Uefa Goalkeeper. Il primo insegna a lavorare e comprende le attitudini individuali del ragazzo;  il secondo affina le abilità e permette di lavorare non solo sul ruolo ma anche sull’interpretazione di questo con la squadra. Inoltre abbiamo un sistema e uno struttura di lavoro ben precisa per i numeri uno in Pzpn così come abbiamo dei progetti con Akademii Młodych Orłów e Talent Pro Goalkeeper. Per riassumere: abbiamo grande tradizione, giovani talenti, progetti di formazione e istruttori molto preparati. Inoltre, questo è il nostro motto, solo un allenatore di estremi difensori ben preparato che capisca l’interpretazione moderna del ruolo può far crescere un numero uno di livello internazionale».

LA TOP 5. Paweł Czado è il caposervizio dello sport per l’edizione di Katowice di Gazeta Wyborcza, quotidiano di Varsavia. Non è solo un esperto di calcio ma è uno storico della materia ed è estremamente legato al calcio dell’Alta Slesia, tanto da aver scritto il libro Tego nie wie nikt dedicato alla carriera di Antoni Piechnizek (ct del Mundial, nato a Chorzów) e Górnik Zabrze – opowiesc o złotych latach, dedicato agli anni d’oro dei minatori. A lui abbiamo chiesto la sua top five dei portieri polacchi. Al primo posto c’è «Edward Szymkowiak» rivela «il migliore di tutti ma dimenticato velocemente. I suoi più grandi successi li ha conquistati prima dell’avvento della televisione: coraggio strepitoso, così come la sua reattività». Dietro di lui Jan Tomaszweski. «Piombato -dice – in ogni libro di storia grazie alla gara di Wembley e per neutralizzato due rigori ai mondiali del ‘74». Al terzo posto «Józef Młynarczyk: perché ha disputato un ottimo torneo iridato in Spagna ed è stato il primo portiere polacco a vincere la Coppa dei Campionati» – motiva così la sua decisione. Ultime due posizioni della top cinque per Hubert Kostka: «campione olimpico e strepitoso nel gioco tra i pali» e «Jerzy Dudek: grazie a lui il Liverpool ha vinto la Champions League nel 2005». Per Stefan Szczepłek di Rzeczpospolita, padre del giornalismo sportivo polacco, autore di molti saggi legati al calcio tra cui la biografia di Kaziemerz Deyna – di cui era amico – la sua top 5 è rappresentata da «Józef Młynarczyk, Hubert Kostka, Artur Boruc, Edward Szymkowiak e Jan Tomaszewski» fa sapere. Una classifica diversa e sicuramente ci sarebbero e ci saranno altri ordini di preferenze. Difficile dire perché c’è sempre stata una grande tradizione, anche se per Marcin Dobosz di Przegląd Sportowy uno dei motivi va trovato nel fatto che «in Polonia diventare portiere è sempre stato considerato un aspetto molto prestigioso». Ciò che è unanime è il parere relativo alla scuola, che continua a produrre ottimi professionisti.

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