Un incontro con Adam Zagajewski. Di Polonia e Italia

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Intervista al poeta e saggista Adam Zagaajewski tenuta presso la libreria Italicus di Cracovia

di Francesco Cabras e Magdalena Wrana
le foto presenti nell’articolo, gentilmente concesse dalla libreria Italicus, sono opera di Ula Węska e Dominik Matyas

A Cracovia, in ulica Kremerowska 11, all’inizio d’una laterale della centrale ulica Karmelicka, si trova un piccolo pezzo d’Italia. Sto parlando della libreria Italicus, gestita con competenza e passione dalla titolare, Krystyna Mydlarz, e dalla sua piccola ma agguerrita squadra di collaboratori.

Il negozio è specializzato in libri italiani. Per chi, come i sottoscritti, è un accanito lettore, un posto simile è una vera e propria miniera. Dovesse occorrerci un libro italiano, Italicus è una certezza: entriamo e incominciamo a sfogliare le pagine a noi particolarmente care della Piccola Biblioteca Einaudi, afferrando poi qualche Meridiano di cui c’era sfuggita la recente pubblicazione oppure mettendoci a compulsare qualche novità di saggistica letteraria uscita da Laterza, il Mulino o Carocci.

Non dovessimo trovare quanto cerchiamo, sappiamo di non aver altro da fare che ordinarlo. Il caffè non manca, né un ampio tavolo al quale sedersi a leggere in santa pace.

Un fiore all’occhiello della libreria sono gli eventi culturali lì organizzati: gli ultimi ai quali abbiamo avuto il piacere di assistere sono stati la presentazione della traduzione polacca del montaliano Quaderno di quattro anni firmata da Jarosław Mikołajewski nonché un incontro-discussione con il poeta Adam Zagajewski, dato ogni anno come “papabile” per il premio Nobel.

In questo secondo caso, in realtà, non ci siamo limitato ad assistere, ma ci è toccato l’onore e l’onere di moderare l’incontro.

Quella che segue è la trascrizione di alcuni momenti (in realtà della quasi totalità) del nostro incontro.

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Come si sente un poeta alla cui porta per la seconda volta sta bussando la Storia? Si tratta di una nuova realizzazione del paradigma del poeta-vate, del poeta che è voce della propria generazione? Si tratta forse di una “maledizione” polacca o forse piuttosto di un ricorso storico? O magari addirittura di una necessità storica?

Non mi sento un vate romantico. Un vate romantico per definizione deve sentirsi un vate. Mickiewicz sapeva benissimo chi voleva essere. Io non mi sento un vate.  La storia bussa. Ben detto. Io ho paura per la Polonia, ho l’impressione che il nostro Paese sia mal governato da un gruppo di pazzi, che stia andando non si capisce dove nonostante tutti paiono vivere sempre meglio. La strada intrapresa è incerta ed è per questo che sono preoccupato e che non ho particolare piacere di esprimermi su questi temi; non sento la “vocazione” politica e del resto non so molto sull’argomento. Studio parecchio, ma non sono un “tecnico” e non ho le conoscenze dei giornalisti politici. Ho solo la speranza che prima o poi tutto si risolva per il meglio.

Crede che ci siano motivi d’ottimismo?

Sì, io sono un “pessimista moderato”, anzi un pessimista leggermente ottimista. Non serve abbandonarsi all’isteria come diceva un vero vate, ma ognuno di noi deve fare ciò che gli è proprio e questo è molto importante. Non sopporto infatti un mondo esclusivamente politico, in cui si parla solo e soltanto di politica, perché la politica non è tutto nella vita; è senz’altro importante, perché regola le nostre esistenze, ma ciò che ci sostiene nella vita è altro: sono le passioni e gli interessi di  ciascuno di noi. Io ad esempio amo molto leggere. Leggo molto più di quanto scriva. Proprio ora attraverso un periodo in cui non scrivo molto.

Che fa un poeta quando non scrive?

Legge. Ultimamente rilascio interviste.

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Bene. Allora, in maniera un po’ subdola Le chiedo: un poeta che è un osservatore, che se ne sta un po’ in disparte e osserva questa società che sta andando verso l’ignoto, è tuttavia un poeta molto apprezzato, premiato e legato a questa società. Cito gli ultimi riconoscimenti, dei quali s’è molto parlato: un riconoscimento ottenuto in Spagna (Princesa de Asturias), in Canada (Griffin Poetry Prize). A che servono i premi al poeta? Sono segno di un interessamento verso la sua opera e al contempo di ricezione o forse obbligano a connettersi controvoglia a quella società che si vorrebbe osservare stando in disparte?

I premi letterari servono anzitutto per vivere. Il lavoro di poeta in genere non è ricompensato (lo era un tempo, oggi non più o se lo è, è pagato così miseramente da risultare irrilevante); quindi i premi letterari servono soprattutto per vivere. Sono un riconoscimento che serve a dare al poeta di che sopravvivere. Non v’è comunque giustizia…perché li vinco tutti io…

Perché se li merita!

Perché me li merito…non lo so…non tutti me li sono meritati!

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Eppure è una sorta di ritornello. In tutte le interviste o annunci del Suo arrivo in Italia: “Candidato al premio Nobel”. Si tratta quasi di una “coda” automatica che segue il suo nome. Ciò che ad ogni modo dà da pensare è che la maggioranza dei premi che ha ricevuto sono premi ottenuti all’estero. Perché? Crede che si tratti dell’avverarsi del detto nemo profeta in patria o c’è dell’altro?

Forse sì, ma non è una domanda per me, quanto piuttosto per i membri delle giurie. A me tutto ciò non dispiace. Forse i miei versi non sono poi così buoni e i polacchi se ne rendono conto, mentre italiani, canadesi, spagnoli hanno traduttori straordinari (qui con noi ad esempio abbiamo Marco [Bruno] e Xavier [Farré i Vidal]), grazie ai quali i miei versi sono diventati migliori di quanto non siano in polacco.

Recentemente m’è capitato di guardare un’intervista a Luigi Marinelli a latere d’un premio di poesia intitolato a Wisława Szymborska. Si chiedeva “a che ci servono i poeti e la poesia? A che ci servono i concorsi di poesia?”. La risposta che si è dato, a mio giudizio, è stata decisamente pessimista. Secondo Marinelli la poesia (e in particolare quella polacca) esiste, è viva e lotta, ma lo fa soltanto per il diritto di esistere e perché le nostre esistenze siano un po’ migliori di quanto non siano… Secondo Lei a cosa ci “serve” la poesia?

La poesia è un elemento costitutivo della natura umana. L’arte e la poesia sono in un certo senso sorelle della filosofia. Se mi concentro sulla poesia, posso dirLe che essa afferra un elemento metafisico ma non lo razionalizza; lo registra soltanto. Sono poche le persone che sentono il bisogno di cogliere questo elemento metafisico, eppure questa sparuta schiera c’è. Rispetto molto la scienza, ma esiste un mistero nella nostra esistenza che nessuno è riuscito a svelare. L’arte non risponde alle domande “Cosa e perché” ma in un qualche modo vive nella presenza di questa domanda. Nella storia della Polonia la poesia ha avuto un ruolo importante e molto bello di guida politica e morale e forse ora ritornerà, se questo stato di cose anormale continuerà. Al momento non vedo però una simile prospettiva per la poesia.

Esiste secondo Lei una “comunità” di poeti, una res publica litterarum?

Sì e no. C’è molta amicizia tra i poeti, ma al contempo ci sono anche molte antipatie. I poeti sono molto divisi. Credo esistano delle “isolette” i cui abitanti sono tra loro solidali e uniti da sentimenti di amicizia e solidarietà, ma al di fuori di queste “isolette” mi pare di vedere piuttosto antipatie nonché il sentimento per cui gli “abitanti” dell’altra “isoletta” non sono altro che degli idioti che non capiscono cosa sia la poesia.

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Torniamo ai premi letterari e concentriamoci su quelli ottenuti in Italia. Un anno fondamentale per Lei in Italia è stato il 2010, quando  ha ricevuto il Premio Europeo di Poesia a Treviso. Poi sono arrivati il Premio Bonanni, quello di Cetonaverde nel 2015 e infine, nel 2016, la consegna del sigillo dell’università di Urbino. Quale di questi eventi le è rimasta di più nella memoria?

Li ricordo tutti con piacere, ma forse più di tutte quella di Urbino, perché a Urbino esiste un simpaticissimo gruppo di poeti che si chiamano La Resistenza della Poesia, nome che m’è piaciuto molto. Alla testa di questo gruppo sta un poeta carismatico e talentuoso, Alberto Fraccacreta, persona piena di energia, dottorando che sta per concludere gli studi. È stato lui a ideare tutto ciò, non l’università, raccogliendoattorno a sé un gruppo di giovani incredibilmente simpatici nonché innamorati della poesia. A mio parere è stato Alberto a insistere con il rettore perché mi venisse consegnato il sigillo…

Ricordo che era il giorno più caldo di tutto il mese di giugno. L’aria condizionata non c’era e in prima fila sedeva il comandante locale dei Carabinieri, nella sua pesante uniforme. Provavo pena per lui! Scherzi a parte, è stata una bellissima iniziativa, pensata e realizzata da giovani poeti, estremamente spontanea, inusuale.

Mi ha particolarmente incuriosito il premio Bonanni, assegnato a L’Aquila. Ci sono quattro categorie: la prima è dedicata alla migliore poesia pubblicata, la seconda al miglior debuttante, la terza alla poesia scritta da alunni delle scuole e una quarta, dedicata alla poesia scritta dai carcerati. Ho letto che ha incontrato i carcerati. Com’è la poesia in luoghi come il carcere? Che impressioni ne ha riportato?

Ne serbo un ricordo piacevole, per quanto non sia successo nulla di particolare. Mi sovviene un detenuto polacco, che stava scontando la sua pena in Italia. Mi si avvicinò e scambiammo qualche parola. È stato l’unico momento di contatto diretto con i detenuti.

Ricordo la città distrutta dal terremoto, le sue tendopoli…passeggiare per le rovine del paese è stato terrificante. La distruzione che la città ha subito è stata terribile, eppure, nonostante ciò, gli organizzatori non hanno rinunciato al concorso. Ammiro moltissimo la loro caparbietà, il loro lottare per una qualche forma di “normalità”.

Per quanto riguarda il premio ottenuto a Treviso, colpisce la motivazione per la quale viene assegnato ogni anno: “per colmare il vuoto causato dall’assenza della poesia nella nostra civiltà”. Lei crede che la poesia sia assente nella nostra società?

Mi è difficile giudicare. Credo che ogni paese faccia storia a sé. In Polonia forse è rimasto un certo rispetto nei confronti della poesia senza però una vera “presenza” della poesia. Penso a quando morirono Brodskij e Miłosz. Quando moriva un poeta, ai tempi in cui i telegiornali ancora erano “normali”, queste notizie in Polonia erano notizie da “prima pagina”; la morte di un poeta era un avvenimento davvero straordinario. Questa prospettiva sarà forse triste, perché legata alla dipartita di un poeta, eppure mostra come i poeti, se da una parte non sono molto letti, dall’altra sono in qualche modo, direi “simbolicamente”, presenti; quando muoiono è come se s’aprisse un buco, se si avvertisse una mancanza. Gli amici stranieri non mi credono, quando dico che queste possono essere notizie da prima pagina.

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Io ho l’impressione che il ventesimo secolo (lasciamo da parte il ventunesimo, iniziato da troppo poco tempo) sia piuttosto il secolo della prosa, non tanto della poesia. Lei stesso ha detto che i poeti sono semmai rispettati ma poco letti. Perché? Forse la poesia comporta uno sforzo da parte del lettore che la prosa non esige?

La lettura di una poesia e quello di un romanzo sono due tipi diversi di lettura. Ci sono persone che divorano un’enorme quantità di romanzi, un genere in parte (non del tutto, ma in parte!) anche d’intrattenimento; leggere un romanzo è anche un ottimo modo per lottare contro la noia…mi viene da pensare a Schopenhauer: la vita non è altro che sofferenza e noia. Quando finiamo di soffrire inizia la noia e allora cerchiamo uno svago. Molti romanzi io credo trovino la loro collocazione in questa nobile categoria dello “svago”, “dell’evasione”. È senz’altro una nobile categoria contro la quale non ho nulla; voglio solo dire che la poesia è qualcosa di diverso. La poesia è illuminazione. Le persone leggono e restano impressi nelle loro menti singoli versi legati a ciò che accade nelle loro vite. Non si tratta di “svago”, quanto piuttosto di un'”illuminazione”, della ricerca d’una parola che permetta loro di attraversare momenti difficili. Queste “illuminazioni” non si possono leggere in grande quantità, non si possono leggere lungo migliaia di pagine (che è la misura dei romanzi)  perché questi momenti sono rari. Eppure, se riusciamo ad far nostre  queste illuminazioni, forse abbiamo conquistato qualcosa di più profondo rispetto a quello che potrebbe darci un romanzo. Sono d’accordo con Lei comunque. Quello appena trascorso è piuttosto il secolo della prosa. Del resto già Hegel sosteneva che l’epoca della poesia fosse finita.

M’è capitata per le mani una classifica dei volumi di poesia più vendutiin Italia. Al primo posto si trova Alda Merini; al secondo Baudelaire; al terzo Szymborska. Dante occupa solo il quarantatreesimo posto. Volevo chiederLe una sua opinione sul senso della lettura dei classici oggi.

Mi pare sia necessario leggere i classici e che tale necessità sia ovvia. Dante resisterà fra cent’anni. Ho dei dubbi sulla Merini.

Nella Sua ultima raccolta di prose, Poezja dla początkujących torna spessissimo il nome di Montale. Per molti anni Montale è stato un grande assente in Polonia. Fino alla pubblicazione recentissima del Quaderno di Quattro anni nella traduzione di Jarosław Mikołajewski avevamo un’antologia curata da Halina Kraolowa. Come leggeva Montale? In originale, in traduzione?

In edizioni con il testo a fronte, soprattutto in traduzione inglese, Montale è molto popolare negli Stati Uniti. Di traduzioni inglesi ce ne sono di ben fatte anche se devo dirLe che quando conosco già un poeta anche una traduzione non riuscita benissimo non mi infastidisce più di tanto. La mia conoscenza dell’italiano è minima, ma con a fronte una traduzione inglese sono in grado di capire parecchio. A volte lo leggo anche in francese e Le dico che questa attività “investigativa”, da detective che va in cerca dei versi di un poeta che gli interessa tradotti nelle lingue più diverse, mi provoca un piacere perverso. A proposito mi ricordo che anni fa Herbert mi regalò una raccolta di poesie di Montale tradotte in tedesco, con una dedica firmata dallo stesso Montale. Una situazione simile a quella di Montale è quello di Machado, che in polacco è stato tradotto pochissimo.

Quali alti poeti italiani legge o “cerca” a parte Montale?

Mi sforzo di leggere Dante. Leggo Leopardi, Luzi, Luciano Erba.

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Molte Sue opere (non solo poetiche) sono state tradotte in italiano. C’è qualche Sua opera che vorrebbe vedere aggiungersi a quelle già tradotte? È soddisfatto di ciò che è stato tradotto in italiano? E per quanto riguarda i poeti polacchi in italiano, quali crede che andrebbero tradotti o meriterebbero comunque più spazio di quanto non abbiano ricevuto?

Per quanto riguarda le mie opere direi che sì, sono decisamente soddisfatto. Mi farebbe piacere uscisse Lekka przesada, ma dal momento che io per primo amo quell’atteggiamento da “detective” di cui parlavo poc’anzi, non posso protestare se qualcosa non è ancora stato tradotto. In merito agli altri poeti polacchi invece, credo Gałczyński meriti attenzione. Non so ad esempio se e quanto Aleksander Wat o Iwaszkiewicz siano stati tradotti in italiano.

Al di là dei poeti italiani di cui abbiamo parlato, vi sono altre esperienze intellettuali legate all’Italia che l’hanno influenzata particolarmente?

Sicuramente è importante per me la figura di Nicola Chiaromonte, dal quale i polacchi sono in genere molto affascinati, probabilmente molto più di quanto non lo siano gli stessi italiani. Anch’io appartengo a quella cerchia di entusiasti lettori di questo splendido “saggista filosofeggiante”. Fu legato a Miłosz e al gruppo di Partisan Review (trascorse gli anni della guerra negli Stati Uniti). Conosco la sua vedova, Miriam Chiaromonte, e mi sforzo di leggerlo quanto più possibile. Purtroppo è morto troppo presto, nel 1972, quando non potevo ancora viaggiare fuori dalla Polonia per conoscerlo di persona.

Benedetta Craveri è un’altra persona che ho conosciuto di recente e che ammiro molto come autrice e come persona. È una nipote di Croce e riconosco in lei proprio l’ethos crociano. Quasi avesse ereditato qualcosa dal nonno, non a livello biologico quanto piuttosto etico. È cresciuta in una casa in cui le “idee” erano molto importanti e in cui la “verità” era tenuta in gran conto. Si sente insomma in lei un certo amore per la verità, ciò che non è molto diffuso oggi.

Bibliografia dei principali titoli di Adam Zagajewski in lingua italiana:

Tradimento, a cura di Luca Bernardini, trad. di Valentina Parisi, Adelphi, Milano, 2007.

La ragazzina di Vermeer, trad. di Paolo Malavasi, Edizioni del leone, Venezia, 2010.

L’ordinario e il sublime, trad. di Alessandro Amenta, Casagrande, Bellinzona, 2012.

Dalla vita degli oggetti, trad. di Krystyna Jaworska, Adelphi, Milano, 2012.

Il “fuoco eracliteo” nel giardino d’inverno, a cura di Alberto Fraccacreta, trad. di Marco Bruno, Raffaelli, Rimini, 2017.

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