PoloniCultori – Intervista ad Anna Cieplak

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Incontro con Anna Cieplak, autrice di Ma być czysto, attivista e operatrice culturale di Krytyka Polityczna

di Francesco Annicchiarico

Ho incontrato Anna Cieplak in settimana qui a Cracovia per curiosità, volevo conoscere di persona questa autrice giovane e già vincitrice di alcuni premi importanti qui in Polonia – il premio Conrad per il miglior debutto letterario, premio Witold Gombrowicz. È stato molto semplice entrare in sintonia con Anna Cieplak, è una persona empatica e aperta con cui è possibile conversare per ore di letteratura. È giovane e conosce l’ambiente di cui ha scritto e che continua ad analizzare nei suoi libri.

L’opportunità per una lunga conversazione è data da questo romanzo di esordio che sta conquistando tutti, Ma być czysto recensito su PoloniCult di recente, e più in generale dai temi evocati in questo libro: gli adolescenti in Polonia, l’influenza dei social media nella vita quotidiana, la sua idea di letteratura.

Sono rimasto colpito dalla citazione di Kundera sul frontespizio del libro. Viene menzionato uno sguardo istituzionale. Perché secondo te un libro come il tuo, che racconta una storia di adolescenti e temi giovanili, deve avere uno sguardo istituzionale?

Penso che sia possibile parlare di istituzione, ma considerando due livelli. A un primo livello mi vengono in mente le istituzioni cosiddette pubbliche, vale a dire i posti, gli edifici che formano il destino dei più giovani, come le scuole, gli istituti di correzione o i tribunali che li condannano a un giudizio o che contribuiscono a formare un giudizio stereotipato dei giovani. A un secondo livello pensavo alle gente comune, al modo in cui alcune persone diventano per altre delle istituzioni di controllo, al modo in cui si comunica, al modo in cui si vive e come si sviluppano le relazioni. Due argomenti secondo me importanti del libro sono il modo in cui gli adolescenti controllano la propria immagine su internet e come esprimono costantemente dei giudizi sul proprio comportamento o su quello dei loro amici o amiche. Perché anche internet è diventato uno strumento di controllo, anche se non istituzionale, della vita di tutti i giorni.

Nel libro quindi viene mostrato un conflitto, tra il mondo degli adolescenti e quello degli adulti. È un confronto continuo, a tutti i livelli, spesso con esiti negativi per i giovani che ne escono sempre marcati da un giudizio, come dicevi tu. Pensi che sia possibile sostituire la parola istituzione con autorità?

Direi piuttosto fallimento delle autorità. Le adolescenti di cui parlo sono costantemente alla ricerca di una figura di riferimento, di essenziale e che di solito potrebbe essere appunto una figura autoritaria. Tuttavia non riescono a trovare nessuno che ricopra questo ruolo poiché genitori o insegnanti non sono più un’autorità di riferimento. I miei personaggi cercano la propria identità in un mondo che va velocissimo e a una velocità improponibile rispetto a quarant’anni fa, per esempio, al tempo in cui erano adolescenti i genitori o gli insegnanti. Mi sembra quindi che le istituzioni di cui si parla non siano autorità ma anti-autorità. Queste anti-autorità li controllano ma non vogliono comprenderli, quindi più ancora che autorità sono istituzioni autoritarie.

Ma być czysto parla di un contesto molto specifico [l’autrice ha 29 anni] con uno stile concreto, come se avessi una conoscenza diretta di questo mondo. Vorrei chiederti come hai fatto a riprodurre stilemi linguistici così attuali e credibili, dinamiche proprie di questa età, con uno sguardo così originale.

Mi ci è voluto davvero molto tempo per padroneggiare il loro linguaggio. Dal 2009 lavoro in un doposcuola con i bambini a Świdnica, dove ho cominciato a occuparmi dello sviluppo delle capacità artistiche nei bambini. Passati del tempo, quando sono arrivati ad avere quindici o sedici anni come tutti hanno avuto a che fare con i problemi dell’adolescenza.

Il momento in cui ho pensato davvero a scrivere un libro su questi argomenti è stato quando ho avuto una borsa di studio del ministero della cultura per organizzare lezioni di letteratura per i giovani. Quando ho cominciato queste lezioni ho subito iniziato a fare attenzione alla loro lingua, al modo in cui si esprimevano, a cosa dicevano. Gli parlavo dal vivo, a lezione, e poi si proseguivano le conversazioni anche sui social. Una volta cominciato a scrivere il libro quella lingua è diventata una specificità da utilizzare. Io volevo scrivere un libro che partisse da un dato problema, proprio come si scrivono i reportage. Mi interessava dire che in Polonia gli adolescenti vivono in un modo che è tipico di questo paese e la lingua era l’elemento chiave per esprimere tutto questo in un modo credibile.

Ho voluto usare dei personaggi più anziani nel romanzo proprio per mettere in evidenza tutto ciò, quasi come se gli adulti fossero uno specchio dentro cui si riflettono la lingua e le abitudini degli adolescenti. Inoltre ho analizzato anche la lingua usata per comunicare sui social network, anche quando parlavano di letteratura. Un’esperienza importante è stata entrare in contatto con le ragazze di un riformatorio, rinchiuse lì per i motivi più diversi. Con loro ho avuto una comunicazione epistolare.

Erano vere lettere o email?

Solo lettere. L’istituzione non concede l’accesso a internet, quindi potevano solo scrivere su carta. Mi scrivevano di letteratura e libri, e usavano una lingua molto standard, vecchia direi, imparata a scuola, che non si usa più. Erano lettere che sembravano scritte trent’anni prima. La lingua usata era talmente artificiale che il racconto stesso perdeva naturalezza, e tutto diventava finto. Io leggevo queste lettere e pensavo al perché queste ragazze non scrivevano davvero, usando parole vere.

È interessante ciò che dici. Stiamo parlando di adolescenti nati e cresciuti in un mondo totalmente digitale, ma che si rivolgono alla letteratura con un’attitudine più senile che giovanile. Sembra quasi che abbiano l’immaginazione di un anziano. Di questo non parla nessuno.

Assolutamente! Loro hanno un approccio molto conservativo alla cultura che deriva direttamente dall’educazione che ricevono qui in Polonia. Alcune scuole qui sono a dir poco anacronistiche, non si considera affatto la letteratura contemporanea e in molti casi gli studenti sono costretti a imparare a scrivere secondo dei codici. Seguono degli schemi, ad esempio come si compila un test, come si scrive una lettera e nient’altro. Così facendo li si priva della creazione di un proprio vocabolario letterario. Eppure gli adolescenti hanno tutti del potenziale per poter creare delle proprie parole, un proprio linguaggio che spesso cambia, muta rapidamente, ma è molto efficace. Ad esempio le parole che compaiono in Ma być czysto potrei dire che siano già diventate desuete. So che gli adolescenti non le usano più, ma che si ricordano di averle usate. È la dinamica che conta, è una lingua che nasce da cosa è popolare su youtube e altre tendenze simili, ed è fondamentale per approcciarsi a loro.

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Vorrei chiederti adesso qualcosa a proposito dei tuoi esordi, dei tuoi gusti letterari e in generale di cosa ti ha ispirato a scrivere un libro così.

Ho cominciato a scrivere e leggere poesie, ho sempre scritto e letto moltissimo, ma poi sono arrivata all’idea che il romanzo fosse il modo migliore per esprimere ciò che volevo. Ho scritto altro materiale prima di Ma być czysto che mi è servito da esercizio per poter scrivere il mio romanzo di esordio. Ho collaborato con Lidia Ostałowska [scrittrice e reporter scomparsa da poco, n.d.T.] a un libro per l’infanzia, su di un tema particolare, la fiducia. Era un libro a carattere educativo.

Il tema della fiducia è interessante, anche per ciò che riguarda Ma być czysto. Ne approfitto per chiederti quanto di questo concetto è presente nel tuo romanzo.

Tutto! Pensavo ai dodicenni di alcune famiglie che, per esempio, hanno genitori con problemi di alcolismo. Individui nell’età della ricerca di qualcuno a cui poter parlare, che quindi riversano fiducia negli adulti. Questi adulti poi scompaiono per problemi personali, che a volte niente hanno a che vedere con i ragazzi, e così spariscono dalla loro vita insieme alla fiducia riposta. Ma być czysto parla di questo, ma più che di fiducia direi di crisi della fiducia. Ovviamente si parla anche delle famiglie, o forse di come sono cambiate le famiglie, le abitudini, l’educazione.

Secondo te è rischioso scrivere un libro sugli adolescenti in Polonia, oggi?

È complicato. Mi è sembrato un argomento difficile da trattare perché in generale è difficile per tutti dire chi siano gli adolescenti in Polonia oggi, e ancora più difficile è dire chi siano i polacchi! Io non parlo di tutti gli adolescenti, nel mio libro, ma di quelli che hanno dei problemi particolari. Mi viene in mente Oliwia, uno dei personaggi del libro, che proviene da una famiglia in cui ci sono diversi tipi di problemi. In comune con gli altri adolescenti ha la lingua, sicuramente, che come ho detto si basa su neologismi derivati da internet e dai media, ma anche qui è difficile omologare. Tutti hanno una propria specificità, data anche dal contesto famigliare in cui sono immersi e tutto ciò influenza la loro specifica lingua: se leggono libri in famiglia, ad esempio, la loro lingua sarà molto più ricca di coloro che non lo fanno.

Incontri molti lettori di questa età?

Ne incontro, sì, anche, e si esprimono in un modo diverso rispetto a tutti gli altri. Mi spiego: per le comunicazioni quotidiane si esprimono tutti allo stesso modo, ma poi sono in grado di cambiare registro. Soprattutto se sono obbligati a farlo in contesti ufficiali, come la scuola o le altre istituzioni in cui si trovano. Ce ne sono anche altri che non hanno questa capacità, che usano solo la lingua del contesto a loro più familiare. È sempre stato cosi, non è niente di nuovo. È una questione di appartenenza a una classe sociale, di provenienze diverse.

Per concludere vorrei chiederti qualcosa sulla letteratura polacca contemporanea. Cosa ti piace leggere, quali scrittori apprezzi?

Io oriento i miei gusti soprattutto sulla letteratura polacca, e provo a formare una mia letteratura che crei qualcosa che ancora non esiste qui in Polonia. Più che fare come nella maggior parte dei libri, orientati sul punto di vista dei personaggi, io nei miei libri cerco di mettere a fuoco un certo ambiente sociale. Provo a creare dei personaggi che non siano buoni o cattivi di per se, ma che sono il prodotto di un certo sistema sociale, che fa sì che siamo qualcosa invece di qualcos’altro. Mi interessano i libri che parlano dei cambiamenti sociali in Polonia, soprattutto se parlano delle aspirazioni delle persone, o del modo in cui pensano ai propri successi, ai propri valori; libri che mostrano un mondo in conflitto con il capitalismo.

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