Alla scoperta dei poeti polacchi contemporanei

dehnel

I poeti polacchi contemporanei in una raccolta in italiano.

di Salvatore Greco – 6.1.2015

Su PoloniCult lo diciamo dalle origini, in Polonia di poesia se ne legge e se ne scrive ancora molta. Non dovrebbe quindi stupire nessuno dei nostri lettori il fatto che si possa parlare, con una certa tranquillità e senza timore di scadere nel sentimentalismo o nella retorica, di poeti polacchi contemporanei. Sono tanti, alcuni molto giovani, spesso interessanti e in buona salute (nel senso della qualità letteraria almeno). Alcuni di loro possiamo addirittura leggerli in italiano grazie alle edizioni Casagrande e al prezioso volumetto curato da Alberto Campagnoli Il vetro è sottile.

Questa piccola, ma curatissima, antologia di poeti polacchi contemporanei è il frutto cartaceo di un’idea brillante del Festival Babel di Bellinzona e comprende le liriche di cinque voci giovani del panorama poetico polacco tradotte da altrettanti colleghi della Svizzera italiana.

Non sarebbe venuto in mente a nessuno, viste le difficoltà linguistiche intrinseche, di coinvolgere dei poeti polacchi in un progetto di traduzione a vicenda di poesia se non fosse nota oltre ogni limite di comunicazione la qualità e la consistenza anche “numerica” della tradizione poetica in Polonia. In fondo in Italia lo sappiamo abbastanza, nomi come Szymborska e Lipska sono familiari non solo ai nostri lettori più affezionati e tra gli addetti ai lavori non mancheranno quelli che hanno sui loro scaffali una preziosa antologia di poesia polacca post-89. Ma perché tutto questo?

Lo abbiamo detto più volte, la poesia in Polonia ha ancora un suo ruolo letterario e sociale insostituibile dalla pur rapida scalata della forma-romanzo nelle preferenze dei lettori. I romanzi sono contenitori di grandi vicende umane, avventure, ricchi della più varia umanità, ma spesso la poesia è la forma maggiormente in grado di raccontare la realtà. Sembra incredibile detto così, lo sembra sempre, ma a volte il compito di comunicare il reale appartiene più alla poesia e alla sua anarchica capacità di slegarsi dalle logiche di causa-effetto che non al romanzo e alla sua (non sempre) rigida catena narrativa. Questa cosa è radicata in maniera quasi atavica nella tradizione letteraria in lingua polacca e i poeti polacchi contemporanei ne sono più o meno consapevolmente partecipi.

Natalia De Barbaro, Agnieszka Kuciak, Joanna Wajs, Maciej Woźniak e Jacek Dehnel (quest’ultimo piuttosto famoso in Polonia come romanziere e bizzarro dandy) sono nati tutti nel decennio dei Settanta, hanno sfiorato di striscio il socialismo, non hanno idea di cosa sia stata la guerra né tantomeno appartengono alla generazione che l’ha combattuta. Eppure, con forme, modalità e approcci diversi, proseguono la grande tradizione del Novecento poetico polacco affrontando in versi il faticoso compito di confrontarsi con le complesse possibilità del reale.

Le liriche dei giovani autori, è giusto dirlo, non sono sempre riuscitissime e alcune peccano di quella quotidianità spicciola di cui la poesia contemporanea a volte proprio non riesce a fare a meno (versi come ‘finisco la mia Coca-Cola e chiudo il libro’ di Dehnel ce li saremmo risparmiati senza grossi rimpianti) e che però è comunque un risultato di quel pressante confronto con il reale cui si faceva riferimento. Il ruolo delle piccole cose del quotidiano, Wisława Szymborska insegna, può essere prezioso persino nelle narrazioni metafisiche, tutto sta a dare valenza poetica e quindi un significato che vada oltre l’immanente (e l’imminente) agli oggetti in questione come fa magistralmente Joanna Wajs nella sua poesia “il re dei serpenti” dove una serie di sensazioni semplici è capace di ritrarre il padre scomparso e ricreare in pochi versi un universo di memoria:

sento i suoni lo schianto dei libri chiusi di scatto

per smuovere la polvere

i passi sull’assito che scricchiola il ticchettio

delle dita sulla tastiera appiccicosa

di earl grey zuccherato.

(p.48)

L’evocazione nostalgica per altro, non è patrimonio solo di questa lirica o della sua autrice, anzi è un tema di fondo di quasi tutti i testi presenti nell’antologia. Segno che la poesia sta diventando il linguaggio esclusivo della malinconia e della severità di sentimento? Sicuramente rispecchia in questo caso le difficoltà di una generazione a leggere il presente con gli strumenti dati e che quindi preferisce (necessita di) rifugiarsi nel passato, un passato al quale si guarda aggrappandosi ai suoi simboli che così diventano confronto e dialogo, quindi poesia.

Quanto al passato in senso storico e collettivo, è bene ricordare che in Polonia il concetto di letteratura impegnata quasi non esiste dal momento che forse solo i libri di cucina e alcuni gialli sono davvero “non impegnati”; di sicuro la poesia è storicamente quella che meno riesce a emanciparsi dall’aspetto sociale e civile del fare letteratura e i poeti polacchi contemporanei sono eredi di un modo di scrivere versi legato strettamente all’altro da sé che inevitabilmente si confronta anche rabbiosamente con la Storia e con le storie degli individui come dimostra con forza quasi brutale la poesia Wroniecka -troppo lunga per essere citata per intero- di Agnieszka Kuciak che racconta con distici taglienti l’assurda storia di una sinagoga di Poznań trasformata in piscina dai nazisti e che tale è rimasta nei decenni e fino a oggi.

Leggere Il vetro è sottile insomma è un’esperienza interessantissima: vuol dire leggere i poeti polacchi contemporanei e scoprire che c’è poco spazio per l’amenità eterea che a volte crediamo appartenga alla poesia; quello che ci troviamo ad affrontare è quasi un incontro di pugilato con la realtà più reale nei suoi aspetti più difficili, spogliata del suo contesto e degli orpelli narrativi e che viene offerta lì nel modo più modestoche è anche il più ricco, come una scultura ripulita del marmo in eccesso. Gli eredi delle rabbie catartiche di Herbert, delle grandi riflessioni di Miłosz o dei piccoli grandi dolori da niente di Wisława Szymborska devono ancora migliorare le loro strofe, ma per fortuna sgrezzare le penne e sciogliere l’inchiostro è un esercizio fattibile, mentre l’idea della poesia come qualcosa con cui giammai si evade dal reale è già ben piantata; per fortuna, perché quella di certo non la si può insegnare.

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