Pod mocnym aniołem. La vita in fondo al bicchiere

pod mocnym aniolem PoloniCult

Con Pod mocnym aniołem Wojciech Smarzowski firma l’ennesimo spaccato di amara dissoluzione in salsa polacca.

di Salvatore Greco
 

Pod mocnym aniołem è solo il quinto film in dieci anni di carriera per Wojciech Smarzowski, dato con il quale ci si confronta a fatica e con una certa dose di stupore vista la maturità tecnica oltre che di cifra artistica raggiunta da questo quasi-cinquantenne di Korczyna. Dopo la storia amara ma ironica raccontata in Wesele e quella crudissima ma con un fondo di speranza di Róża, Pod mocnym aniołem -uscito nel 2014- è un altro passo avanti nella personale crociata del regista tra le brutture e le fatiche del vivere, questa volta incentrato sul tema dell’alcolismo.

Tratto dall’omonimo e fortunato romanzo del famoso scrittore Jerzy Pilch -uscito in Italia per Fazi nel 2005 con il titolo di “Sotto l’ala dell’angelo forte” ma ormai fuori catalogo- è la storia di uno scrittore affermato -Jerzy anche lui- e dei suoi drammatici problemi di alcolismo tra ciclici ricoveri in cliniche di riabilitazione, negazione e una storia d’amore che prova a essere un appiglio disperato alla vita normale. La traduzione del titolo del romanzo, di per sé piuttosto riuscita e astuta, potrebbe far pensare a una figura forte e salvifica in grado di proteggere il protagonista dai mali, in realtà Pod mocnym aniołem è -al contrario- il nome di un bar dove Jerzy beve in compagnia di altri disperati. Chi ha frequentato la Polonia e le sue abitudini linguistiche sa che la locuzione “Pod” è molto comune nei nomi dei locali e fa riferimento all’insegna sotto cui appunto si trova la porta. Insomma, l’angelo forte non protegge proprio nessuno, anzi fa sì che l’autodistruzione in fondo al bicchiere abbia il suo corso.

pod mocnym aniolem 2 PoloniCultFatta questa dovuta precisazione andiamo al film che inizia con Jerzy -interpretato da un magistrale Robert Więckiewicz- che beve in compagnia di una giovane donna mezza svestita e le spiega come i problemi con il bere appartengano a chi bere non sa, di certo non a lui. E in effetti quello che ci si prospetta nelle prime scene è un uomo brillante, forte, sincero che parla di letteratura in tv e alla radio, racconta anche la sua storia, incanta le platee forte di una consapevolezza di sè fuori dal comune. Si presenta anche alla famiglia della sua giovane amante -di cui non viene mai fatto il nome- perché è intenzionato a sposarla, non si unisce al brindisi “perché sono un alcolista, non posso bere” e non ha paura di ammettere che l’occasione che ha portato a conoscere la ragazza è stata l’essersi trovato ubriaco per strada sotto un bancomat a cui lei si era avvicinata. Sembrerebbe insomma l’inizio di un film sulla redenzione e sul successo dei buoni sentimenti, ma per crederlo dovremmo dimenticare che è un film di Smarzowski, cosa che invece è. Dopo quel momento infatti la narrazione cambia strada e tono senza soluzione di continuità, la direzione temporale si perde, il montaggio si fa più veloce e quasi brutale, il tono cambia. Uscendo da un taxi nel pieno centro di Cracovia, Jerzy entra al Pod mocnym aniołem (locale che a Cracovia esiste davvero, anche se ha un aspetto diverso e un altro nome) per un bicchierino, poi allo spaccio di alcolici subito di fronte compra diverse bottiglie e va a casa a ubriacarsi. E inizia quasi un altro film.

La prospettiva di tempo è distorta come la percezione del protagonista che si sposta con la mente tra momenti diversi della sua vita, a volte con flash incomprensibili, altre nelle storie che ha scritto o pensa di scrivere, altre ancora nelle vicende degli altri protagonisti che appaiono via via. Questo turbato flusso di coscienza infatti si inserisce nel contesto della clinica di riabilitazione in cui Jerzy si ricovera per provare a smettere di bere, clinica abitata da personaggi distrutti dall’alcolismo quanto e più di lui, portatori di storie a volte perversamente divertenti ma sempre profondamente tragiche; a partire dal camionista che organizza feste tra disgraziati nel parcheggio delle aree di servizio o dalla farmacista quasi apatica che arriva all’alcolismo per poter godere della propria sessualità. Un festival di diseredati che raccontano -dopo averle messe per iscritto- le proprie storie di come l’alcol li ha rovinati, ma  a cui lo scrittore -paradossalmente- non riesce a unirsi nel sentimento. Nonostante i ricoveri continui, le cadute, le umiliazioni e l’allontanamento della donna amata, il riconoscimento profondo del problema tarda ad arrivare. Jerzy si sente un po’ come Jack Nicholson ne Il nido del cuculo, ma privo di quella tensione catartica e anzi sconfitto dal suo stesso ego.

L’efficace straniamento di cui Smarzowski fa uso per far scorrere senza intoppi il flusso confuso di immagini della testa di Jerzy è anche alla base di tutte le sequenze fuori dalla sua testa. Moltissime delle riprese fatte all’interno della clinica sembrano fatte da telecamere di sorveglianza posizionate sul soffitto o negli angoli, inquadrature fisse e impersonali che nulla aggiungono alle scene e raccontano senza giudizi e senza filtri queste scene di quotidiana negazione di umanità. D’altro canto Smarzowski i filtri non sa nemmeno cosa siano, i racconti dei pazienti della clinica e quelli dello stesso protagonista sono descritti per come sono senza alcuna pietà per l’umiliazione, il degrado e le loro rappresentazioni fisiche per le quali è bene dire che saranno avvantaggiati gli spettatori più forti di stomaco.

Il montaggio curato da Paweł Laskowski e la fotografia di Tomasz Madejski corroborano l’efficacia della realizzazione restituendo al meglio la prospettiva del protagonista con i violenti stacchi, le sequenze che non distinguono tra avvenimenti presenti e passati, reali o fittizi, vicini e distanti e con l’uso delle luci che spesso indugiano in una semioscurità che dal bancone del Pod mocnym aniołem avvolge molti spazi della vita di Jerzy e dei suoi compagni di sventura, quasi la metafora della fitta nebbia da cui non si trova uscita senza consapevolezza.

Pod mocnym aniołem

Al di là della pregevolissima fattura tecnica, delle grandi interpretazioni e dei dettagli tutti al loro posto, quello che davvero fa di Pod mocnym aniołem un film veramente meritevole sta nella capacità di Smarzowski di non dare un giudizio morale o di proporre una soluzione, cosa che al regista non compete e soprattutto non interessa. Restando nella sua posizione di osservatore, Smarzowski si “limita” a ritrarre personaggi verosimili che per il resto fanno tutto da soli, nella propria mancanza di vie d’uscita e nella loro alienazione sono abbandonati alle loro azioni. In questo senso pesano ancora di più le scelte di regia di cui detto e quelle riprese “documentaristiche” all’interno della clinica che danno a Smarzowski il modo di ‘nascondersi’  e lasciare parlare la realtà per com’è. Una realtà, nello specifico, fatta di alienazione e disperazione, vomito e convulsioni, frustrazione e sconfitta. E che Smarzowski lascia che scorra, dopotutto quello di intervenire non è il suo mestiere.

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