Papusza: un popolo e il suo ingresso nella Storia.

Papusza

Dalle sapienti mani di Krzysztof Krauze e della moglie Joanna Kos-Krauze un gioiello intimo e universale: Papusza.

di Francesco Cabras
 

Il film in questione data al 2013. Si tratta della biografia filmata (sapientemente e a quattro mani da Joanna Kos-Krauze e Krzysztof Krauze) di Bronisława Wajs (1908-1987), poetessa di etnia Rom nata e vissuta in Polonia. Il film non si snoda cronologicamente, bensì a sbalzi temporali che ci portano dai primi anni del XX secolo in cui Papusza (“Bambola”, questo il nome Rom della protagonista) nacque, all’immediato dopoguerra di una Polonia distrutta e ferita, in piena fase di ricostruzione; poi agli anni della guerra, in cui gli zingari erano costretti a nascondersi nei boschi per sfuggire alla barbarie nazista; infine agli anni ’70, quando Papusza e la sua comunità furono costretti dalle autorità comuniste a divenire stanziali, iniziando ad abitare nelle case nonché a frequentare la scuola, ciò che comporterà la “morte” culturale del popolo Rom (ci tornerò).

Un grande, sontuoso, affresco di storia di un popolo che storia non ha mai avuto, perché non ha mai avuto chi si prendesse la briga di lasciarne traccia scritta. Questa tematica emerge inequivocabilmente in un dialogo tra Papusza (Jowita Budnik) e Jerzy Ficowski (Antoni Pawlicki), dove la poetessa individua la discriminante fondamentale tra il proprio popolo e i gadźe [appellativo che i Rom impiegano per indicare i non appartenenti alla propria comunità] esattamente nel mancato sviluppo di una cultura scritta, ciò che li condanna a essere irrimediabilmente soccombenti nei confronti della cultura “altra” e dominante. Jerzy Ficowski (1924-2006) fu poeta e saggista che visse due anni in mezzo ai Rom. Ne imparò la lingua, scoprì e incoraggiò la propensione di Papusza alla poesia; infine fu grazie a lui che i versi della poetessa finirono in mano a Julian Tuwim, il quale provvide a farli pubblicare sulla rivista “Nowa Kultura” nel 1951. Ficowski è personaggio chiave del film, deus ex machina grazie al quale la donna – che per la verità non fa nessuna mostra della propria sensibilità poetica, considerando i propri scritti cose di poco conto di cui addirittura vergognarsi – si emancipa dalla sua situazione di elemento “eterodosso” e anche un poco “anarchico” nella propria comunità, che le rinfaccia a più riprese la sua testardaggine nel voler imparare a leggere e a scrivere. Prima o poi la scrittura porterà sventure e maledizioni su tutti… Papusza ha successo come poetessa: è finalmente riuscita a lasciare traccia di sé e soprattutto del proprio popolo; ha trascinato gli zingari (è volutamente evitato nel film il più politicamente corretto “Rom”) nella Storia, anche grazie a un’intrapresa parallela alla pubblicazione dei suoi versi, ovvero la stesura, da parte di Ficowski, del primo trattato scientifico dedicato agli zingari di Polonia, Cyganie Polscy [1953].

Papusza

Papusza – e in misura molto minore Ficowski – pagheranno tuttavia a caro prezzo tutto questo, finendo sostanzialmente ostracizzati dalla comunità. Papusza avrà accanto a difenderla, e a visitarla nell’ospedale psichiatrico in cui verrà ricoverata per un periodo di tempo, soltanto Ficowski e il marito Dionizy (Zbigniew Waleryś): uomo non amato e sposo imposto dalla famiglia, di vent’anni più anziano, apparentemente insensibile al talento e alla delicata personalità della moglie, che però dimostra – in un momento di estrema necessità – di intuire e voler proteggere la delicatezza della donna. Addirittura il figlio Tarzan (Sebastian Wesołowski), inizialmente orgoglioso della madre, la ripudierà rifiutandosi di farle visita in ospedale.

Papusza stessa, in un colloquio con il marito in ospedale, tira le fila del discorso iniziato anni prima con Ficowski: “Se non avessi imparato a scrivere, a leggere e a fare poesia, ora sarei felice”. È la ripresa di un tema universale qual è il contrasto tra natura e cultura, tra la (supposta) spontaneità della vita “pre-culturale” e la successiva perdita di un Papuszatale stato di grazia. Gran parte delle scene del film sono girate in mezzo ai boschi, dove gli zingari vivono prima dell’ordine del trasferimento forzato nelle abitazioni (notevole la fotografia di Krzysztof Ptak e Wojciech Staroń); è il loro ambiente naturale, è lì la libertà che questo popolo sente appartenergli di diritto e che rivendica a gran voce, non appena viene a sapere da Ficowski i progetti che il governo ha in serbo: vuole obbligarli a divenire stanziali; non è finita: i membri della comunità rifiutano categoricamente di mandare i propri figli a scuola, non vogliono che imparino a leggere e scrivere, consapevoli come sono di ciò che questo comporterebbe: una sostanziale, lenta ma inesorabile “assimilazione culturale”, la perdita della propria identità. Ma la consapevolezza non basta: l’ultima parte del film è ambientata tra anonimi bloki (palazzoni) di fattura socialista. I colori della primavera (che la fotografia luminosa a cui ho accennato permette di intuire, nonostante il bianco e nero!), cedono il passo a un inverno grigio, monotono e perennemente innevato, in cui gli zingari trascinano le loro giornate tra litigate e alcool; gli strumenti musicali (Dionizy è un apprezzato arpista) non servono più a nulla e tutto ciò che resta sono improbabili ricordi di Lenin che avrebbe voluto avere il musicista e la sua orchestra zigana ad accompagnare la rivoluzione; Dionizy pieno di slancio dice che purtroppo al seguito di Lenin non ci poteva stare, perché già in parola con Piłsudski, che attendeva i musicisti in Polonia…e ancora Dionizy infine, quando viene concesso alla moglie il permesso di muoversi (e risiedere) liberamente per la Polonia come riconoscimento delle sue capacità poetiche, è entusiasta:”ora potremo suonare dove vorremo!”…ma tutto ciò non ritornerà più e allora la splendida colonna sonora di Jan Kanty Pawluśkiewicz assume anche il significato di un’eco nostalgica, di un estremo tentativo di recupero di ciò che la “cultura dominante” ha spazzato via. A quest’ultimo proposito voglio ricordare anche il coro zigano che a inizio film canta in teatro durante una cerimonia solenne in onore di Papusza; musiche che prima erano cantate all’aperto, nei boschi, tra i fiumi e gli alberi, ora sono “teatralizzate”, “spettacolarizzate” e addomesticate ad uso e consumo di una “civiltà” dominante.

Va comunque detto che la visione dei registi non è semplicistica, edulcorata o “assolutoria” nei confronti di questa “naturalità” e spontaneità zigana: non vengono infatti nascosti le difficoltà quotidiane implicate da un simile modo di vivere, gli attriti all’interno della stessa comunità, il ricorso al furto, gli scontri con i gadźe, l’intolleranza e la persecuzione a cui queste genti dovettero (devono ancora oggi) sottostare; eppure è evidente la fascinazione e la delicatezza con la quale gli (ex-) coniugi Krauze hanno voluto raccontare il canto del cigno di una cultura.

Sì, ora anche gli zingari hanno fatto il loro ingresso nella Storia…questo film traccia un bilancio di tale avventura; il prezzo finale è stato altissimo.

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