Jerzy Stuhr | Pogoda na jutro

Abbiamo lasciato Jerzy Stuhr nel 1983, giovane “cavia” ibernata per un interessante esperimento scientifico; esattamente due decenni dopo (2003) lo ritroviamo un po’ invecchiato, attore e insieme regista di una pellicola tutta sua che lo vedrà riemergere da un mondo in cui si era rinchiuso – nella finzione cinematografica -diciassette anni prima.

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Stanisław Barańczak, fra Polonia e Nuovo Mondo.

Una premessa è d’obbligo. A oggi non esistono traduzioni italiane tanto dei versi quanto dei saggi di Stanisław Barańczak. Si tratta di una lacuna considerevole e inaspettata e che ci si augura venga presto colmata. La speranza è che, sottovoce, queste righe possano essere d’incoraggiamento in tal senso. Perché ha senso scrivere di Barańczak oggi pur in assenza di uno qualsiasi dei suoi non numerosi scritti nella sempre più ampia selezione italiana della Polonia a scaffale?

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Wiera Gran. L’accusata.

Era da tempo che con una cara amica pensavamo di scrivere un articolo a proposito delle sensazioni che aveva suscitato in noi la lettura del libro Wiera Gran. L’accusata che affronta il trauma di una cantante ebrea sopravvissuta all’olocausto da un punto di vista non convenzionale. Proveremo a mettere su carta una lunga notte passata confrontandoci in maniera febbrile, a volte impetuosa ma sempre appassionata.

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The Dumplings – le giovani leve dell’elettropop.

Il mondo della musica elettronica, sebbene relativamente recente, è ormai talmente vasto da non potersi definire attraverso dei confini di genere precisi. Ma se i padri sono noti, i figli e i nipoti vivono in una galassia nebulosa di esperienze musicali delle più varie. In Polonia si sta facendo notare con numeri notevolissimi un duo che viene dalla città di Zabrze, cresciuto attraverso il passaparola su facebook, e che ha prodotto da poco il suo primo -elegantissimo- album. Loro sono the Dumplings.

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Viaggio nei Mazury: tra laghi e conservatori. Parte I.

Nell’estate del 2013 avevo bisogno di passare del tempo in Polonia per alcune ricerche sul famoso poeta Tadeusz Różewicz, impossibili da svolgere in Italia per tutta una serie di motivi che i polonisti conoscono bene. Per cui quando una mia vecchia conoscente mi propose un lavoro estivo in Polonia accettai quasi senza remore. Si trattava di andare a Olsztyn, capoluogo della regione di Warmia e Mazury per tenere un corso d’italiano a un gruppo di sacerdoti. Paga bassa, praticamente un rimborso spese, ma alloggio e vitto assicurati per un paio di mesi, non ci pensai un attimo.

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Chce się żyć: la dignità oltre l’incomunicabilità.

Il regista Maciej Pieprzyca racconta la storia di un ragazzo affetto da un grave handicap fisico, ispirandosi alla vita di Mateusz Rosiński, incapace di muoversi autonomamente e articolare parola, quindi ritenuto da tutti incapace di comprendere e comunicare, scopritosi poi normalmente in grado di intendere e di volere.

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Herbert, l’imperturbabilità del classico.

Il panorama della Polonia a scaffale si va sempre più arricchendo, abbiamo visto nelle scorse settimane alcune interessanti nuove uscite, ma non dimentichiamo che è sempre presidiato da alcuni intramontabili fondamentali, vere e proprie colonne di una biblioteca di letteratura polacca che si rispetti. Uno di questi, di cui ci occuperemo oggi, è l’antologia di Zbigniew Herbert curata da Pietro Marchesani e edita da Adelphi miracolosamente facile da trovare per essere un libro uscito nel 1993, “Rapporto dalla città assediata”.

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Paula & Karol, l’indie folk made in Poland.

Abbiamo già parlato di alcune band della scena indipendente polacca, ma più mirate sul versante pop. Oggi andiamo alla scoperta di una band che frequenta gli stessi suoni ma con maggiore aggressività e ricchezza e crea un folk vivace e allegro e verace che si presta ai ritmi più veloci come alle ballate. Da Varsavia, Paula & Karol.

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Deep end. La ragazza del bagno pubblico.

Apolide, così è stato definito il cinema di Skolimowski, autore che a detta di Tadeusz Sobolewski si è sentito sin da subito intrappolato “dall’identità polacca”. I film hanno difatti risentito dei numerosi spostamenti del regista, emigrato in numerosi paesi dal Belgio alla Francia, dalla Germania agli Stati Uniti.
In questa prospettiva, come ha osservato il regista e critico francese Jean Douchet,  Deep End (1970) “ha tutto di un film inglese” a partire dalla splendida colonna sonora di Cat Stevens.

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Peter Brook: insieme a Grotowski

“Grotowski è unico. Perché?
Perché nessun altro al mondo, nessuno dopo Stanislavskij, di mia conoscenza, ha esplorato la natura della recitazione, il fenomeno che la costituisce, il suo significato, la scienza dei suoi processi, sia psichici che fisici o emozionali, così profondamente e pienamente come Grotowski”.

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