Papusza: how a people made its way into history.

Papusza (2013) is a biopic, directed masterfully by Joanna Kos-Krauze and Krzysztof Krauze, about the Romany poetess Bronisława Wajs (1908-1987), born and raised in Poland. The film doesn’t follow a coherent chronological line, continuous flashbacks take the story from the beginning of the 20th century, when Papusza (which means “doll”, that’s the Romany name of the poetess) was born, to the first years of the postwar period, in a wounded and wrecked Poland, trying to put the pieces back together; and then to WW2 when Gipsies had to hide in the woods to escape from the horrors of the Nazis. Lastly, to the 1970s, when Papusza and her community were forced by communist authorities to become nonmigratory, settling down in houses and attending school, that will entail the cultural “death” of the Romanies (I shall come back to this).

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Elżbieta Czyżewska: ascesa ed esilio

Czyzewska

Lasciare la Polonia al culmine della propria fama in quanto moglie di una persona non grata. È l’evento che cambia la vita di Elżbieta Czyżewska, una delle attrici polacche più note in patria negli anni Sessanta. Un’interprete capace di lavorare con registi del calibro di Jerzy Skolimowski, Andrzej Wajda, Stanisław Bareja e Wojciech Has e che ha provato a costruirsi poi una dignitosa carriera Oltreoceano, nonostante difficoltà e pregiudizi. Varsaviana e cresciuta come attrice di teatro e cantante di motivetti, Czyżewska è un’attrice dalla personalità ben precisa e riconoscibile sin dai suoi primi ruoli sul grande schermo. A prima vista attraente, fragile e formosa biondina, riesce in realtà a uscire da questi superficiali stereotipi grazie a interpretazioni di grande vitalità nelle quali impersona donne forti e di carattere. Il suo timbro di voce in bilico fra suadente e naif, sempre leggermente stridulo la caratterizza, un po’ come accade in Italia con Monica Vitti negli stessi anni. Un’attrice erudita e dalla cifra stilistica personale lontana quindi dall’idea di procace platinata svampita che a Hollywood va per la maggiore in quegli anni.

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Automatic Thoughts. The rise and fall of computers in PRL

Computers in PRL

Automatic thinking and mathematics go hand-in-hand, of course; however, the mathematician is more often than not concerned with the internal, formal structure of mathematical objects themselves. It is not before we turn mathematics into a tool for self-introspection that something interesting happens: in the spirit perhaps of Novalis’ astounding apothegm “das höchste Leben ist Mathematik”. Beckett, Borges, Queneau, to name just a few, are all busy at work in a large, coherent, systematic exploration, which climaxes with Turing’s mathematical model of a hypothetical, universal computing machine, as well as with Shannon’s information theory. Kafka’s Strafkolonie and Vaclav Havel’s Antikódy, on the other hand, turn everything topsy-turvy, investigating the progressive bureaucratisation and depersonalisation of the language of authority.

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Cicha noc – sul piano inclinato dell’autodistruzione

Cicha noc

Un pullman di lunga percorrenza viaggia da occidente verso Olsztyn, Polonia. A bordo un uomo sulla trentina con indosso una maglietta con un’enorme bandiera polacca al centro parla al telefono e chiede alla sua ragazza di mandargli una foto della sua vagina, lo fa così ad alta voce che è impossibile non sentirlo. Un ragazzo un paio di file più avanti lo guarda sconfortato e commenta ad alta voce parlando alla sua videocamera portatile. Cicha noc, film tra i più discussi del cinema polacco nel 2017, inizia così e nel cinema d’essai nel centro di Varsavia in cui mi trovo il pubblico ride di gusto e borbotta commenti di familiarità per una scena grottesca quanto realistica. Siamo solo all’inizio, ma già in quella scena e nella reazione del pubblico si condensa la poetica di 97 minuti di pellicola che il giovane regista Piotr Domalewski ha dedicato al tema croce e delizia di ogni rappresentante delle arti polacche: la Polonia stessa.

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Ma być czysto – Sull’adolescenza, dall’adolescenza

Ma byc czysto PoloniCult

Sembra essere un periodo particolarmente felice per la scrittura al femminile in Polonia. Nonostante sul piano dei diritti civili le donne polacche stiano subendo di recente frustranti limitazioni, la generazione di scrittrici di questi anni vanta nomi capaci di raccontare in profondità non solo e non tanto il proprio Paese, ma un sentire comune e universale legato all’identità nel mondo. Una di queste, ancora relativamente poco nota, è la trentenne Anna Cieplak, operatrice culturale legata agli ambienti di Krytyka Polityczna, e autrice di un romanzo in grado di conquistare la critica edito dalla casa editrice di Krytyka Polityczna stessa: Ma być czysto (2017), vincitore del Premio Gombrowicz e del premio Conrad per il migliore esordio letterario dell’anno.

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Bednarek – dal freddo cielo polacco, le sonorità del reggae

Bednarek PoloniCult

Ho un ricordo ancora vivissimo di quando, alla vigilia della partenza del primo viaggio in Polonia, una mia amica mi inviò il link ad una playlist di Spotify chiamata “Polskie reggae”. Credo che possiate capire il mio stupore – di certo la Polonia non fa parte dell’immaginario collettivo di ambienti legati a questa tipologia di musica… ebbene, con gli anni ho avuto modo – e piacere – di scoprire questo genere e soprattutto che anche a queste fredde e nevose latitudini le sonorità jamaicane piacciono molto e ci sono diversi artisti davvero in gamba. Oggi vi voglio parlare di un ragazzo che probabilmente – parlo per chi ci segue dalle terre polacche – conoscete già, almeno di vista. Se vi piacciono i succhi Frugo avrete sicuramente visto il suo bel viso sorridente sulle bottiglie e sulle pubblicità. Mi riferisco a Kamil Bednarek – classe 1991, di Brzeg.

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A quick guide to the Polish reportage

Polish Reportage

One of the very first things foreigners may notice once they arrive in Poland or move there is that people still read on public transports. Polish commuters flip through free press and chick-lit, but prefer engrossing themselves in quality dailies such as Gazeta Wyborcza and Rzeczpospolita or in weeklies such as Polityka or Newsweek Polska. What they seem to enjoy even more, though, is good old paper books with the occasional e-book reader popping up. By looking at or asking what kind of stuff Poles read, the foreign observer will soon find out that it’s mostly non-fiction. And their subject of choice is often a specific kind of journalism known as reportage here. The term dates back to the 17th century French verb ‘reporter’ meaning to ‘carry back.’ However, in both British and American English reportage is rarely used.

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La signora dello zoo di Varsavia: qual è il prezzo per i giusti?

La signora dello zoo di Varsavia PoloniCult

Forse non tutti sanno che le mura dello zoo di Varsavia conservano un’incredibile storia vera di amicizia ed eroismo, avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale. La signora dello zoo di Varsavia (The Zookeeper’s Wife, 2017), distribuito in Italia in dvd dall’8 marzo 2018, racconta proprio questa storia: quella dello zoologo Jan Żabisńki e di sua moglie Antonina, responsabili della gestione dello zoo nella capitale polacca, che tra il 1939 e il 1945 misero in salvo circa 300 ebrei nascondendoli all’interno della loro struttura. Gli Żabisńki ottennero il riconoscimento di Giusti tra le Nazioni nel 1965 per le loro azioni eroiche.

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Nes Gadol Hayah Sham

Nes Gadol Hayah Sham

It was one of those autumnally drenched afternoons, when the clouds loom heavily over us pouring their chaotic grey into our eyes that continuously and repeatedly cannot stop looking after the colours of an already-gone-summer; a summer that can survive thanks to our memories seeking for a shelter into her hay-scented warm hug. Mama had dispatched me and Adela to bring the lunch to Jakub. Jakub is my dad, but he was an unlikely father and that makes it difficult to call him “daddy”, so I have always preferred to call him by his first name – a name that to me, little dreamer and drawer, sounded enchanting. It reminded me the old stories about patriarchs that my grandpa used to tell me in the wintertime, when all the other adults were too busy to take care of me, strange child that I was. Fortunately, grandpa loved to narrate and I, I loved to shape paper figures with those words; for words are kaleidoscopic tools of creation working in perfect harmony with the world.

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Kazimierz Nowak: l’Africa in bicicletta

Kazimierz Nowak PoloniCult

L’approvazione di Ryszard Kapuściński in copertina è un bel biglietto da visita per un libro, per quanto talvolta abusato. Non però in questo caso. ‘Rowerem i pieszo przez Czarny Ląd‘ (In bicicletta e a piedi attraverso il Continente Nero) di Kazimierz Nowak è davvero uno di quei libri che restano impressi. Un’opera e un autore che potrebbero dire poco al lettore italiano, e forse anche a quello polacco, ma per i quali un processo di riscoperta internazionale sembra essere in corso. La dimostrazione sta nella splendida edizione inglese del libro, intitolata ‘Across the Dark Continent‘ e tradotta da Ida Naruscewicz-Rodger. L’opera è stata pubblicata dall’editore polacco Sorus con il patrocinio della Fundacja im Kazimierza Nowaka a fine 2017, a diciassette anni dall’uscita dell’edizione originaria. E il sito ufficiale dedicato a Kazimierz Nowak è una miniera di informazioni in sei lingue: polacco, inglese, tedesco, francese, arabo e italiano.

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