Nowa Huta – I, too, am Cracow

Nowa Huta Oggi PoloniCult 3

Tra le strade di Nowa Huta – esperienze a confronto per rompere gli stereotipi.

di Mara Giacalone


La settimana scorsa Roberto alla fine del suo articolo scriveva “Non c’è presente senza cura del passato e delle sue tracce” e questa sua frase mi ha fatto venire in mente una cosa che scrissi io in un saggio di sociologia in cui descrivevo due tipologie di villaggi operai, Nowa Huta e Crespi d’Adda. Proprio in conclusione del saggio mi riferivo all’umanità che abita Nowa Huta come “persone che vivono confrontandosi continuamente con il passato ma guardando avanti”. E oggi cercherò di dimostrarlo.

Nowa Huta Oggi PoloniCult 6Quando arrivai a Cracovia due anni fa, avevo fatto ricerche sulle cose da vedere. Tra le varie opzioni figurava anche la vecchia zona industriale che, essendo una periferica e portandosi sulle spalle un grosso peso storico, è generalmente etichettata e considerata una zona marginale, di confine, malfamata, grigia, in cui vive la gente povera e senza educazione. Mi risuonano ancora nelle orecchie i vari commenti delle persone interpellate: “non c’è nulla da vedere”, “è inutile”, “è periferia”, “guardano male i turisti”… Fortunatamente non ero una studentessa erasmus che ha scelto la Polonia perché è economica rispetto alla media degli altri paesi europei e quindi queste avvisaglie che mi ricordavano molto quelle della mamma di Cappuccetto Rosso prima che la l’ignara figlioletta si avventuri nel bosco, mi sono scivolate addosso completamente, convinta che una brava polonista non potesse fermarsi al centro storico cracoviano. Così, trovata una compagna d’avventura, un uggioso, umido e grigissimo pomeriggio di fine gennaio mi diressi alla volta della tanto famosa quanto rinnegata Nowa Huta. Scendemmo in Plac Centralny im. Ronalda Reagana e la sensazione che mi colpì fu quella di essere caduta in uno spaziotempo altro e diverso dal mio. Non voglio parlare di “shock culturale” perché non è di questo che si tratta, ma piuttosto la sensazione di ritrovarsi in un film in bianco e nero degli anni cinquanta, in una storia raccontata da una voce esterna, roca e che guarda con sguardo rassegnato quello che avviene. Ebbi l’impressione che le persone, più che camminare, si trascinassero, ingobbite, chiuse nei loro cappotti come se fossero chiuse in un mondo a parte. Proseguimmo su Aleja Róź quasi senza scambiarci parola e ci dirigemmo a prendere il bus dirette alla famosa chiesa Arka Pana – non so quanto durò il viaggio in bus ma fu estenuante. Il mezzo era colmo di un’umanità così strana e altra da noi due giovani studentesse italiane che mi sentivo in imbarazzo, come se sopra la mia testa un’insegna luminosa dicesse, a lettere cubitali, STRANIERA. Una volta scese, tirammo il fiato, ci dirigemmo alla chiesa e rimanemmo stupite dallo stile insolito per non dire assolutamente estraneo ai nostri schemi. Non mi piaceva. Ero delusa e iniziavo a pensare che forse avevano ragione quelli che parlano di Nowa Huta come di un “postaccio”. Poi entrammo. Quei giochi di luce sulle vetrate azzurre ce li ho ancora impressi negli occhi: rimasi a bocca aperta e fu forse in quel momento che iniziai a capire quel posto strano e “lontano” da me. Uscimmo e in attesa di prendere un nuovo autobus per andare all’Abbazia di Mogiła, mi misi ad osservare l’umanità che mi circondava: signore anziane con le borse piene di patate e cavoli avvolte in buffe giacche marroni, bambini con il moccio al naso e le scarpe logore, anziani che hanno la mania di sputare per terra, giovani ragazze con abbinamenti improponibili… io nel mio cappottino grigio e sciarpa rossa stonavo incredibilmente, sembravo – per dirla in polacco – sztuczna, finta, prelevata e messa lì come oggetto di disturbo. Arrivò il nuovo bus e di nuovo le stesse sensazioni di prima. Avrete sicuramente bene in testa tutti gli stereotipi che i film ci hanno passato riguardanti i paesi che hanno fatto esperienza del comunismo: bene, prendeteli, toglietegli la polvere e guardateli perché era ciò che avevo in testa. Una volta scese, tirammo di nuovo il fiato. La prima cosa che vedemmo, sulla nostra destra, fu la Parafia Rzymskokatolicka Św. Bartłomieja – una chiesetta in legno che sembrava uscita da una fiaba e quasi stonava con tutto il contesto in cui era inserita. Dall’altra parte della strada, invece c’era finalmente l’Abbazia. Questa volta, era una chiesa che rispettava la mia aspettativa di “chiesa”, il mio stereotipo di “chiesa” e mi sentii al sicuro, protetta nelle mie certezze. Tornai a casa con pensieri contrastanti e con l’idea che forse non ci sarei più tornata. Pensiero che non fu mai così errato.

Nowa Huta Y PoloniCult

A marzo iniziò il secondo semestre e anche  un corso chiamato antropologia dell’Europa orientale la cui prova finale consisteva nello scrivere un saggio comparatistico tra due realtà da noi vissute ed esperite, ovviamente una delle due doveva essere polacca. Immediatamente pensai a Nowa Huta, era sicuramente la cosa più strana e fuori dai miei canoni che avevo vissuto fino a quel momento così, come accennavo all’inizio, scrissi un saggio contrapponendo Nowa Huta e Crespi d’Adda. Per fare ciò, da brava sostenitrice del buon caro Malinowski e della sua osservazione partecipante, dovevo tornare sul luogo, fare foto, immergermi in quel luogo, provare a capirlo, ascoltarlo. Mi rendevo conto che non poteva davvero essere solo quella facciata di mattoni grigi contro cui mi ero scontrata un paio di mesi prima. Dovevo tornare e ascoltare cosa aveva da dirmi. Era ormai maggio e le primavera cracoviana era esplosa, io avevo una bicicletta: optai per questa invece che il tram. Fu un mutamento di prospettiva incredibile. Percorsi tutta Aleja Pokoju, presi Aleja Jana Pawła II e in teoria sarei dovuta arrivare dritta dritta in Plac Centralny, ma qualcosa andò storto e finii altrove. La cosa bella è che mi trovai davanti ad un laghetto immerso nel verde: stentavo a crederci. Scoprii solo dopo che quello era Zalew Nowohucki. Faceva caldo, avevo con me un libro e non ci pensai due volte a sedermi a leggere in riva osservando gente che faceva jogging, famiglie rumorosamente ridenti che si godevano una stupenda giornata di primavera in quello che sembrava un mini paradiso terrestre. Circumnavigai il lago per farmi un’idea migliore e rimasi meravigliata nel constatare che dall’altra parte c’era un’area giochi, le sdraio, gente che faceva il bagno, trampolini elastici e waterball. Era proprio questo quello che volevo: sfatare i grigi miti su Nowa Huta. Da zalew presi di nuovo Aleja Solidarności e raggiunsi la vecchia fabbrica perché dovevo scattare le foto da mettere nel saggio. Al ritorno mi intrufolai in una via sulla sinistra che mi ispirava e mi trovai in un vialetto costeggiato da casette bellissime che stonavano con l’immagine dei bloki con cui siamo soliti dipingerci questa zona. Poiché si era ormai fatta ora di pranzo tornai verso la piazza centrale decisa a mangiare al bar mleczny come conclusione perfetta. Di questa esperienza ne ho già parlato, ma fu davvero il coronamento della giornata e tornai a casa con un’immagine completamente diversa da quella che avevo.

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Queste due esperienze possono essere così riassunte: breaking stereotypes – per usare il nome di una importante campagna. E spiegano anche il titolo del pezzo, Nowa Huta – I too am Cracow. Ho parafrasato uno slogan utilizzato da studenti di Oxford e Harvard per abbattere preconcetti, pregiudizi e stereotipi che siamo solito formulare davanti a persone (e cose) solo partendo dai dati visivi immediati che non prendono in considerazione quello che sta sotto, la vera essenza delle persone (o delle cose) e in questo caso specifico, dei luoghi. È troppo facile unirsi al coro di chi parla con schifo malcelato di Nowa Huta come la sorella brutta e scomoda di Cracovia, quella bella e ricca di storia. È molto più complicato invece, cercare di andare al di là e vedere la fatica e gli sforzi che fa questa zona per andare avanti senza rinnegare il suo passato. Roberto faceva riferimento ad una esigenza di tutela e non potrei essere più d’accordo. C’è bisogno di comprendere che il passato difficile e se vogliamo doloroso di questo “quartiere” è il suo punto di forza, è da lì che si deve partire per ri-cominciare e ri-qualificare il territorio e la bella notizia è che questo avviene perché ci sono i numeri e c’è la voglia. Sarà strano a pensarlo, proprio perché va al di là dello stereotipo, ma Nowa Huta è una delle zone più verdi della città proprio perché era stata pensata e sviluppata apposta secondo un ben preciso piano urbanistico e questo elemento è un punto di partenza incredibile nell’ottica di una poetica del riuso. Ci sono diverse iniziative che puntano anche al rianimo della vita culturale/intellettuale per sfatare l’idea della zona come sottoacculturata e qui un ruolo primario è giocato dal Nowohuckie Centrum Kultury che organizza tantissimi eventi per bambini, giovani, famiglie e anziani. Dall’anno scorso, per fare un esempio, ospita la mostra sulle opere di Beksiński, un segnale molto forte, che indica come non si abbia paura di investire sulla cultura e soprattutto su un autore così fuori dagli schemi e credo che la mostra non potesse trovare luogo migliore per essere allestita proprio per dare testimonianza di un forte sentimento di rilancio culturale che allo stesso tempo significa riscatto dallo stereotipo.

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A volte ho l’impressione che La City, Cracovia la Bella, punti tutti i suoi faretti su di sé per nascondere la sorella di cui si vergogna. Ci sono tour organizzati per Nowa Huta, ma sono una conferma dei pregiudizi piuttosto che un mostrare le possibilità che offre questo luogo lasciato ai margini.

Sono tornata a Nowa Huta a giugno, prima di lasciare la Polonia. C’ero stata in ottobre per la mostra di Beksiński di cui parlavo. Mi sento a mio agio, ora. Adesso che ho capito cosa si porta dietro e sono diventata una sua fan, se così si può dire. Credo nel suo potenziale. Nowa Huta non è un nonluogo. È vero, negli anni ha rischiato di diventarlo, potremmo anche dire che racchiude i tre elementi che definiscono la surmodernità e i nonluoghi secondo Augé, ma non possiamo farla diventare un museo o un (non)luogo in cui passiamo senza fermarci e senza dargli il suo peso. Dategli la possibilità di indossare il suo vestito speciale perché Cracovia è sempre in ghingheri, profumata e colorata della sua maestosa storicità – a volte quasi ridondante -, mentre Nowa Huta, da brava Cenerella è sempre rilegata in secondo piano.

I too am Cracow.

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