Nessuno pensa da solo

Lev Semënovič Vygotskij

Modelli cognitivi da Lev Vygotskij all’infosfera.

di Roberto Reale (con un contributo di Salvatore Greco).

Pensare è calcolare, e la mente è un computer. È l’assunto del modello tuttora più divulgato nell’ambito delle scienze cognitive, la teoria computazionale della mente: una sintesi di psicologia razionalista (i pensieri hanno forme logiche che ne determinano il ruolo nei processi mentali) e di teoria matematica della computazione, alla Turing (i pensieri hanno una struttura sintattica).

Jerry Fodor (La mente non funziona così. La portata e i limiti della psicologia computazionale, Laterza, 2001) ne individua cinque principi fondanti:

  1. I nessi di causalità tra i pensieri discendono dalla forma logica che questi possiedono;
  2. Tale forma logica sopravviene alla forma sintattica che la rappresentazione mentale di un pensiero assume;
  3. Ogni pensiero è una “operazione definita sulla sintassi delle rappresentazioni mentali [che] conserva attendibilmente la verità in un numero illimitato di casi”, ossia una computazione;
  4. Il processo cognitivo è modulare, vale a dire costituito da un numero finito di moduli che, come i blocchi logici di un diagramma di flusso, sono in grado di mettere in relazione un set caratteristico di dati di input con un set di dati di output secondo una lista interna di regole (un algoritmo);
  5. L’intera architettura cognitiva della mente è esito di un processo evolutivo di forma darwiniana.

Un modello siffatto risulta attraente per un’ovvia ragione: l’antichissimo sogno di riprodurre in vitro il processo cognitivo proprio dell’uomo diventa improvvisamente realizzabile. Basta costruire una macchina sufficiente potente. Il modern Prometheus è il computer scientist: Heinz von Foerster, ad esempio, adopera la metafora computazionale indifferentemente per descrivere il sistema nervoso e le computing machines (Computation in neural nets, in Biosystems, Volume 1, Issue 1, 1967).

I limiti del modello computazionale cominciano però ad emergere allorché ci si interroga su un problema che potremmo chiamare “del contesto”: i processi cognitivi sono sensibili alle proprietà contestuali delle rappresentazioni mentali oppure no? Perché è chiaro che se a caratterizzare quei processi interviene unicamente il piano sintattico (se, in altre parole, essi sono davvero computazioni), allora ovviamente il contesto è ininfluente. Eppure, l’esperienza ci dice che non soltanto non è possibile prescindere dal contesto, ma che al contrario esso svolge un ruolo addirittura vitale.

Nella letteratura anglosassone, specie nelle ricerche in intelligenza artificiale, si parla a questo proposito di frame problem: come descrivere, in termini puramente logici (o, più correttamente, in una teoria del primo ordine, ossia in un sistema formale in cui è possibile enunciare assiomi e dedurne teoremi in maniera del tutto meccanica: l’aritmetica elementare ne è un buon esempio), lo stato di un automa immerso in un mondo le cui caratteristiche possono mutare in modo più o meno arbitrario (McCarthy e Hayes, Some philosophical problems from the standpoint of artificial intelligence, in Machine Intelligence, 4, 1969).

Lo stesso Fodor nel libro citato finisce per ammettere che la mente non può essere “essenzialmente modulare”, giacché ogni modulo parcellizzerebbe il processo cognitivo costringendolo per così dire a ridursi, in ciascuna sua fase, alle capacità del modulo stesso, e dunque fissandolo in una dimensione locale; laddove “perché sia dia pensiero di qualcosa, ovvero un concetto, una generalizzazione, una deduzione, una classificazione o una decisione, è assolutamente necessario un processo che riesca ad avere contemporaneamente una visione d’insieme” dei dati (recensione di Davide Dell’Ombra a La mente non funziona così).

Von Foerster rivede anch’egli la propria posizione, proponendo l’introduzione di “una struttura concettuale in cui le facoltà superiori come, ad esempio, l’apprendimento, la memorizzazione, la percezione […], in apparenza separabili, siano inquadrate come manifestazioni di un singolo fenomeno più inclusivo, la cognizione” (Thoughts and notes on cognition, in Gavin, Cognition: A Multiple View, Spartan Books, New York, 1970).

Quel che appare sorprendente è che il paradigma computazionale risulta inadeguato anche per descrivere il “pensiero” artificiale. Le macchine infatti, dichiara provocatoriamente César Hidalgo, autore di Why Information Grows, non pensano. E non tanto perché manchino di quella qualità elusiva che continuiamo a chiamare coscienza, ma perché il pensiero propriamente detto non è mai pensiero individuale. Si immagini, scrive Hidalgo, un essere umano nato “nell’oscura solitudine dello spazio vuoto”, o una “macchina di calcolo isolata e senza input”: entrambi sarebbero carenti di un oggetto su cui esercitare il proprio pensiero (una sorta di mise en abîme del primum movens aristotelico).

Hidalgo propone allora di distinguere un pensiero “piccolo” (quello che avviene su dimensione locale, meccanizzabile, indipendente dal contesto ma sostanzialmente tautologico) da un pensiero “grande”, che egli definisce come la capacità di “elaborare le informazioni che sono incorporate nei sistemi”, dove le singole unità (macchine o umani) “sono semplici pedine”. Chiunque pensi “in grande” fa uso essenziale dell’ambiente in cui è immerso, un ambiente ricco di artefatti e di relazioni nel quale il pensiero è per così dire “già codificato”: il mondo è a giant tape player.

È il modello della cognizione distribuita, introdotto da Hutchins fin dalla metà degli anni ‘80 come superamento della metafora computazionale. Il nuovo paradigma “enfatizza la natura distribuita nel tempo e nello spazio dei fenomeni della cognizione ed estende l’ambito di ciò che è considerato cognitivo oltre il singolo individuo, riconnettendo l’attività del pensare con le risorse e i materiali presenti nel contesto sociale e culturale” (Valentina Mucciarelli, Cognizione distribuita).

Questo approccio può essere fatto risalire a Lev Semënovič Vygotskij, padre della scuola storico-culturale della psicologia sovietica. Vygotskij ebbe assieme l’onore e l’onere di vivere pressoché interamente uno dei periodi più complessi della storia russa e mondiale. Nato nel 1896 in una cittadina delle propaggini bielorusse dell’impero zarista, si trasferì presto a Mosca per i suoi studi di giurisprudenza conclusi nel 1917, data dalla cui evidenza simbolica è impossibile sfuggire. Gli anni successivi lo videro scalare numerose posizioni negli ambienti che contavano della psicologia e della pedagogia approfittando anche di un mondo—quello della nuova Russia socialista—ancora in assestamento geopolitico e alla ricerca di una sua identità definita. Fino al 1934, anno della sua morte per tubercolosi, il mondo non era pressoché per nulla a conoscenza di quanto Vygotskij aveva teorizzato, studiato e dibattuto in 17 anni di intensa attività e non lo sarebbe stato ancora per diverso tempo, dal momento che la rete a maglie strette del realismo socialista promossa dal ministro stalinista Zdanov non avrebbe in nessun modo potuto comprendere la psicologia nella cornice del sapere proletario. La prima edizione di Myšlenie i reč’ uscì proprio nel 1934, a qualche mese dalla morte dell’autore, ma le edizioni successive in Unione Sovietica (1956 e 1982) uscirono parzialmente ritoccate e simile sorte accadde a quelle occidentali, tanto che soltanto negli anni ’90—inevitabilmente dopo lo sfarinarsi della struttura sovietica—si è arrivati a conoscere l’edizione originale del lavoro che già aveva ispirato nei decenni precedenti alcuni importanti sviluppi della psicologia cognitiva e nel suo stesso superamento.

Di certo c’è che Vygotskij, se non quella di vivere tempi tranquilli, ebbe la fortuna di condividere i passi, le strade e l’esperienza di pensiero assieme a una delle più straordinarie generazioni di pensiero e arte dell’umanità come fu quella del serebrjannyj wek (il secolo d’argento) russo, che porta questo nome dai critici perché secondo soltanto al fulgore della generazione che donò alla letteratura russa e mondiale il genio di Aleksandr Puškin. Negli anni in cui Vygotskij si formava, anche nelle cornici apparentemente a lui estranee della critica letteraria, fioriva il simbolismo russo con le opere di Aleksandr Blok e Andrej Belyj (entrambi quasi coetanei del Nostro) e di tutto un florilegio di autori ispirati dal pensiero di Vladimir Solov’ёv, i quali dopo mezzo secolo di dominio letterario del realismo e di completi e univoci rapporti tra significante e significato nella lettura del circostante riuscirono a riaprire—come e meglio di alcuni colleghi occidentali—un rapporto con la conoscenza e la fruizione della realtà che fosse in grado di andare oltre il valore fattivo degli oggetti e di trovare in essi rimandi da ricercare in altre sfere facendo un passo cognitivo superiore. Di lì a pochi anni sarebbe emerso anche il futurismo russo che accolse oltre la stella nascente di Vladimir Majakovskij anche le prime prove poetiche di un giovane Boris Pasternak. Forse è un esercizio pericoloso quello di collegare in maniera diretta la tensione di Vygotskij a riscoprire il processo cognitivo con la tensione della poesia (ma anche della musica, della pittura e del resto delle arti) russa a una totale revisione del rapporto con il reale e il rappresentabile. È tuttavia innegabile quanto il fervore di quegli anni, frutto delle emozioni rivoluzionarie del 1905 (persino più forti in un certo senso di quelle dell’Ottobre) travalicasse i confini tra le arti e i saperi, ma anche tra le varie forme del vivere sociale coinvolgendo tutti gli ambienti capaci di produrre un ceto riflessivo (in Russia per la verità pochi a parte Mosca e Pietroburgo) in un desiderio e una carica di riversamento dei paradigmi noti. Del resto il poema simbolo di quegli anni, Dodici di Aleksandr Blok, con il Cristo a guida di dodici apostoli rivoluzionari al confronto con la Storia riassume quello spirito inevitabile e la sua trasversalità.

Sul piano teoretico, Vygotskij è in parte debitore della teoria della ricapitolazione (elaborata da Haeckel in pieno positivismo), il cui caposaldo è che l’ontogenesi (lo sviluppo dell’individuo) ricapitola la filogenesi (quello della specie o del phylum), tanto biologicamente quanto in senso storico-culturale. L’individuo, invero, si ritrova immerso in un mondo di artefatti culturali e di forme evolute di cognizione, il che dà origine a una gamma quasi illimitata di possibilità di sviluppo concettuale.

L’ambiente culturale sostituisce quindi quello naturale o circostanziale originario, e i nostri meccanismi cognitivi restano legati a una dimensione storica incorporata nelle nostre pratiche sociali e nei segni e manufatti che li mediano. È il principio di incorporazione: i contesti in cui pensiamo sono ancorati su uno strato onnipresente di attività cognitiva storicamente costituita da cui attingiamo in modo cruciale. Si parla, a questo proposito, di situated learning o apprendimento situato (Lindblom e Ziemke, Social Situatedness of Natural and Artificial Intelligence: Vygotsky and Beyond, in Adaptive Behavior, Vol 11, Issue 2, pp. 79 – 96).

Oggi la dimensione dell’interazione, scrive il sociologo Massimo Di Felice, “non si configura più soltanto come l’insieme dello scambio di opinioni tra cittadini, proprio delle dinamiche politiche e razionali della sfera pubblica, ma come la collaborazione interattiva tra entità che, in quanto connesse, collaborano alla costruzione di entità reticolari complesse” (Net-attivismo, Edizioni Estemporanee, 2017). Si teorizza così di infosfera, un ambiente popolato da entità informative (inforg: il neologismo si deve all’italiano Luciano Floridi), o addirittura di infovidui: individui il cui status ontologico si è sbilanciato, attraversata la irremeabil porta della rivoluzione digitale, sul piano dell’informazione.

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