Jan Neruda, I racconti di Malá Strana

Neruda

Nuova puntata di ESTensioni dedicata a Praga, al suo quartiere forse più caratteristico e a uno dei suoi massimi cantori: Jan Neruda.

di Roberto Reale

Ne Le città invisibili di Italo Calvino, un Gran Khan insolitamente bizantino chiede al suo ambasciatore Marco Polo come mai, tra le tante città i cui nomi fiorivano nelle sue storie di terre lontane, mai egli pronunciasse il nome di Venezia. E Marco risponde: “Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia. […] Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia.”

Così è di Praga nella letteratura ceca. La capitale, con le sue strade e le sue piazze, i suoi ponti, le sue guglie, i suoi mercati, le sue foreste, i suoi cimiteri, è come un canovaccio dagli intrecci senza fine, o come il controcanto di ogni discorso fatto in una qualsiasi delle lingue che in essa si parlano. La letteratura ceca è ossessionata dalla capitale, e tra chi ci è nato o ci è capitato pochi riescono a sottrarsi all’obbligo di raccontarla. Lo slavista Angelo Maria Ripellino scrive una storia letteraria e la chiama Praga magica (Einaudi, Torino, 1973). Parole e pietre si riflettono le une nelle altre, si rincorrono, si animano a vicenda. Město kniha, città-libro, dice Vítězslav Nezval nel 1936 (Anja Tippner, Die permanente Avantgarde?: Surrealismus in Prag, Böhlau Verlag, Köln-Weimar-Wien, 2009, p. 155).

Praga, la lingua sotterranea che tutte le altre sottintendono. I suoi luoghi non sono soltanto l’ambientazione esteriore delle storie narrate; ne sono il codice, la sintassi, la memoria. Centro d’Europa, Praga ne è anche la sentina, il Trödelmarkt, il luogo dove si attende con cura a raccogliere le scorie, soddisfacendo la vocazione tipicamente praghese per l’hoarding; forse in attesa trasformarle per virtù alchemica o attraverso “permutaciones de letras / y complejas variaciones” (Borges) in materia di pregio, in storie insomma. Hortus conclusus che ripete se stesso ad libitum in un gioco di rimandi e riletture (la città storica, poi rudolfina, poi barocca, poi fin de siècle, …), Praga è la soglia (práh) che separa-unisce il mondo sensibile e il mondo narrato.

L’approssimarsi ai margini della città, geografici o immaginari, misura il grado di disumanizzazione a cui la parola può spingerci. Nell’ultimo capitolo del Processo kafkiano due “improbabili carnefici”, scrive Giuseppe Dierna (Il romanzo giudiziario che cambiò il Novecento, in Repubblica.it), “accompagneranno il procuratore K. attraverso un riconoscibile ponte Carlo” fino alla cava abbandonata sulla collina di Strahov. Ma se Kafka, ebreo-tedesco, figlio dell’intimità vischiosa della città storica, sembra spinto da una forza centrifuga che lo conduce lontano dai luoghi familiari, il ceco Jan Neruda non esita invece a cercare la sorgente delle sue storie nella Praga a lui più vicina: a Malá Strana. Vicina, prima di tutto, nel fatto biografico nudo e crudo: perché è nel cuore di Malá Strana, a Újezd, che Neruda nasce il 9 luglio 1834; ed è sempre a Malá Strana che egli trascorre gran parte dei suoi anni, abitando anche nella strada maestra del quartiere, quella Ostruhová (vulgo Sporrengasse) che si inerpica al Castello e che oggi si chiama, in onor suo, Nerudova.

Malá Strana è, letteralmente, la parte piccola (Kleinseite in tedesco, Klããzaīt in yiddish), il quartiere dall’altro lato della Vltava, rispetto alla città storica che ne occupa la sponda destra; dedotto nel 1257, quasi una colonia, dal leggendario Ottocaro II di Boemia. Stretto tra l’isola Kampa, si arrampica sulla collina di Petřín e fa da avamposto al distretto del Castello (Hradčany). Città nella città, orgogliosa dopo tutto del suo status (era soggetto di diritto magdeburghese); anche un po’ Trastevere un po’ San Frediano, insomma. Vista dall’alto, per esempio dalla terrazza U Zlaté studně, ci suggerisce ancora Ripellino (cit., § 106) citando Konstantin Biebl e Miloš Jiránek, Malá Strana appare un “conglomerato bizzarro di torri, torrette, abbaini, comignoli, e la cupola di San Nicola, il più puro smeraldo del mondo”. Ma se ci si arriva a piedi attraversando il ponte Carlo, se si è “un autentico abitante […] figlio di quelle vie silenziose, reticenti” (pravý Malostraňák, syn těch tichých, zamlklých ulic), la prima cosa che si incontra è l’albergo U štajniců, il “miglior ristorante del quartiere” che “occupa la prima casa a sinistra dopo la torre del ponte, all’angolo delle strade Mostecká e Lázeňská, quella con le finestre grandi e la grande porta a vetrata” (Jan Neruda, Il signor Ryšánek e il signor Schlegl, trad. italiana di Jolanda Vasela Torraca; cfr. la nota bibliografica).

È un margine a modo suo anche Malá Strana; ma un margine il cui segreto è nel fluire della vita tra le sue strade, nel mescolarsi senza strepito delle storie. Il quartiere, scrive Neruda, ha qualcosa di quieto, di composto, di desueto (“Malá Strana má cosi tichého, důstojného, starobného”, in Felix Vodička, Poznání skutečnosti v Povídkách malostranských, in Slovo a slovesnost, n. 13, 1952). Difficile prestare orecchio al paulo maiora canamus, a Malá Strana; ben più facile lasciarsi sedurre dalla varietà degli incontri, dal sovrapporsi di “pietà ed umorismo”, del “sanguigno piacere di vivere” e della “ribalda confidenza con la morte”, della “nascosta e struggente malinconia” e della “epopea della piccola vita di ogni giorno che sembra soffermarsi sul modesto o comico dettaglio quotidiano e intanto abbraccia, in quella concretezza, il senso e il respiro della storia” (Claudio Magris, introduzione a Jan Neruda, I racconti di Mala Strana (sic); cfr. la nota bibliografica).

È inevitabile allora che la musa di Jan Neruda parteggi decisamente per il realismo, dalla vocazione giornalistica alle raccolte in versi ai Povídky malostranské: i racconti di Malá Strana. Pubblicati a partire dal 1878 su vari periodici, l’autore vi trova la sua mano più felice. Un’ironia dickensiana arguta e leggera, a tratti anche caricaturale, ma mai svuotata di partecipazione umana; un caleidoscopio di personaggi che sembrano uscire vivi vivi dalla pagina e nello stesso tempo hanno guizzi e tratti che richiamano alla mente gli spettacoli di marionette così cari alla tradizione ceca.

Dalla storia del signor Ryšánek e del signor Schlegl, che, dalla doppia coincidenza di frequentare la stessa locanda U štajniců e di essere stati innamorati della stessa donna, traggono l’abitudine di sedersi a tavola l’uno di fronte all’altro senza rivolgersi la parola per undici anni (salvo che la vita s’inventa una cabala per restituir loro l’amicizia); alla diabolica congiura di quattro scugnizzi, tra cui l’autore as a young man, affratellati a invadere nientemeno che l’Austria; all’avventura dell’eccentrico dottor Guastafeste che nessuno voleva al suo capezzale e che, camminando un giorno per la strada e imbattutosi in un corteo funebre, la bara cade a terra e il cerusico si accorge il morto non essere del tutto… morto—ci s’immagini quanto potessero gioirne gli eredi, e quanto il dottore potesse andar fiero del suo nomignolo! Sono tutti quadretti deliziosi, in cui però accade qualcosa che va oltre la superficie: alla stolidità del piccolo borghese soddisfatto del suo stato fa da contrappunto una turbolenza, un quid di follia, un inciampo, che tuttavia implicano sempre uno spirito di rinnovamento, o quanto meno un capovolgersi della prospettiva (Jasper Rees, Grand old stories from the Little Quarter, in The Independent, 5 ottobre 1993).

foto di Jan Sudek – all rights reserved

Neruda è in fondo come il Bavor del racconto che apre la raccolta, Una settimana in una casa quieta, un giovane di famiglia proletaria come l’autore stesso. Vuol fare lo scrittore, Bavor; ma non vuol adattarsi a usare il tedesco, lingua che ancora in quegli anni conservava una posizione di maggior prestigio a Praga, benché non più l’egemonia culturale (si ricordi che dalla battaglia di Bílá Hora, nel 1620, in poi i cechi erano stati oggetto di una germanizzazione forzata, e il movimento di rinascita nazionale porterà i suoi frutti più maturi soltanto alla fine del XIX secolo). E scrivere in ceco gli appare l’unica strada percorribile, se veramente egli vuol lavorare dal vero, e far parlare personaggi vivi e moderni anziché figuri impolverati e ingessati.

Scelta linguistica, quella di Neruda e del suo alter ego Bavor, che è un manifesto di poetica; del resto l’autore dei Povídky è un virtuoso nell’uso del suo ceco, la cui meravigliosa musicalità egli piega ad effetti che anticipano le sperimentazioni del primo novecento. Ecco, nel racconto Macchiette, un saggio di bravura: l’imitazione di un usignolo (slavík, forse non a caso!), tutta giocata su un fuoco continuo di onomatopee:

Ježíši, to je rozkoš! – Tyun tyun tyun tyun, spe tyu ckva – slavík!–
Jak sladký to zpěv! Jaké divoucí hrdélko! – Božská Filomelo, tisíci poetů oslavovaná! Pěvče jara, pěvce lásky, pěvče rozkoše!
Tyo tyo tyo tyo tyo tyo tyo tyx –
Kutyo kutyo kutyo kutyo –
Tyranové lidé, že takové ptáče zbavují svobody! Jen když je úplně volné, plyne volně také jeho píseň. Velebím zákony –
Gy cy cy cy cy cy cy cy cy ci
Kvorror tyu ckva pipikvi – jako med! – velebím zákony, které jsou na ochranu opeřených pěvců.
Ckvo ckvo ckvo ckvo –
Tohletoje trochu pronikavé – jinač, démante!
Cak cak cak cak cak cak –
Eh kuš! Vždyť to jde mozkem jako rozžhavený drát!
Cak cak cak cak… cak cak cak cak cak cak… cak cak –

Non allego la traduzione, perché ciò che conta qui è il puro piacere, sonoro e visivo, della parola. E quel pizzico di magico e di misterioso che toglie a Jan Neruda l’etichetta di autore verista. In La messa di San Venceslao, per me tra i racconti più belli, il mistero squarcia per un momento la trama del visibile, e si rivela all’autore che, ragazzo, si avventura tra le arcate e le ombre e le statue della Cattedrale, lassù sulla rupe consacrata agli dei slavi e ai re santi. Ma sacro, anche se può far paura, resta il valore identitario della storia nazionale, e l’enigma del luogo che ne è il simbolo.

Però il sipario cala in fretta, e si torna presto al teatro di vita e di strada, tra i guitti e le storie e le pietre di Malá Strana.

Nota bibliografica

I Povídky malostranské apparvero dapprima separatamente, su vari periodici tra cui Květy, Národní listy, Podřipan, Lumír. La cronologia è la seguente :

  1. Una settimana in una casa quieta (Týden v tichém domě), 1867
  2. Il signor Ryšánek e il signor Schlegl (Pan Ryšánek a pan Schlegl), 1875
  3. Come un mendicante andò in miseria (Přivedla žebráka na mizinu), 1875
  4. Il cuore tenero della signora Ruska (O měkkém srdci paní Rusky), 1875
  5. Chiacchiere notturne (Večerní šplechty), 1875
  6. Il dottor Guastafeste (Doktor Kazisvět), 1876
  7. Hastrmann (Hastrman), 1876
  8. Come il signor Vorel si affumicò la pipa (Jak si pan Vorel nakouřil pěnovku), 1876
  9. Ai Tre gigli (U Tří lilií), 1876
  10. Messa di San Venceslao (Svatováclavská mše), 1876
  11. Come fu che il dì 20 di agosto 1849, all’una e mezza del pomeriggio, l’Austria non fu distrutta (Jak to přišlo, že dne 20. srpna roku 1849, o půl jedné s poledne, Rakousko nebylo rozbořeno), 1877
  12. Scritto nel giorno dei Morti di quest’anno (Psáno o letošních Dušičkách), 1876
  13. Macchiette (Figurky), 1877

I Povídky furono poi raccolti in volume per la prima volta nel 1878 per i tipi di Grégr & Ferd. Dattel, Praga (Jiří Opelík et al., Lexikon české literatury, Praha, 2000, s.v. Jan Neruda). Un facsimile dell’editio princeps è disponibile in rete grazie al progetto di digitalizzazione Kramerius della Biblioteca Nazionale della Repubblica Ceca.

Tra le edizioni più recenti in ceco, ottima è quella uscita nel 1954 per Mladá fronta, Praha, nella serie Národní klasikové. Di quest’ultima la Biblioteca Municipale praghese ha realizzato anche una comoda versione digitale.

Dei Racconti esistono poi alcune traduzioni in italiano. La più antica è, a quel che mi consta, I racconti di Mala Strana (sic), a cura di Jolanda Torraca Vesela (con prefazione e note della medesima), pubblicata da Slavia, Torino, nel 1930 (qui). La traduzione della Torraca Vesela fu poi riedita da Marietti, Genova, nel 1982 (qui) e in più riprese, stavolta arricchita di una breve ma succosa prefazione di Claudio Magris. Singolare (ma forse liberatoria…) è la decisione della traduttrice di lasciare nella penna quasi tutti i segni diacritici della lingua ceca, tanto che anche Malá Strana, fin dal titolo, perde l’accento e diventa Mala Strana. Inoltre (almeno nell’edizione Marietti da me consultata) la raccolta perde anche i racconti Týden v tichém domě e U Tří lilií, i più corposi.

Altra traduzione italiana degna di nota è quella di Vědunka Kuželová e Alberto Lunardi, I racconti di Malá Strana, per UTET, Torino, 1984 (qui), con successive ristampe. Malá Strana si riprende il suo accento.

Per quanto riguarda le traduzioni in lingua inglese, mi limito a segnalare quella di Michael Henry Heim, Prague Tales, per Chatto & Windus, London, 1993; nonché la più recente di Craig Cravens, Prague Tales from the Little Quarter, Vitalis, Praha, 2005.

Dai Povídky, infine, sono stati tratti numerosi film ed una serie televisiva in lingua ceca: il lettore interessato potrà agevolmente reperirne in rete episodi e frammenti.

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