“Nawet nie wiesz, jak bardzo cię kocham” – sulla difficoltà dei sentimenti

Nawet nie wiesz jak bardzo cie kocham cover PoloniCult

Paweł Łoziński torna con un docufilm profondo e prezioso sui rapporti madre-figlia

di Mara Giacalone

Non molto tempo fa, in occasione di CiakPolska, avevamo parlato del docufilm Komunia il quale ha poi anche vinto il premio come miglior documentario all’EFA (European Film Awards). Oggi torniamo ad occuparci di cinema e torniamo proprio sulla stessa categoria con un film particolare, il cui titolo potrebbe far pensare a una commedia romantica per adolescenti ma non si potrebbe essere più lontani di così dalla verità.

Nawet nie wiesz, jak bardzo cię kocham (Nemmeno lo sai, quanto ti amo) è un film uscito nel 2016 per la regia di Paweł Łoziński – un volto abbastanza conosciuto del cinema polacco, fu assistente di Kieślowski e nel corso della sua carriera ha già ottenuto diversi premi – che mette in scena solo tre personaggi: una madre – Ewa (Ewa Szymczyk), una figlia – Hanna (Hanna Maciąg) e uno psicoterapeuta – interpretato qui da Bogdan de Barbaro, rinomato psichiatra, psicoterapeuta e direttore dell’istituto di terapia familiare presso la cattedra di psichiatria del Colegium Medicum dell’Università Jagiellonica.

Difficile parlare di una vera e propria trama, perché non è che succeda qualcosa di concreto nei 76 minuti del film. Il tutto inizia con un primo piano della figlia che domanda alla madre “Chcesz zacząć?” – “Vuoi iniziare?” – intendendo, “vuoi essere tu la prima a parlare?”.  Ci troviamo partecipi, spettatori privilegiati, di un incontro di terapia famigliare e l’unica cosa che vedremo per tutta la durata del documentario sono i tre primi piani delle persone coinvolte. Non sappiamo nemmeno di che colore siano le pareti della stanza. O cosa ci sia sulla scrivania. Non sappiamo se una delle due donne indossa la gonna o i pantaloni. Facce. Volti. Maschere. Sentimenti ed emozioni. Tutto il resto è tagliato fuori, nascosto, eliminato in modo che l’attenzione non venga dispersa; che l’intimità, il dolore, la fragilità non lascino la stanza; che le parole scambiate rimangano lì, al sicuro.

Ci sono una madre, una figlia e un silenzio che pesa. Ci sono Ewa e Hanna, due donne che non hanno praticamente rapporto. La figlia accusa di provare un nodo alla gola ogni volta che visita la madre e quest’ultima afferma di non sapere perché Hanna non riesca a comunicare con lei, perché lei invece non ha problemi. O così crede. È chiaro fin da subito che non c’è comunicazione da entrambe le parti, non è solamente la ribellione di una venticinquenne, il problema è molto più profondo e ad un bravo ascoltatore salta all’orecchio l’affermazione di Ewa fatta con la voce rotta di una bambina piccola: sua madre è morta quando lei aveva diciannove anni e per lei è stato uno shock. I casi sono due, o è un cliché della finzione narrativa, o è la chiave di volta per capire dove sta il cuore del problema. E come vedremo seduta dopo seduta, è la seconda risposta quella corretta. La trama dunque si costruisce di volta in volta, passo dopo passo in base a quello che le due donne fanno emergere. Di fatto, potremmo dire che non succede nulla. Non c’è movimento. Non ci sono colpi di scena. Non ci sono mutamenti significativi. C’è la lenta ri-costruzione di un rapporto, lo scavo profondo e delicato nel passato conscio e inconscio di entrambi i personaggi femminili. C’è un viaggio alla scoperta e ri-scoperta di se stessi per capire – e quindi poi poter amare – “l’altro”. Un altro che è la madre, che è la figlia. Siamo davanti a due persone incapaci di comunicare, di guardarsi negli occhi perché qualcosa si è rotto o addirittura non è mai nemmeno esistito. Ma c’è la volontà di prendere in mano la situazione e farla cambiare – lo psicoterapeuta domanda a entrambe per quale motivo siano lì. Per se stesse. Per il Noi che le tiene unite in modo indissolubile e invisibile. Per aiutare l’altra. La risposta non è semplice né tantomeno scontata. La necessità di quell’aiuto esterno è semi conscia da parte della figlia – è lei d’altronde che ha preso il coraggio di fare questo passo – e pressoché inconscia nella madre, la quale non è in grado di vedere la realtà, o meglio, la quale non vuole vedere la realtà, teme il faccia-a-faccia con i fatti – la sua assenza nel percorso di crescita di Hanna. Ma noi che abbiamo il privilegio di partecipare alla terapia con loro, noteremo un miglioramento. Saremo in grado di vedere i passi fatti per riavvicinarsi. Gli sforzi compiuti da entrambe per raccogliere i cocci e cercare di ri-assemblarli. Il mutamento lo si percepisce nelle voci, nei volti – sono più rilassati, accennano a sorrisi. Si sentono più a loro agio anche con il dottor Bogdan, il cui ruolo è fondamentale per mantenere sempre l’ago della bilancia nella sua corretta posizione – quella centrale.

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Abbiamo così quattro scene corrispondenti a quattro diverse sedute di psicoterapia. Ogni scena è intervallata da una pausa in cui lo schermo si fa nero. Black out. Un black out che corrisponde alla difficoltà dell’esprimere i propri sentimenti, all’amore che non riesce a passare. Come se non ci fosse contatto tra i due poli e quindi venisse a mancare l’energia, la luce. Hanna parla di napięcie – tensione. Una tensione che manda in cortocircuito le emozioni, il volersi bene. L’amore materno e quello filiale. Una tensione che ha fatto saltare qualcosa e ora bisogna chiamare qualcuno che aiuti nel riallacciare i collegamenti. È una scelta filmica che funziona, specialmente se ci si concentra sul percorso che le due donne compiono: all’inizio la pausa nera sembra lunga, interminabile, ci si può addirittura chiedere se non sia un problema della pellicola, e poi con l’andare avanti della terapia – con il funzionare della terapia –  i silenzi tra le due si accorciano e così anche la mancanza di luce sembra più breve. Ci si può chiedere a questo punto se il film non sia piuttosto sull’effettiva validità di tali terapie piuttosto che sul rapporto madre-figlia perché grande risalto ha questa parte. Molta attenzione anche se in maniera indiretta, viene a concentrarsi sul funzionamento delle sedute e la figura del dottor de Barbaro assume notevole importanza; è lui che con brevi e scarne frase riesce a dirigere le emozioni, le paure e le sofferenze – dette o taciute – di entrambe le donne. Ascolta, a volte interviene, chiede di precisare, di sciogliere il nodo di qualche situazione ma non interferisce in nessun modo. La sua presenza è come quella di un guardiano silenzioso che osserva e si preoccupa che tutto prosegua in modo chiaro, senza fretta ma andando a fondo. Poco a poco sentiamo e vediamo la tensione nelle voci sciogliersi, notiamo che alcuni punti focali vengono a galla… ovviamente questo è piuttosto un film sul non detto. Sulla difficoltà di esprimere i sentimenti. Sull’amore che non riesce a concretizzarsi. Nemmeno lo sai, quanto ti amo. Perché l’amore, specie tra madre e figlia è difficile da mostrare. Quando ci si sente abbandonati, quando ci si sente soli, quando si ha paura, tutto è paralizzato e anche gli affetti – soprattutto gli affetti – non riescono a trovare un modo per essere manifestati.

Nemmeno lo sai, quanto ti amo non è un docufilm come altri, le protagoniste sono attrici ma i loro dialoghi si basano su esperienze vere. Questo perché, come spiegano le righe che appaiono alla fine, è vietato filmare delle sedute di psicoterapia per il rispetto delle persone coinvolte. Ciò non toglie veridicità o drammaticità al film. Tutti e tre gli attori sono così immedesimati nel loro ruolo e la fotografia è così precisa e incisiva che non c’è spazio per pensare che sia fiction. Un’altra volta ancora, il cinema documentaristico polacco ha dato prova di essere molto attento alla società e alle problematiche famigliari. Il lavoro di Łoziński è una conferma del fatto che il cinema serio in Polonia esiste eccome ed è figlio di una scuola – quella del reportage – che continua ad insegnare e ad avere molto da dire. Profondo, complicato, tagliente, scomodo: un cinema di denuncia e di apertura a tabù e difficoltà altrimenti taciute.

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