Della modernità o la società “cuculizzata”

Marciszuk

Katarzyna Marciszuk con i suoi Quaderni per una responsabilità pedagogica ci richiama a riflettere sull’uomo.

di Mara Giacalone

“Qualcuno” un po’ di tempo fa scrisse un libro il cui titolo era Cattiva maestra televisione. Se Karl Popper fosse ancora vivo, cosa direbbe davanti all’onda distruttiva rappresentata da media e social network? Forse, la televisione è il minore dei mali in questa società narcisistica fondata sull’apparire e sull’avere…

In Quaderni per una responsabilità pedagogica, Katarzyna Marciszuk ci parla di questo e di molto altro. Saggista e studiosa biscegliese di origini polacche, ha da pochissimo pubblicato per Monetti Editore una breve raccolta di saggi volta a fare una critica costruttiva di alcuni elementi caratteristici della modernità – o submodernità – in cui viviamo. I Quaderni sono quattro testi di una manciata di pagine l’uno che ci presentano tematiche diverse ma legate tra di loro non solo perché trattano dell’uomo, ma perché parlano della perdita (o del rischio di perdita) dell’uomo all’interno di un sistema di eccessi che lo incastra e lo immobilizza cuculizzandolo – per dirla con il termine che userebbe Witold Gombrowicz, autore che ritroviamo in uno dei saggi.

Siamo di fronte a testi che richiamano l’urgenza di una riconsiderazione del nostro essere nel mondo e dell’importanza del nostro agire, invitandoci così ad un cambio di rotta, a prendere consapevolezza che la strada che stiamo percorrendo ci atrofizza e ci rende – lentamente ma inesorabilmente – sempre più schiavi di (non)luoghi che cancellano e alterano il nostro quotidiano, il modo di percepire il mondo e le nostre relazioni. Nel primo saggio l’autrice parla di identità e indifferenza facendo riferimento a Baudrillard e alla critica nei confronti dei mezzi di comunicazione i quali rappresentano alcune delle sfide che l’uomo moderno deve affrontare, non solo nel tentativo di migliorare questi prodotti ma anche per riuscire a sopravvivergli senza che lo ingabbino. Come mi dice l’autrice stessa rispondendo ad alcune domande che le abbiamo rivolto, «I non luoghi della postmodernità sono luoghi artificiali, generati dalla tecnologia, e per definizione, privi di “anima”». Eppure sembra che siano in grado di prendere la nostra, di anima. Siamo noi, nell’uso smodato che ne facciamo, a fornirgli in qualche modo un’identità. È come se, ipotizzando una scenica distopica, i nostri cellulari assorbissero noi, la nostra vitalità, la nostra gioia, allegria, la nostra soggettività e la metabolizzassero restituendoci il tutto sotto forma di aggressività, egoismo, cecità. I telefonini – e dunque i social network per rimando diretto – sono diventati uno specchio che non riflette il nostro vero IO ma un’immagine distorta. Sono diventati il nostro doppio, il gemello negativo e fittizio. Siamo artefatti di massa. “Convincendosi e illudendosi attraverso l’immagine e la continua emanazione dell’informazione, l’uomo ha assunto caratteristiche e modelli di vita differenti dalla natura umana” (J. Baudrillard). Siamo sprofondati in quello che il filosofo Marc Augè definisce eccesso di ego: individui che si considerano come mondi a se stanti succubi di una realtà surrogato.

“La gente è narcotizzata, anestetizzata davanti al computer – telefono. Siamo assenti, svaniti, senza significato ai nostri occhi. Non siamo in grado di esercitare i sentimenti. Siamo sempre più distratti, irresponsabili, innervositi. Resta davanti a noi solo lo schermo mentale dell’indifferenza” (vedi J. Baudrillard: Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?)

Come sottolinea giustamente la Marciszuk, «viviamo nella menzogna dei significati». Questo ci porta alla domanda che l’autrice ci/si pone, «cosa implica l’illusione, la menzogna, l’artificio sulla conoscenza del mondo reale?» La risposta viene un po’ da sé, comporta la necessità di sviluppare un pensiero critico e, soprattutto, autocritico, che sia in grado cioè non solo di riflettere sulla situazione degli altri ma che parta dal singolo che si sente chiamato in causa. La responsabilità pedagogica a cui fa riferimento il titolo non è una responsabilità da delegare alla scuola o ad altri centri educativi/formativi, è un movimento di ribellione che deve partire da ognuno di noi. Edgar Morin parla di sonnambulismo, ma è lo stesso che dire narcotizzata, come nella citazione baudrillardiana, viviamo in un mondo che ci rende sempre più schiavi di tutto e non ce ne rendiamo conto. È qui dunque che deve risvegliarsi la responsabilità pedagogica del singolo che dovrebbe poi espandersi effetto domino alla massa. C’è una rivoluzione da compiere e si dorme. Di quello che facciamo – o non facciamo – ora, dovremo rendere spiegazione alle generazioni future. Ed è proprio questa la riflessione successiva che ci viene proposta dall’autrice chiamando in causa il filosofo inglese Derek Parfit: le mie azioni hanno conseguenze per qualcuno che non esiste ancora? Come società umana, siamo tutti investiti di una responsabilità d’azione. Morin dice che “dobbiamo imparare ad esserci sul pianeta, abbiamo bisogno di una coscienza civica terrestre”, ossia avere consapevolezza della responsabilità che dobbiamo assumerci per il fatto di essere al mondo e condividerne le sorti. Quindi si, le nostre azioni hanno peso e non solo per l’hic et nunc, esse riecheggeranno nei secoli dei secoli. Questo accade perché «ci troviamo sullo stesso orizzonte di senso», come dice bene l’autrice nel terzo testo che ci propone. Qui si sofferma in particolar modo sulla figura di Wojciech Chudy (filosofo e pedagogista polacco) e il tema della disabilità. Una dis-abilità che non vuole essere discriminante ma che bensì sottolinea e rimarca ancora di più quanto siamo uguali. Siamo abituati ad associare questo termine a persone gravemente malate, ma siamo sicuri sia davvero così? Siamo davvero certi che sia tutto qui? La disabilità, in fondo, è una mancanza. E tutti manchiamo di qualcosa, tutti siamo imperfetti, manchevoli di qualcosa o ferita da qualcosa. Ci manca la gioia, ci manca la speranza. Siamo incapaci di essere felici. Abbiamo tutto a livello materiale ma siamo profondamente feriti da mancanze emotive. Ci portiamo dietro vuoti e baratri infernali che nascondiamo dietro a perfette e sorridenti foto sgargianti che carichiamo sui social network – giusto per tornare a quanto detto prima. Siamo gli uomini moderni che hanno tutto e, paradossalmente, o per legge del contrappasso, siamo quelli a cui manca di più. Quando lavoravo in una scuola speciale a Cracovia, tutti i ragazzi erano felici, sorridenti, mancavano di qualcosa a livello fisico, ma erano ricolmi d’affetto e di gioia. Quest’anno che lavoro in una scuola con ragazzini ricchissimi, mi rendo conto del vuoto assurdo e assordante che li circonda. Ma come si è finiti così? Quando l’uomo ha perso definitivamente la bussola? Eppure a leggere il testo della Marciszuk sembra esserci qualche spiraglio di luce che passa ovviamente attraverso l’educazione, o meglio, l’autoeducazione la quale va poi a braccetto con l’autocritica di cui sopra. Bisogna ripartire da noi stessi, da un’analisi delle nostre mancanze, di una presa di coscienza dei nostri deficit perché «tutti siamo portatori di qualche mancanza: siamo tutti disabili. Non passa differenza tra il disabile e la persona sana». Abbiamo bisogno di ri-scoprirci umani, di ri-appropriarci di una dimensione più solidale nei confronti dell’altro; ribadisce l’autrice:

Sono sempre più convinta che l’auto-criticità sia il miglior vaccino contro l’egocentrismo e un dato a favore dell’apertura agli altri. Attraverso questo recuperiamo le carenze dell’umanità, ci auto-realizziamo nella realizzazione io-altri. Diventiamo più gentili, più sensibili alla povertà umana e alla bellezza del mondo.

Uno dei deficit più evidenti della nostra società è quello che ci viene presentato nell’ultimo testo, l’immaturità. La Marciszuk elegge a portavoce per questo saggio Witold Gombrowicz e non poteva fare altrimenti. Chi meglio dell’autore di Ferdydurke ci può parlare di uno dei drammi del nostro secolo… Nonostante il caro buon vecchio Witek scrisse il suo romanzo negli anni ‘30 del ‘900, la tematica è più che attuale. Si assiste sempre più, infatti, ad una scomparsa delle linee di demarcazione tra fasce d’età, facendo sì che il periodo transitorio dell’adolescenza si protrae fino ai quarant’anni contribuendo alla concretizzazione di un giovanilismo imperante che non aiuta le generazioni più giovani – in quanto non riesce a fornire quei modelli di comportamento che dovrebbe – e crea un gruppo sempre più numeroso di persone paralizzate dall’infantilizzazione. Assistiamo così ad una maturità artificiale che pretende di decidere sull’altro, una maturità artificiale basata sull’apparire e sulle maschere (o forme!) che imponiamo, che ci vengono imposte e chi auto-imponiamo. È chiaro che siamo immersi in una società foderata d’infanzia dove non si prendono responsabilità, all’interno della quale dilaga uno spaventoso senso di de-responsabilizzazione. Siamo circondati da adultescenti – per utilizzare questo bellissimo termine tratto dal testo Adolescenti senza tempo dello psicanalista Massimo Ammaniti – che vogliono tutto e subito esattamente come i bambini: la macchina nuova come quella del vicino, il telefono nuovo come quello del collega, i vestiti sponsorizzati dalle varie influencer… è un’immaturità caratterizzata dall’insoddisfazione. Non è più Jòzio che scappa dalle forme, dalle maschere, siamo davanti ad un tipo di cuculizzazione che ci ha reso schiavi di un’unica maschera, quella del consumismo.

Ora più che mai sento Gombrowicz urlare “La nostra forma, il nostro stile, il nostro modo di essere non sono mai del tutto nostri, ma ci vengono imposti dall’esterno”.

Siamo frutti manchevoli e immaturi. O forse acerbi. Eppure, nonostante la mia analisi e la mia lettura possano forse apparire più tendenti al negativo, i Quaderni di Katarzyna Marciszuk hanno un che di positivo, come se, al di là del pantano che immobilizza la società moderna ci fosse un terreno morbido e verde pronto a ri-accoglierci. I saggi che ci presenta non sono aspri commenti sul mondo, sono spunti di riflessione per poter ricominciare, per poter intraprendere quel percorso di autocritica e autoeducazione di cui si parlava sopra. Assieme ad alcune domande, le ho chiesto che cosa resta dell’uomo dopo tutto quello che viene detto nei suoi testi. E la sua risposta è perfettamente in linea con la sua voce e la sua penna, non rigida, non accusatoria ma sincera e fiduciosa:

«Resta una profonda fiducia nell’uomo e nella sua continua possibilità di progettare il suo futuro contro ogni sorta di condizioni»

e conclude citandomi Zbigniew Herbert:

«Chi sarei diventato se non avessi incontrato Te – Henryk Maestro mio

A cui per la prima volta mi rivolgo per nome

Con la riverenza il rispetto che si devono – alle Grandi Ombre

Sarei stato fino alla fine della mia vita un ragazzo buffo

Sempre alla ricerca

Affannato taciturno che si vergogna di esistere

Un ragazzo che non sa

Vivevamo in tempi che erano davvero il racconto di un idiota

Pieno di frastuono e delitti

La Tua severa mitezza la forza delicata

Mi insegnavano a stare nel mondo come pietra pensante

Paziente indifferente e sensibile al contempo»

(A Henryk Elzenberg nel centenario della Sua nascita)

I Quaderni per una responsabilità pedagogica di Katarzyna Marciszuk sono testi veloci, che si leggono in un soffio ma che lasciano con mille domande, un po di peso sul cuore ma anche della speranza, perché se non crediamo nell’uomo, allora perdiamo il senso di tutto.

Concludo mettendo insieme due citazioni, la prima di Jerzy Kośinski e la seconda di Marzanna Bogumiła Kielar:

“Ciò che resta quando i tentativi sono cessati, è l’io” […] Siamo un vuoto che ha bisogno di una forma per apparire.

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