Una formica contro il nazismo – vita e musica di Mieczysław Fogg

di Luca Ventura Saltari

Néstor Perlongher, in una delle poesie tratte da Austria-hungría, porta la murga, il teatro musicale di strada del carnevale argentino e uruguagio sulla Vistola. La sua è una poesia che sfida l’idea di un’identità (in questo caso nazionale, ma, più spesso, sessuale) fissa, statica, immutabile. La trovata di incrociare il carnevale argentino con il fiume polacco sembra quindi azzeccata, se non fosse, che, dopo aver ascoltato un po’ di musica (“Buenos Aires” dei Maanam) e sfogliato qualche libro (di Gombrowicz, per esempio) l’Argentina non sembra più così lontana dalla Polonia e l’accostamento di Perlongher molto meno stridente.

Ad attenuare l’impressione di inconciliabilità tra questi due mondi contribuisce anche l’ascolto di alcuni pezzi di Mieczysław Fogg, come “Tango milonga”, “Jesienne róże” (Rose autunnali) e quella che forse è la sua interpretazione più celebre, “To ostatnia niedziela” (Questa è l’ultima domenica). Composte tra gli anni 20 e 30, furono interpretate da diversi artisti, ma, soprattutto quest’ultima, è associata indelebilmente al nome di Fogg.

Un nome curioso, a pensarci, che sembra uscito da un romanzo di Jules Verne e che fu adottato da un baritono agli esordi nato il 30 maggio 1901 come Mieczysław Fogiel. Doveva seguire il padre e lavorare in ferrovia, ma nel tempo libero si dedicava a cantare in un coro religioso. Fu lì che venne notato dall’attore Sempoliński, che lo convinse a dedicarsi al canto.

Dopo i primi successi degli anni Trenta (fu il primo polacco ad apparire sul piccolo schermo, in un programma della televisione inglese) continuò a cantare nella Polonia occupata e qui la sua vita si fa, oserei dire, più interessante della sua arte. L’aneddoto più eclatante risale a quando, cantando la canzone “Ukochana ja wrócę”, scatenò una reazione più che entusiastica da parte del pubblico. Questo innervosì un membro alticcio della gestapo lì presente, che tirò fuori la pistola con intenzioni omicide. Fogg, comunque, continuò a cantare senza battere ciglio: essendo miope, non si era accorto di nulla.

Se questa è la storia più curiosa, forse perché esempio tragicomico di un eroismo distratto, ci sono altre cose da ricordare, che contribuiscono a rendere la biografia di Fogg interessante e memorabile. Negli anni dell’occupazione nazista, nascose in casa sua degli amici di origine ebraica, a cui procurò anche i documenti falsi necessari per espatriare. Partecipò all’insurrezione di Varsavia, cantando per il morale dei combattenti, fino alle barricate, fino ad essere ferito più volte. Una canzone, composta negli ultimi giorni dell’insurrezione di Varsavia da Albert Harris, diventerà un altro dei suoi cavalli di battaglia una volta terminato il conflitto, quando, per qualche anno, Fogg diede concerti in un caffè (Cafè Fogg) aperto dall’artista stesso in via Marszałkowska. Si tratta di “Piosenka o mojej Warszawie”, un inno d’amore alla città straziata.

Dopo la guerra, viaggiò esibendosi per tutto il mondo e per la sua incredibile industriosità si guadagnò il soprannome di śpiewająca mrówka (formica canterina). Diede il suo ultimo concerto ad ottantasei anni e anche la sua longevità assunse un aspetto leggendario. Infatti, come riporta un articolo di Rzeczpospolita, circolava una battuta su dei polacchi in Egitto che, dopo aver risvegliato un faraone in una piramide, si sarebbero sentiti domandare dalla mummia stessa: Ma quindi Fogg canta ancora?

Fogg morì a Varsavia, la città che aveva amato per tutta la vita, nel 1990.

Cosa rimane, oggi, di Mieczysław Fogg? Abbastanza materiale per girare un film, si direbbe, a giudicare dalla sua autobiografia (il libro „Od palanta do belcanta”, del ’71), ma poco nella memoria e nelle orecchie dei giovani. Domandando a un ventenne o a una ventenne polacca chi sia Mieczysław Fogg è facile ottenere risposte simili a ‘quello di Ostatnia niedziela’. Molto spesso diranno “piaceva ai miei nonni, ma non so dirti molto di lui”. Una persona tra quelle che ho interrogato nel tentativo di capire quanto fosse sentita come attuale la musica di Fogg mi ha inviato un video di un rapper che lo cita nel ritornello:

Błądzę we mgle, gęstej jak budyń

Nie mogę się ruszyć, bo krępuje moje ruchy

Błądzę we mgle, który to już rok

Trzyma mnie jak klej – kto? Mieczysław Fog (sic)

Se riporto il testo è per rendere evidente come il nome di Fogg (o Fog come lo scrive il rapper) è paragonabile all’uso che Battiato fa delle sillabe velvet underground nel suo pezzo “Shock in my town”. È evocativo, gioca con la somiglianza tra il cognome d’arte del cantante e la parola inglese per ‘nebbia’, ma è chiaro che gioca anche con il fatto che il nome del baritono è abbastanza privo di significato per il giovane pubblico da poter essere percepito come poco più che puro suono (e quel poco più può essere un vago rimando a qualcosa di passato, con cui gioca lo stesso rapper quando dice che la nebbia lo trattiene come il passato).

Certo, Fogg gode di molto rispetto, esiste un festival dedicato alla sua musica, vi sono remix anche apprezzabili come questo, ma la sua opera non sembra essere un’eredità viva tra le giovani generazioni di ascoltatori lechitici.

È un monumento della musica polacca, e questa sua monumentalità è dovuta anche alla graniticità e all’integrità della sua carriera. Se un Czesław Niemen, dopo aver mietuto i primi successi, continuò esplorando aree della musica che probabilmente non avrebbero accontentato tutti i suoi estimatori, la musica di Fogg è come un fossile perfettamente preservato o una di quelle lingue conservatrici, come il lituano, mutate relativamente poco nel corso della loro esistenza.

Ma quello che potrebbe essere considerato un limite artistico potrebbe essere anche un vantaggio a livello commerciale: le mode recenti sembrano spesso venate di nostalgia e sembra molto più facile che un ascoltatore, dovendo riscoprire il tango, apprezzi più facilmente quello di Fogg rispetto a un meno scontato Astor Piazzolla. Del resto lo stiamo vedendo già oggi, con il richiamo nostalgico del jazz più banale e ballabile da big band degli anni Trenta che è superiore, inevitabilmente, alla popolarità di un disco, pur cronologicamente più recente, come On the Corner di Miles Davis. Quindi niente è perduto per la nostra śpiewająca mrówka: quando il pubblico sarà pronto, la sua coerenza di monolite, la sua preziosità di reperto archeologico ben conservato, saranno lì immutati ad attendere il favorevole allineamento delle stelle e, col passare di strani eoni, persino Fogg può tornare di moda.

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