Messer Taddeo – voci in poesia dalla tradizione

Messer Taddeo PoloniCult

Finalmente arriva in traduzione italiana Messer Taddeo (Pan Tadeusz), il poema nazionale di Adam Mickiewicz alla base dell’epos polacco moderno.

di Mara Giacalone

Ci si può avvicinare – ed innamorare – alla Polonia in diversi modi. Chi ci arriva tramite l’università perché ha scelto consapevolmente (!) di studiarne lingua, storia e letteratura, si ricorderà benissimo di quel momento in cui, per uno degli esami, ha dovuto leggere Pan Tadeusz di Adam Mickiewicz… Fu il primo testo polacco con il quale mi cimentai. E se la mia carriera da polonista fosse dipesa solo da quel libro, probabilmente sarei finita a fare altro. Fortunatamente venni coraggiosamente salvata dal suo libro più antitetico, Ferdydurke. Qualcuno potrà anche ribattere che neppure Gombrowicz scherza in fatto di semplicità e leggerezza, e sono anche d’accordo, ma il caro Messer Taddeo lascia il segno… un po’ come Manzoni con I Promessi Sposi, quelle letture scolastiche obbligatorie che proprio non digerisci. Per fortuna venne in mio soccorso il film di Wajda…

Eppure, quando ho saputo che Marsilio avrebbe pubblicato una nuova traduzione, questa volta in versi, del poema polacco per eccellenza… non ho potuto far a meno che esultare. Sì perché in italiano l’unica traduzione disponibile – in prosa – risale al 1871 e riveduta in alcune edizioni successive. Un grazie doveroso a chi si prese già all’epoca l’impegno di un lavoro del genere, ma quella lettura era tutto fuorché appassionante. Esulteranno dunque le nuove leve della polonistica italiana nel sapere che potranno preparare gli esami sopra la nuova versione e traduzione ad opera di Silvano De Fanti.

Marsilio si è cimentato in un’impresa non da poco, ha creduto in un testo molto particolare e al di fuori della classica lettura a cui è abituato l’italiano medio. Già prima di avventurarmi tra i campi lituani con Taddeo, ho apprezzato molto il lavoro estetico fatto. Messer Taddeo si presenta in un volume particolarmente corposo, con una sovracopertina davvero bella e la carta scelta è di quelle spesse, un po’ ruvide che piace tenere tra le dita. Non si dovrebbe giudicare un libro dalla copertina, ma vi verrà voglia di leggere solo a guardarlo.

Adam Mickiewicz non ha bisogno di presentazioni, è uno di quei nomi che – come Dante per noi – è conosciuto da tutti in patria ma anche al di fuori dei confini nazionali. Il Messer Taddeo è la sua opera più famosa e da tutti considerata epos nazionale. È un testo maturo, che arriva da un Mickiewicz nostalgico della sua patria, che la osserva da lontano, impossibilitato nel sostenere le sue lotte. L’autore è infatti in esilio e ascolta le sofferenze della sua terra senza potervi partecipare. È con quest’animo malinconico e la voglia di combattere pro bono patriae che il vate polacco si appresta a redigere un’opera incredibile sotto molti punti di vista.

Leggiamo dallo stesso autore:

Sto scrivendo un poema campestre in cui cerco di conservare la memoria delle nostre usanze antiche e in qualche modo tracciare un quadro della nostra vita di campagna, le cacce, i giochi, le battaglie, le scorrerie ecc. La scena si svolge in Lituania verso il 1812, quando vivevano ancora le antiche leggende e si vedevano ancora i residui della vecchia vita dei campi […] Con il quarto canto risuonerà una nota epica ed eroica. [pag. 21]

Messer Taddeo infatti è tutto questo, è una collezione di memorie e di immagini lituane, una sorta di album fotografico che narra la vita bucolica di un piccolo villaggio, con le sue tradizioni, con le sue storie, con le sue abitudini, pregi e difetti. Mickiewicz crea una cornice all’interno della quale inserisce i suoi ricordi, quello che gli manca della sua terra e quello che vorrebbe per essa. Le vicende dell’ultima scorreria giudiziaria in Lituania non sono che un pretesto per elogiare e cantare le sue terre. È molto forte il sentimento che lega l’autore, confinato in territorio straniero, al suo luogo natio. Lo leggiamo chiaramente quando Taddeo, contrariato dai discorsi lusinghieri di Telimena e del Conte nei confronti del paesaggio italiano, prende parola decantando le meraviglie della sua patria:

“è più bella la nostra betulla onesta, simile

ad una campagnola che, quando piange il figlio,

o, vedova, il marito, torce le mani e srotola

un rivolo di trecce dal collo fino al suolo!

Muta, ma che singulti mostra la sua postura!

Perché, Conte, se ama davvero la pittura,

non ritrae i nostri alberi che le stanno qui intorno?

La prenderanno in giro tutti i vicini, un giorno,

perché lei sta in Lituania, nella pianura fertile,

e non fa che dipingere le rocce e i deserti!

[…]

Quel vostro cielo italico, da quello che ho sentito,

sempre limpido, azzurro, è come acqua ghiacciata!

Non sono mille volte più belli il brutto tempo

e il vento? Alzi la testa, e quanti panorami!

Nel gioco delle nuvole quante scene, che quadri!” [pag. 163-164]

Nella prima parte dell’opera, dunque, ci troviamo immersi in uno scenario naturale, idilliaco, lontano da qualsiasi negatività, dove sembra che il problema peggiore sia rappresentato dal decretare quale cane abbia raggiunto per primo il coniglio. Mickiewicz, dopo un’invocazione alla sua patria, la Lituania, ci introduce lentamente in un angolo di mondo privilegiato, come un giardino segreto che noi abbiamo la possibilità di osservare assieme a lui ma da lontano, senza calpestarne l’erba. È qui che facciamo conoscenza con i personaggi più importanti, il giovane Taddeo che torna dopo anni in città a studiare, suo zio il Giudice, Telimena, il Conte, Sofia e tutti gli altri. Nei primi libri ci vengono presentate alcuni degli usi e dei costumi dell’epoca e, grazie alle splendide note di supporto al testo, possiamo davvero fare un salto temporale e avere un quadro nitido davanti a noi. Sembra davvero di avere delle tele dipinte, le capacità descrittive dell’autore sono al loro massimo. Tutto ciò viene però lentamente a sfumare, la pace e l’ordine iniziale vengono interrotti. Il passaggio è segnato dalla caccia all’orso. Se da una parte questa si inserisce tra gli elementi di una tradizione che l’autore vuole salvare, vero è anche che, a livello di tecnica narrativa, gli serve da espediente per far cambiare colori e toni all’opera. Il sereno ed estivo campo di grano inizia ad essere sovrastato da grossi nuvoloni grigi. Emblematico è anche il titolo del quinto libro, la rissa. Partendo da un avvenimento interno, quasi familiare, la scena si allargherà poi ad uno scontro più ampio (libro IX – la battaglia) che vede gli abitanti del villaggio ribellarsi contro la guarnigione russa lì in istanza. È ovvio che per l’autore questa narrazione ha una forte carica simbolica. Bisogna infatti tener sempre a mente la biografia di Mickiewicz; non scrisse il Pan Tadeusz solo perché gli mancava la sua terra, ma perché confinato all’estero non poteva prendere parte alle insurrezioni che si succedevano in Polonia. È in questa impossibilità di combattere che s’inscrivono alcuni degli ultimi lavori dell’autore, tra cui Il libro della nazione e dei pellegrini polacchi. Mickiewicz era già considerato allora simbolo e portavoce della letteratura polacca e spettava a lui il compito di smuovere l’animo dei suoi compatrioti, ad incitarli, a dargli fede e speranza in un nuovo avvenire. Con la parte finale di Messer Taddeo, cerca di sublimare quell’impossibilità fisica e contingente di trovarsi armato a combattere per il bene della patria. Cerca di espiare questa sua “negligenza” facendo imbracciare le armi ai suoi personaggi; in questo modo incita e sprona i suoi compagni polacchi nella causa della guerra per un futuro migliore, senza oppressori. Sottolinea giustamente De Fanti: “con Messer Taddeo e con il coevo Libro della nazione e dei pellegrini polacchi Mickiewicz, dall’alto di un’ormai acquisita elevatissima autorità morale, tentava di soddisfare le necessità di un’emigrazione sbandata e conflittuale indicando regole e scopi una nuova filosofia esistenziale” [pag. 24]. Questa nuova moralità la troviamo rappresentata dal giovane Taddeo il quale, nonostante possa apparire come un personaggio quasi sullo sfondo nonostante sia lui a dare il titolo all’opera, è colui che rappresenta e incarna la svolta. Il giovane, infatti, ha un animo aperto e ben disposto al cambiamento storico. Leggiamo sempre nella prefazione: “è lui che rappresenta, ancora in modo incerto, il passaggio generazionale da un sistema basato sui privilegi feudali di una classe nobiliare nei secoli immarcescibile e ora agonizzante a un ordine fondato sul lavoro come strumento necessario per riacquistare la patria perduta” [pag. 25]. Nuovo ordine come nuovo-cosmo, nuova-progenie sancita dall’unione tra Taddeo e Sofia: il matrimonio simboleggia il nuovo inizio, la pace ritrovata e la concordia tra le classi sociali.

Taddeo, infatti concede la libertà ai contadini:

“[…] quindi la cosa più sicura

è ch’io rinunci ai miei poteri e che affidi,

alla legge la sorte dei nostri contadini.

Siamo liberi noi, sian liberi anche loro,

diamo loro il possesso della terra in cui sono

nati e che hanno acquisito con sudore e fatica

dandoci il nutrimento che ci sfama e ci arricchisce”. [pag. 396]

Su Messer Taddeo si potrebbe dire tanto già solo con l’incipit del testo, l’invocazione alla Lituania che rappresenta quasi un paradosso poiché è da tutti considerato il testo polacco per antonomasia. Questo non è il luogo per approfondire la tematica, per questo vi rimandiamo al testo che abbiamo oggi voluto presentare. Il volume, infatti, è corredato di una prefazione molto interessante che aiuterà chi “non è del mestiere” ad addentrarsi nella natura mickiewiczana, viaggio reso agile anche dal supporto di note sia del traduttore che dell’autore stesso.

Messer Taddeo, con il suo gusto raffinato dell’epica bucolica e la sua intensità del romanzo storico, vi accompagnerà nelle terre lituane con stupore e rapimento. É davvero un testo a cui dare una (seconda) chance.

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