Martin Frič, una vita al servizio del cinema

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 Ritratto di Martin Frič, sommo artigiano della pellicola in un mondo di autori

 
 
di Andrea Ferrario

 

Il cinema ceco e quello slovacco sono noti internazionalmente soprattutto per la nová vlna (nuova ondata) degli anni sessanta del secolo scorso. Come le altre parallele “nuove ondate” in Europa e in altri luoghi del mondo, anche quella ceca e slovacca si basava in larga parte sul concetto dell’autore che con la sua “camera-stylo” esprime la propria creatività personale dando vita a uno stile unico e innovativo. Ne sono un esempio registi come Miloš Forman e Jiří Menzel, sul lato ceco, o come Juraj Jakubisko, su quello slovacco. Ancora oggi permane la tendenza a leggere la storia del cinema, e in particolare di quello europeo, in questa chiave. Ma ci sono registi che hanno prodotto ottimi film senza aderire a quella che è nota come la “politica dell’autore”. Tra di essi spicca il ceco Martin Frič, la cui figura rimane pressoché sconosciuta a livello internazionale, nonostante la sua rilevanza. Anche in patria il suo nome non è tra i più conosciuti e i film che ha diretto sono noti più per gli attori che li hanno interpretati o per il successo ottenuto dai singoli titoli al botteghino, che per essere stati da lui diretti. Ripercorrerne brevemente la carriera è di particolare interesse non solo dal punto di vista artistico, ma anche da quello storico, perché copre un periodo che dall’era del muto, passando per l’introduzione del sonoro, il protettorato nazista e l’era stalinista, arriva fino alla Primavera di Praga.

Martin Frič, nato nel 1902, ha cominciato la propria carriera lavorando per alcuni anni come attore di cabaret a Praga e a Bratislava. Alla fine degli anni venti ha cominciato a disegnare manifesti per il cinema e a interpretare piccole parti in alcuni film. Entrato così nell’ambiente del cinema e desideroso di svolgervi un ruolo più rilevante, ne ha approfittato per proporre una sua sceneggiatura. In quell’epoca in Cecoslovacchia non esisteva ancora una vera e propria industria del cinema strutturata, molto veniva lasciato al caso e si lavorava in modo informale. Così è accaduto che non solo la sua sceneggiatura venisse approvata da Karel Lamač, uno dei migliori attori e registi di allora, ma che quest’ultimo decidesse di affidargli anche la regia del film, nonostante Frič non avesse alcuna esperienza in quel campo. Il film, il dramma romantico muto “Páter Vojtěch” (“Padre Vojtech”, del 1928) ha ottenuto un inaspettato successo non solo grazie all’abile e puntuale regia di Frič, ma anche all’interpretazione di due attori noti come lo stesso Lamač e Suzanne Marwille, che negli anni a venire sarebbe diventata la moglie del regista. Da allora Frič non ha più smesso di dirigere film fino alla sua morte, realizzando oltre ottanta lungometraggi in quaranta anni, con una punta fino a sei film all’anno nel 1933 e nel 1937, diventando così uno dei registi più prolifici della Cecoslovacchia (“Se non lavoro a un film per qualche giorno sento un senso di vuoto”, ha dichiarato una volta). Tra i film che Frič ha girato nell’era del muto va menzionato in particolare “Varhaník u sv. Víta” (“L’organista della cattedrale di San Vito”) del 1929, la cui sceneggiatura reca la firma di uno dei più noti poeti cechi, il surrealista Vitězslav Nezval. Si tratta di un film gotico incentrato su un misterioso suicidio e un drammatico triangolo amoroso. La sceneggiatura, nonostante la firma prestigiosa, ha numerosi cedimenti, ma Frič è riuscito ugualmente a realizzare un film di grande impatto visivo ed emozionale giocando abilmente con luci e ombre, inserendo fotogrammi di motivi geometrici astratti e sfruttando in modo suggestivo l’architettura gotica, barocca e funzionalista di Praga.

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A differenza di altri suoi colleghi, Frič si è adattato con successo alla transizione al film sonoro. Le indubbie capacità professionali di cui aveva dato prova, nonostante la giovane età, unite alla sua cordialità e ai suoi modi da innato gentleman gli hanno consentito di diventare uno dei registi più richiesti dalla nascente industria cinematografica e di lavorare con i migliori attori, sceneggiatori, direttori della fotografia e produttori dell’epoca. Frič aveva in particolare la dote di trarre il meglio dagli attori che interpretavano i suoi film, grazie anche al fatto che non ha mai inteso il suo ruolo di regista come uno strumento per imporre con metodi autoritari la propria personalità. Il suo sodalizio con l’attore comico Vlasta Burian ha portato alla realizzazione di una serie di commedie che sono ancora oggi tra i film più amati dal pubblico ceco e vengono regolarmente trasmesse in televisione o riedite in DVD. Burian, che proveniva dal teatro, aveva una mimica facciale e una capacità affabulativa del tutto personali, che sfruttava abilmente per mettere alla berlina con grande verve i tic del tipico piccolo-borghese ceco. Tra i numerosi film realizzati dalla coppia va ricordato in particolare “Anton Špelec, ostrostřelec” (“Anton Špelec, tiratore”) del 1932, ambientato nell’epoca dell’impero absburgico e incentrato sulle disavventure di un artigiano con la passione del tiro a segno che, ubriacatosi in osteria, pronuncia frasi offensive sull’imperatore e viene condannato alla prigione. Decide però con un escamotage di mandarvi al suo posto un dipendente, che a sua volta per evitare la reclusione si fa sostituire da un clochard… La coppia Frič-Burian ha al suo attivo anche due ottime trasposizione cinematografiche di classici della comicità russa come “Il Revisore” di Gogol’ (“Revizor”, del 1933) e “Le dodici sedie” di Il’f e Petrov (“Dvanáct křesel”, dello stesso anno), quest’ultimo codiretto da Frič e dal suo collega polacco Michał Waszyński e cointerpretato da Burian con il più noto attore comico polacco dell’epoca, Adolf Dymsza. Frič ha diretto in svariati film anche un altro dei migliori attori comici dell’epoca tra le due guerre mondiali, Hugo Haas, il cui stile era molto più sfumato e raffinato di quello di Burian (per esempio nelle commedie “Ať žije nebožtík” (“Lunga vita al caro estinto”, del 1935) e “Mravnost nade vše” (“La moralità prima di tutto”, del 1937)).

Se le collaborazioni con Burian e Haas hanno riguardato principalmente commedie leggere rivolte a un grande pubblico alla ricerca di puro intrattenimento, Frič ha lavorato negli anni trenta anche su un piano più impegnato, sebbene ancora una volta nell’ambito della commedia, con gli attori Jiří Voskovec e Jan Werich (noti con la sigla V+W). I due comici erano tra le figure più rilevanti dell’avanguardia artistica dell’epoca, nell’ambito della quale avevano fondato e dirigevano il prestigioso e popolare “Osvobozené divadlo” (“Teatro liberato”). Il teatro era stato creato nel 1925 come sezione teatrale del movimento d’avanguardia “Devětsil” (“Farfaraccio”) e nel corso degli anni, oltre alle piece di V+W, aveva allestito tra le altre anche rappresentazioni di opere di autori come Guillaume Apollinaire, André Breton e Alfred Jarry. Partiti da un’impostazione per molti versi assimilabile al dadaismo, V+W, che militavano nella sinistra radicale, avevano progressivamente introdotto tematiche politiche e sociali nelle loro opere. Nel 1931 e nel 1932 i due attori hanno deciso di lanciarsi nel mondo del cinema sotto la direzione del noto regista teatrale d’avanguardia Jindřich Honzl: la collaborazione ha avuto come frutto due film comici di grande interesse, ma che risentivano di un’impostazione troppo teatrale, “Pudr a benzin” (“Polvere e benzina”, del 1931) e “Peníze nebo život” (“O la borsa o la vita”, del 1932). Nel 1934 V+W si sono quindi rivolti per la regia del loro nuovo film a un professionista del cinema come Frič. Dalla collaborazione (Frič è stato non solo regista, ma anche cosceneggiatore del film) nasce “Hej-rup!” (“Oh, issa!”). Il film è imperniato sulle vicende dell’operaio disoccupato Filip (Voskovec) e dell’industriale Simonides (Werich), il quale nel momento in cui i due si incontrano è anch’egli disoccupato perché il rivale capitalista Worst lo ha ridotto in bancarotta. I due si mettono insieme alla ricerca di un lavoro, senza però riuscire a trovare un’occupazione stabile. Per sfuggire alla precarietà, fondano insieme ad altri operai una cooperativa che dà vita a un’impresa di successo, riuscendo a sconfiggere i tentativi del perfido Worst di mandare a monte i loro piani. La trama è lineare, ma il film in realtà è un susseguirsi dinamico di gag e scene tragicomiche, intervallate da musiche e canzoni nello stile avanguardistico del “Teatro liberato” che Frič con mano sicura rende perfettamente nel linguaggio filmico. Nel 1937 il regista dirige ancora una volta V+W in un film di grande successo, “Svět patří nám” (“Il mondo ci appartiene”), che accentua ulteriormente i temi politici, anche perché siamo a solo un anno dal Patto di Monaco che consegnerà la Cecoslovacchia all’occupazione nazista del 1939 e l’urgenza di fare sentire la propria voce e di lottare si fa sempre più pressante. Il film è incentrato sui tentativi del truffatore Dexler di instaurare nel paese una dittatura di tipo fascista con il sostegno dei grandi industriali. I suoi tentativi però, dopo molti colpi di scena, vengono mandati a monte da un grande sciopero e dalla rivolta dei lavoratori. V+W interpretano il ruolo di due precari che vivono ai margini della società, ma che involontariamente danno contributi decisivi alle lotte per sconfiggere Dexler. Anche in questo caso, nonostante l’impegno politico, si tratta di un film dalla dirompente e fantasiosa comicità. La canzone che reca lo stesso titolo del film è diventata negli anni successivi uno dei temi musicali della resistenza contro i nazisti. Il film è stato sottoposto a censura già in fase di produzione da un governo ceco timoroso di offendere gli aggressivi vicini tedeschi. Una volta occupato il paese, i nazisti hanno fatto bruciare tutte le copie che hanno potuto trovare e dopo la guerra il film è stato ricostruito, anche se in versione non del tutto completa. Se i due film con V+W sono tra i più rilevanti della produzione di Frič (e dell’intera Cecoslovacchia) dell’epoca, il regista ha diretto in quel periodo altri film pregevoli, coprendo un’ampia gamma di generi. Ha trasposto per esempio con successo in film un romanzo dello scrittore ceco Karel Čapek (“Hordubalové” [“Gli Hordubal”] del 1937),  ha codiretto insieme a Karel Lamač due film polizieschi in tedesco (“Der Zinker” [“Il delatore”]del 1931 e “Der Hexer” [“La maschera”] del 1932) e ha realizzato un apprezzato cortometraggio sperimentale d’avanguardia (“Černobílá rapsodie” [“Rapsodia in bianco e nero”] del 1936]. E a riprova della sua poliedricità va poi menzionato che Frič in quegli anni ha lavorato anche come attore in svariati film, per esempio interpretando con successo il ruolo a lui del tutto congeniale di Sherlock Holmes nella commedia “Lelíček ve službách Sherlocka Holmesa” (“Lelíček al servizio di Sherlock Holmes”, 1932), diretta da Karel Lamač.

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Martin Frič ha svolto un ruolo fondamentale anche nel cinema slovacco, la cui storia ha seguito nel complesso percorsi diversi da quella del cinema ceco. Il modo in cui vi si è dedicato è ancora una volta una dimostrazione della particolare sensibilità del regista. La Cecoslovacchia è stata fino agli anni sessanta uno stato fortemente centralizzato nel quale i cechi esercitavano un’egemonia in campo sia politico che culturale. In questo contesto, gli slovacchi sono stati spesso considerati ingiustamente con un atteggiamento paternalista come “fratelli minori” e portatori di una cultura più arretrata. In campo cinematografico, e in particolare prima della Seconda guerra mondiale, la Slovacchia è stata utilizzata più che altro come sfondo romantico per film pittoreschi grazie ai suoi stupendi paesaggi. Frič, con il suo “Janošík”, del 1935, ha dimostrato con grande impegno e passione di essere estraneo a un tale paternalismo, realizzando quello che a parere di molti è il suo capolavoro. Si tratta del primo film girato in lingua slovacca e narra la storia dell’omonimo eroe popolare, una sorta di Robin Hood dei Monti Tatra vissuto a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, la cui leggenda è diventata simbolo della resistenza del popolo slovacco contro gli oppressori ungheresi. Evitando di cadere nella trappola di una resa filmica segnata da una retriva retorica nazionalista, alla quale il tema avrebbe potuto prestarsi, Frič ha realizzato una pellicola interamente d’azione che riprende molti degli stilemi del western americano. Il film non ha un attimo di pausa ed è un vero e proprio inno alla sete di libertà e alla lotta per ottenerla, che culmina nella travolgente scena finale nella quale Janošík si lancia in un frenetico balletto sotto la forca prima di essere giustiziato. Al successo del film ha contribuito anche la scelta come attore principale di Paľo Bielik, un atletico gigante alto due metri, lanciato così da Frič nel mondo del cinema e che dopo la Seconda guerra mondiale sarebbe diventato uno dei più importanti registi slovacchi. Frič è tornato a lavorare in Slovacchia ancora una volta nel 1946 per codirigere proprio con Bielik “Varúj…!” (“In guardia…!”), la prima produzione interamente slovacca che ha segnato l’inizio dell’industria cinematografica locale.

Se nel corso degli anni trenta Martin Frič ha raggiunto i vertici della propria produzione artistica, gli sviluppi politici dei due decenni successivi, in particolare l’occupazione nazista, con la creazione del Protettorato di Boemia e Moravia nel 1939, e l’instaurazione di un regime stalinista nel 1948, hanno posto notevoli limiti al dispiegamento delle sue capacità creative. Durante gli anni del Protettorato erano nei fatti solo due i generi che era consentito ai cineasti cechi trattare: la commedia di puro intrattenimento e il film storico. Frič era maestro nella prima e durante gli anni dell’occupazione ne ha realizzate svariate, tutte di qualità dignitosa. Nel 1943 e nel 1944 il regista ha diretto anche due film in tedesco destinati al mercato del Terzo Reich, rispettivamente un’operetta e una commedia. Dopo la liberazione Frič è stato per questo indagato da una commissione d’indagine incaricata di punire i collaborazionisti, ma le testimonianze unanimi dei suo colleghi hanno portato la commissione a concludere che il regista era stato costretto a dirigere i due film sotto ricatto. Nel 1946 Frič ha quindi potuto ricominciare a lavorare e nel breve periodo prima della presa del potere da parte dei comunisti nel 1948 ha realizzato, oltre al già citato “Varuj…!”, anche un poliziesco ancora oggi popolare come “13. revir” (“La guardia n. 13” del 1946) e un’efficace trasposizione cinematografica di alcuni racconti di Karel Čapek, “Čapkovy povídky” (“I racconti di Čapek” del 1947). Negli anni più duri dello stalinismo, fino alla metà degli anni cinquanta, Frič ha continuato a lavorare attivamente senza tuttavia mai giungere ai compromessi ai quali si sono rassegnati molti suoi colleghi. Non ha infatti mai girato film di pura propaganda, oppure che esaltassero gli organi repressivi o promuovessero il culto della personalità. Il suo linguaggio registico è sempre rimasto “popolare”, allergico alla retorica autoritaria, pur pagando l’inevitabile omaggio ad alcuni cliché dell’epoca, come quello dell’onnipresente ruolo guida del Partito Comunista. I temi che ha trattato nei suoi film del periodo parlano da soli: gli scioperi degli anni trenta, la resistenza antinazista, i successi di un collettivo di operai nel realizzare una nuova motocicletta e così via. Due suoi film si differenziano però in modo netto dalla produzione dell’epoca. Il primo è “Pytlákova schovanka aneb Šlechetný milionář” (“La figlia adottiva del bracconiere o Il nobile milionario” del 1949). Si tratta di una feroce parodia del kitsch melodrammatico del cinema degli anni trenta, interpretata da alcuni attori che ne erano stati tra le principali star. L’intento dei produttori che ne avevano approvato la sceneggiatura era quello di vedere realizzato un film mirato principalmente a criticare il cinema e la cultura dell’era capitalista. Il film ha ottenuto però un successo del tutto inatteso e che non trova pari in altri film dell’epoca (4,5 milioni di biglietti venduti), evidentemente non tanto per la critica implicita ai film della prima repubblica, quanto piuttosto per la possibilità offerta agli spettatori di rivivere l’atmosfera d’anteguerra. Un particolare non sfuggito ai censori, che paradossalmente hanno minacciato di mettere al bando Frič proprio per l’inaspettato straordinario successo ottenuto dal film. L’altro film che va citato è “Císařův pekař a pekařův císař” (girato nel 1951 e uscito in Italia con il titolo “L’imperatore della città d’oro”). Si tratta di una megaproduzione a colori che è stata distribuita con un certo successo anche in occidente. L’interprete principale, nel doppio ruolo dell’imperatore Rodolfo II e del fornaio Matěj Kotrba, è Jan Werich, del già citato duo V+W. Il film è un’intelligente commedia giocata sugli equivoci generati dall’assoluta somiglianza tra l’imperatore e il fornaio, con un mastodontico Golem nel ruolo di terzo incomodo, e rimane a tutt’oggi una delle opere cinematografiche più popolari tra i cechi.

I film che Frič ha girato dalla fine degli anni cinquanta fino alla sua morte non sono tra i migliori della sua produzione, né spiccano nel panorama particolarmente ricco del cinema ceco di quegli anni. Tuttavia il regista ha continuato a produrre film godibili come il poliziesco “Přísně tajné premiéry” (“Una prima rigorosamente segreta”, del 1967) o la commedia “Nejlepší ženská mého života” (“La migliore donna della mia vita”, del 1968), dando inoltre un’ennesima prova della propria versatilità girando due trasposizioni cinematografiche di fiabe (un genere molto popolare nel cinema ceco) e realizzando svariati lavori per la televisione. Frič è rimasto del tutto estraneo alla nová vlna, la nuova ondata che ha travolto il cinema cecoslovacco negli anni sessanta, non per snobismo, ma semplicemente perché gli era estraneo il cinema d’autore in quanto tale. Ha però svolto un ruolo non trascurabile nella sua gestazione, come al solito in modo discreto e dietro le quinte: è stato infatti docente della prestigiosa scuola di cinema FAMU, dove hanno studiato quasi tutti i registi della nová vlna, e ha patrocinato l’esordio dell’allora giovanissimo Miloš Forman, chiamandolo a firmare insieme a lui la sceneggiatura della commedia “Nechte to na mně” (“Lasciate fare a me”, del 1955).

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 La morte di Martin Frič coincide, non solo cronologicamente, con uno dei momenti più tragici della storia ceca. La sera del 21 agosto 1968, cioè del giorno in cui le truppe del Patto di Varsavia invadevano la Cecoslovacchia ponendo così fine alla Primavera di Praga, Frič, preso dalla disperazione e dal disgusto, ha bevuto un’intera bottiglia di cognac, nonostante per motivi di salute i medici da anni gli avessero assolutamente vietato l’assunzione di alcolici perché avrebbe rischiato la vita, divieto che aveva sempre rispettato. La mattina del 22 agosto è stato trovato in coma e subito ricoverato in ospedale, dove sarebbe poi morto il 26 agosto. Secondo svariate testimonianze di persone a lui vicine si sarebbe trattato di un suicidio intenzionale, ma va precisato che il regista non si era mai ripreso dalla morte della moglie, avvenuta alcuni anni prima, e che gli era stato inoltre recentemente diagnosticato un tumore. E’ comunque difficile immaginarsi un Frič ancora attivo nei due decenni della normalizzazione successiva all’invasione. Si è trattato infatti del periodo più buio del cinema ceco, ancora più buio del periodo del protettorato nazista e degli anni stalinisti. Se in quelle due epoche vi erano per i cineasti cechi ancora alcuni stretti margini di manovra, il cinema della normalizzazione ha invece chiuso pressoché ogni spazio, facendo non solo del servilismo politico, ma anche della mediocrità estetica e della volgarità requisiti inderogabili per chiunque volesse lavorare.

 Con lui se ne è andata una figura straordinaria del cinema europeo. Frič è tra i pochi registi che hanno lavorato incessantemente dall’era artigianale del cinema muto fino a quella tecnicamente avanzata dell’industria cinematografica degli anni sessanta, passando attraverso i momenti storici che più hanno segnato la storia del secolo scorso. Ed è difficile trovare altri registi che abbiano coperto con successo una gamma così ampia di generi, dalla commedia fino ai film d’avanguardia, apportando allo stesso tempo contributi importanti alle cinematografie di nazioni diverse dalla propria, lavorando anche come attori e contribuendo attivamente alla formazione di una nuova generazione di cineasti. Soprattutto, la sua carriera dimostra che si può essere registi di grande valore senza essere prime donne, mettendo la propria professionalità sullo stesso piano di quella degli attori, degli sceneggiatori e degli altri lavoratori del cinema, e avendo sempre come obiettivo ultimo non quello di imporsi al pubblico, ma di recepirne esigenze e umori integrandoli nel proprio lavoro.

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