Meringhe di piombo e fango di miele – intervista a Margo Rejmer

Margo Rejmer - Photo by Katarzyna Lasoń(foto di Katarzyna Lasoń)

Un confronto con Margo Rejmer, una delle penne più interessanti della nuova generazione, autrice di un romanzo di culto e di reportage intensi e apprezzati.

di Salvatore Greco e Francesco Annicchiarico con Margo Rejmer

Margo Rejmer è un’autrice che i lettori di PoloniCult conoscono già da tempo, da quando su queste pagine abbiamo presentato il suo travolgente romanzo Toximia. Oggi che quel romanzo è pronto a uscire per intero in italiano per i tipi de La Parlesia Editore nella traduzione del nostro Francesco Annicchiarico, abbiamo deciso di parlarne con lei, per approfondire i temi e il cuore di questo libro grottesco e romantico assieme, e per scoprire come scorre la mente di un’autrice in grado di scrivere con altrettanta perizia sia prosa di pura finzione che reportage scrupolosi e fondati sui fatti.

[D:] Innanzitutto, grazie del tuo tempo. Per prima cosa volevamo chiederti: com’è nato Toximia? Quali riferimenti letterari ed estetici lo hanno ispirato?

Toximia è figlio di un ritmo frenetico. Quello che poi sarebbe diventato il mio editore, Paweł Dunin-Wąsowicz, aveva cercato dei fondi per finanziare il mio debutto letterario, ma diceva che non c’era da pensarci troppo, che nessuno ci avrebbe dato dei soldi. E invece i soldi sono arrivati, e mi ha concesso solo tre mesi per scrivere il libro. A quel punto, invece di mettermi al lavoro, sono partita per i Balcani e al mio ritorno mi sono isolata dal mondo per sette settimane. È stata una bella trance compositiva, sofferta, intensa ma anche spensierata, perché mi sembrava tutto uno scherzo. Avevo appena compiuto ventiquattro anni, non avevo nulla da perdere e non avrei mai creduto che un giorno avrei potuto vivere di scrittura. Avevo finito da poco di scrivere la mia tesi di laurea sul cinema di Bergman e di Robert Altman ed ero molto sensibile al modo in cui Altman costruisce la narrazione. In Toximia sono confluite tutte le mie fascinazioni letterarie di quegli anni: Raymond Carver, Dostoevskij, Jose Camilo Cela, Witold Gombrowicz. E poi la poesia di Andrzej Bursa e Stanisław Grochowiak.

[D:] Toximia è un romanzo a molte voci, tutte molto diverse tra loro. Qual è stato il personaggio più difficile da scrivere e quale il più facile?

Non posso proprio parlare di difficoltà, considerato il ritmo di scrittura che ho avuto, ma solo di piacere. Credo di aver plasmato bene Longin il tranviere, perché ha preso da me l’amore per Grochowiak, ad esempio. E allo stesso tempo c’è qualcosa in lui dell’Idiota di Dostoevskij, una delle mie figure letterarie preferite di sempre: la sua dolcezza, la sua rettitudine e la sua fede nell’onestà; anni dopo a Varsavia un tranviere ha avuto lo stesso incidente che capita a Longin nel libro e mi sono chiesta per un attimo chi potesse essere quell’uomo che nella sua infelicità aveva replicato il destino di un personaggio letterario.

[D:] Parliamo del tuo altro amore, il reportage. È una tua passione da sempre? Com’è successo che hai iniziato a occupartene concretamente?

È iniziato tutto da diari di viaggio spensierati, in cui scrivi cose del tipo “sono andata in giro, ho visto molte cose, il mondo è davvero bizzarro, da non crederci”. Solo molto tempo dopo ho iniziato a studiare consapevolmente le tecniche di reportage, come parlare con le persone o il modo giusto di costruire i testi. Il reportage è un genere che rispetto alla narrativa dà altre possibilità letterarie, ma ha anche altri limiti e utilizza altri strumenti. Personalmente lo trovo più difficile rispetto alla narrativa per via delle maggiori responsabilità che comporta: sei lì a prenderti cura di storie che ti sono state raccontate e devi essere leale con loro, difenderne i personaggi, e stare attento a che il racconto sia fedele alla realtà storica. Più scrivo e più mi fermo a riflettere sulla letterarietà del reportage: in che modo posso superare i limiti del genere, avvicinarlo alla letteratura in senso stretto, mostrare l’universalità di certi fenomeni e allo stesso tempo non tradire i fatti? Mi affascina molto la soggettività del reportage assieme al fatto di mantenere l’illusione di descrivere la verità.

In questo momento il maggiore ostacolo per me nella scrittura di reportage è il mio carattere: con il passare del tempo divento sempre più introversa, mentre un bravo reporter dovrebbe essere continuamente sensibile nei confronti del prossimo, e riuscire a estrapolare da chiunque quanto ha di unico, intravedere la complessità del mondo, della natura umana, imparare continuamente, confrontarsi. Ma più passa il tempo e più mi riesce difficile, perché è sempre più difficile per me entrare in confidenza con il dolore altrui, accettare le ingiustizie del mondo, la tragicità di un destino spezzato dalla politica. A volte preferirei sapere di meno per stare in pace con me stessa.

[D:] Perché per il tuo primo reportage, Bukareszt. Kurz i krew [Bucarest. Polvere e sangue] hai scelto Bucarest? Come hai preso la decisione di scrivere proprio di questa città e di questi temi?

Perché ho sentito da subito un’affinità spirituale con Bucarest. È una città difficile, imperfetta, caotica ma al contempo composta da molti strati, contrasti e paradossi. Ancora oggi penso a Bucarest come a una persona. Ho avuto la sensazione che le contraddizioni di Bucarest, la ricchezza mischiata alla miseria, l’identità urbana con quella rurale, le grandi aspirazioni e la disillusione, fossero stupefacente materiale letterario. Adesso provo in qualche modo a razionalizzare il tutto, ma lì per lì il senso di legame con la città e i suoi spazi è stato irrazionale e indiscutibile.

[D:] Il tuo libro successivo, Błoto słodsze niż miód [Fango più dolce del miele], in uscita a ottobre, è dedicato all’Albania durante gli anni del comunismo. Al di là dei temi, quanto questo nuovo libro e Bukareszt sono simili? E in cosa invece si distinguono?

Penso che entrambi i libri siano caratterizzati da una certa varietà stilistica, ma con Bukareszt mi sono presa molte più libertà che con questo. Bukareszt era il mio racconto personale e letterario di una città. Non ho passato così tanto tempo a raccogliere storie né ho avuto rapporti così complicati con le persone coinvolte come nel caso dell’Albania. Su questo nuovo libro ho passato più di due anni soltanto per prendere confidenza con il Paese, la lingua e la comprensione delle differenze culturali. In Romania ho trovato subito il mio posto e i miei amici, in Albania sono passati mesi prima che la gente iniziasse a fidarsi di me e che qualcuno mi aiutasse a trovare persone e storie o iniziasse a credere al senso del mio lavoro.

[D:] Hai scritto di Romania vivendo in Romania e di Albania vivendo in Albania. Dover risiedere in pianta stabile nel luogo di cui scrivi è un’esigenza della Margo Rejmer reporter o di quella scrittrice di narrativa?

Sicuramente della reporter. Prima di partire per l’Albania non ero consapevole di questo aspetto delle cose, ma ora non ho più dubbi: per scrivere un buon libro di reportage bisogna conoscere la lingua del paese in cui si va. Mi sono accorta presto che durante le interviste spesso la presenza di un interprete spezzava il ritmo della narrazione. Le persone con cui parlavo a volte si spazientivano per le interruzioni dell’interprete o perdevano il filo e di conseguenza la voglia. E inoltre parlando in inglese avevo accesso solo ai giovani istruiti di città, ma io volevo osservare tutta l’Albania nella sua complessità. La raccolta vera delle testimonianze è iniziata soltanto quando ho iniziato a capire l’albanese.

Quando penso a me stessa come scrittrice, è un altro paio di maniche. A uno scrittore basta spesso una sola frase, uno sguardo, un volto e ha già una storia, perché la storia nasce dentro di lui, emerge dal suo mondo interiore per cui quello esteriore è solo una raccolta di impulsi e ispirazioni.

[D:] Perché proprio l’Albania? Cosa conoscevi di questo paese prima di decidere di spostarti lì e cosa ti ha regalato quest’esperienza di vita?

Se ci rifletto oggi mi dico che all’inizio non sapevo nulla dell’Albania, anche se pensavo il contrario. Sono arrivata lì con le mie fantasie e i miei preconcetti, pensando che avrei rivissuto esperienze simili a quelle avute in Romania, ma poi mi sono accorta che in Albania sarebbe stato diverso. Ero una straniera, cosa che in Albania è stata molto più caratterizzata emotivamente che in Romania, dove il mio essere polacca si notava a malapena. E anche il mio essere donna si è rivelato un peso: le donne in Albania partono da una posizione di debolezza, specialmente se sono giovani e non hanno alle loro spalle alcuna istituzione. L’essere una giovane scrittrice era una cosa sospetta, si facevano subito strada domande del tipo „chi ti paga” e commenti come “tanto non capiresti comunque”.

Ma l’Albania mi ha comunque dato molto. Adesso so meglio di quattro anni fa di cosa ho bisogno e come dovrei disporre del mio tempo per realizzare quello che ho in testa.

[D:] Quali sono i tuoi piani per il futuro? Scriverai ancora reportage o pensi di tornare alla narrativa?

Dopo aver finito Bucarest mi sono sentita svuotata. Non sapevo se avrei voluto continuare a scrivere, avevo come l’impressione che le perdite emotive legate alla scrittura fossero sproporzionate rispetto ai guadagni. Adesso, dopo Błoto słodsze niż miód, anziché arrovellarmi sul tema se vale la pena sprecare la vita con la scrittura, scrivo un altro libro sull’Albania contemporanea, e poi sto lavorando su dei racconti ambientati nei Balcani. E ho molte idee per due nuovi romanzi. Le uniche cose di cui ho bisogno ora sono soldi, tempo e pace!

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