Marek Kazmierski, un traduttore sul palco

Marek Kazmierski (photo by Izabela Mieszczanska)

Intervista a Marek Kazmierski, istrionico traduttore e operatore culturale attivo tra Londra e Varsavia.

di Lorenzo Berardi

Affiancare le traduzioni inglesi delle poesie di Julian Tuwim all’improvvisazione teatrale, dando modo ai versi del grande poeta polacco di ispirare gli attori sul palco. È l’esperimento che lo scorso martedì 14 novembre è andato in scena al Klub Komediowy di plac Zbawiciela a Varsavia. Della vivace scena improv della capitale polacca e dei suoi protagonisti avevamo scritto un anno e mezzo fa su queste colonne. Da allora, il fenomeno è cresciuto ancora con un fitto calendario di spettacoli sia in polacco che in inglese e un secondo locale di riferimento, il Resort Komedii di via Bielańska che si è aggiunto allo storico Klub Komediowy.

Polish Legends in Translations: Tuwim for Big Kids, questo il titolo dell’evento novembrino, è stato il primo frutto della collaborazione fra Michał Sufin, tra i fondatori dello storico gruppo Klancyk!, e Marek Kazmierski, autore e traduttore polacco cresciuto in Inghilterra e oggi di stanza a Varsavia. Proprio con quest’ultimo, divenuto una presenza fissa in molti eventi culturali e letterari tanto polacchi quanto anglofoni della capitale, abbiamo fatto una chiacchierata.

«Il sodalizio artistico con Michał è cominciato perché a lui sono piaciuti molto alcuni dei testi che ho tradotto in un articolo su Culture.pl dedicato al Kabaret Starszych Panów. Così abbiamo deciso di lavorare assieme alla registrazione e alla messa in scena di alcune delle mie traduzioni di canzoni comiche, poesie romantiche e testi per l’infanzia», racconta Kazmierski a PoloniCult.

Considerare Marek ‘soltanto’ un traduttore dal polacco all’inglese sarebbe tuttavia riduttivo. Già direttore responsabile di Not Shut Up coraggiosa rivista che dava voce a detenuti e rifugiati nel Regno Unito, Marek ha collaborato con istituzioni come il British Council e il Polish Cultural Institute di Londra. Nel 2010 ha fondato la casa editrice OFF_PRESS e, tre anni più tardi, ha pubblicato il suo libro ‘Damn the Source’ una raccolta di racconti ispirati da storie vere vissute da polacchi immigrati Oltremanica. Tra gli autori tradotti da Kazmierski vi sono Julian Tuwim e Aleksander Fredro, Zuzanna Ginczanka e Irit Amiel, passando per Wioletta Grzegorzewska (o Greg) una delle autrici polacche che sta riscuotendo maggiore successo nel Regno Unito.

Oggi Marek è un vulcano di iniziative al lavoro sulla traduzione inglese di autori contemporanei quali Marcin Szczygielski e Yulia Fiedorczuk, ma non solo. Come ci spiega, infatti: «Sto lavorando a traduzioni di poesie per bambini e canzoni per adulti che, grazie alla loro diffusione su Internet e sui social network, mi consentono di essere più dinamico e flessibile nel farle circolare».

Da traduttore ed editore, credi che la letteratura polacca possa e debba conquistarsi una maggiore visibilità all’estero e in quel mondo anglosassone che conosci dall’interno?

«Alcuni prodotti culturali polacchi godono di grande popolarità oltre confine, ad esempio la musica classica, il jazz, la danza, le arti figurative, alcuni film. La letteratura polacca, invece, non riscontra altrettanto successo e questo perché nessuno si è occupato di affrontare seriamente il tema della sua traduzione. Un esempio di ciò che intendo sono i fondi destinati a tradurre alcuni dei più grandi libri di letteratura per l’infanzia pubblicati in Polonia, quelli scritti da Jan Brzechwa. Nel 2013, l’Unione Europea ha concesso un generoso finanziamento per tradurre alcune delle storie e delle poesie di Brzechwa in inglese. Le traduzioni sarebbero dovute essere pubblicate a metà 2014, ma tre anni dopo in libreria non se ne trova traccia. E nessuno sembra sapere cosa sia accaduto. Una vicenda che mostra quanto noi polacchi talvolta investiamo male sul nostro patrimonio culturale».

Tu sei un polacco che aveva lasciato il suo Paese natale trentadue anni fa, appena dodicenne. Cosa ricordi di quella Polonia?

«La Polonia da cui sono emigrato nell’85 era una nazione molto diversa in un’Europa molto diversa. Ricordo la mia infanzia come un periodo di incredibile intensità causata da una lotta politica della quale ero assai consapevole sin da bambino. Gli stretti rapporti umani esistenti fra le persone di allora derivavano da quella situazione e le difficoltà che affrontavamo ogni giorno rendevano ogni cosa che avevamo davvero preziosa. Trasferirsi in Inghilterra, un Paese pacifico e benestante, è stato liberatorio sotto molti punti di vista, ma già in quegli anni ero in grado di vedere sia i lati positivi che quelli negativi di questo cambiamento».

E cosa ti ha spinto a tornare in questa Polonia e a scegliere di vivere a Varsavia oggi?

«Quando mi fanno questa domanda, sottolineo sempre che non sono esattamente ‘tornato.’ La Polonia che ho salutato trentadue anni fa e il ragazzo che l’ha lasciata sono cambiati del tutto. Quindi, più che di un vero e proprio ‘ritorno in un luogo’, si tratta di un ‘ritorno alle origini’ di chi sono diventato. Mi sento un figlio dell’Europa centrale e l’eredità e la struttura di questa parte del continente sono per me fonte di continua fascinazione. Dopo tre decenni trascorsi vivendo nel mondo anglosassone, non mi sento legato ad esso perché lo trovo al tempo stesso troppo indifferente e troppo rassicurante. Ma soprattutto non posso tollerare di restare lontano da questa città. Ho imparato ad apprezzare Varsavia e ho perso la testa per lei. Questa è una città che vanta tanti segreti nascosti, numerose affascinanti cicatrici e regala sorprese inaspettate. Vivo qui da due anni e sono ancora eccitato da tutto ciò che questa città può offrire. Varsavia è la città più verde d’Europa e i suoi abitanti sono visivamente affascinanti. La città è in continuo cambiamento, eppure conserva ancora negozi, abitudini, piatti che rimandano a un’età trascorsa».

Quando vivevi Oltremanica hai fondato una casa editrice, OFF_PRESS, con la quale hai pubblicato poeti polacchi tradotti in inglese. Tuttavia, oggi appena il 3% dei libri dati alle stampe ogni anno nel Regno Unito sono traduzioni: perché una percentuale così bassa?

«Negli Stati Uniti, va ancora peggio visto che si arriva appena all’1,7% di libri tradotti escludendo le pubblicazioni accademiche o economiche. Qui in Polonia si stima che il 40% dei libri pubblicati siano traduzioni da lingue straniere, mentre in Repubblica Ceca si arriva addirittura all’80%. Succede perché l’inglese è la lingua dominante nel mondo, è un fenomeno post-coloniale. La percentuale di libri tradotti da altre lingue presenti nel mercato britannico sembra minima, ma bisogna considerare che ogni anno nel Regno Unito escono circa centomila nuovi titoli. Questo significa che tremila libri tradotti arrivano ogni anno in libreria e non mi pare un numero così disprezzabile. Esistono però soluzioni per incrementare la quota di libri tradotti. Una trentina d’anni fa i traduttori di libri svedesi in inglese crearono una rivista (la Swedish Book Review, nda) per presentare gli esempi più interessanti del loro lavoro a editori, redattori e agenti letterari del mondo anglosassone. Oggi possiamo vedere i risultati di questo lavoro con la grande popolarità raggiunta nel mondo dai gialli scandinavi».

Credi che il lavoro di case editrici specializzate in traduzioni di autori dell’Europa centro-orientale come la tua, Pushkin Press o la – oggi dormiente – Stork Press possa migliorare la situazione per la diffusione della letteratura polacca nel mondo anglosassone?

«La verità riguardo alla mia casa editrice, e lo stesso vale per Stork Press, è che si è trattato di esperimenti di editoria no-profit. E, in quanto tali, entrambi erano destinati a fallire in partenza nella loro forma iniziale. Pushkin Press è nata con premesse molto più professionali. Quello che oggi mi sta a cuore è raggiungere con la poesia polacca per l’infanzia un effetto simile a quello ottenuto dalla letteratura scandinava. E poi vorrei portare sul palcoscenico le traduzioni di canzoni polacche destinate a un pubblico adulto. Infine, mi piacerebbe fare un altro tentativo di diffondere nel mondo anglosassone la poesia polacca ‘alta’».

Quali sono le sfide maggiori che devi affrontare quando traduci poesia tradizionale o per l’infanzia dal polacco in inglese?

«L’aspetto più difficile del tradurre poesia è la consapevolezza che solo una manciata di persone leggeranno e apprezzeranno i frutti del tuo impegno. Ecco perché trovo tradurre poesie per l’infanzia e canzoni popolari così gratificante. È un lavoro più complicato rispetto a tradurre poesia tradizionale perché devono essere mantenuti sia il ritmo che la struttura a rime, ma per me sapere che questi testi raggiungeranno un pubblico assai più vasto rende piacevole ogni sforzo supplementare. Tradurre poesie per adulti è un po’ come mangiarsi una torta di compleanno da soli: un piacere solitario e di dubbio gusto. Quando traduco poesie per l’infanzia che generazioni di polacchi conoscono e amano, invece, sapere quante persone potranno apprezzare questi testi è come organizzare una gigantesca festa di compleanno invitandovi migliaia di amici».

Eppure quando si parla di poesia, la Polonia resta un mercato editoriale in cui si pubblicano centinaia di raccolte di versi ogni anno, anche di poeti contemporanei o emergenti. A cosa si deve questo duraturo amore dei polacchi verso la poesia?

«Questo immenso volume di pubblicazioni editoriali è sia una benedizione che una maledizione. Mi spiego meglio. In Polonia si danno alle stampe ogni anno centinaia di libri di poesia, ma quasi sempre questi testi hanno una distribuzione pari allo zero. Questo significa che migliaia di poesie e milioni di pagine sono destinati a non essere praticamente letti. Ed è assurdo. Tuttavia la Polonia ha una tradizione in cui durante periodi di oppressione o persino di non esistenza nazionale, la lingua polacca, soprattutto in versi, è stato uno strumento per difendere la sua identità e cultura. Quasi nessuno oggi in Polonia legge per davvero Norwid, Gałczyński o Herbert, ma ciascuno di questi poeti ha avuto un merito: quello di aiutare a preservare la cultura polacca».

C’è qualche autore o autrice polacco da te tradotto e che secondo te meriterebbe di essere conosciuto meglio dal pubblico internazionale, sia di lingua inglese che italiana?

«C’è una poetessa polacca ai cui versi ritorno sempre: Zuzanna Ginczanka. Oggi è possibile scaricare un intero libro di sue poesie per l’infanzia da me tradotte in inglese. So che anni fa è uscita anche una raccolta di poesie di questa autrice tradotte in italiano e intitolata ‘Un viavai di brumose apparenze’. Si tratta di una poetessa assolutamente incredibile e che è stata a lungo totalmente ignorata dalla comunità letteraria polacca. Questo atteggiamento ora sta cambiando anche perché si sta lavorando a show musicali, libri e film dedicati alla vita della Ginczanka. Tuttavia essere una donna in Polonia può essere arduo e le donne, persino nei teoricamente più illuminati ambienti artistici, sono spesso trattate assai peggio degli uomini. Finché la Polonia non saprà superare del tutto queste sue tendenze polemiche e retrograde non si evolverà davvero. In questo senso, la presenza di stranieri nel Paese è importante perché può dare una grossa mano al completamento di questo processo catartico».

Tu sei un traduttore che ama metterci la faccia. A Varsavia promuovi eventi culturali, porti la poesia sul palcoscenico e sei molto attivo sui social network pubblicando video in cui leggi le tue traduzioni in inglese di poesie polacche. Credi che oggi il ruolo del moderno traduttore sia cambiato e preveda una maggiore interazione con il proprio pubblico?

«Il fatto di non essere solo traduttore, ma anche autore, editore, artista, insegnante e organizzatore di eventi culturali è importante per me. Credo che sia proprio questa varietà di ruoli e interessi a permettermi di tradurre meglio perché molti grandi scrittori hanno passioni altrettanto variegate. Per come la vedo io, il problema di molte traduzioni in letteratura è che il traduttore o la traduttrice in questione non ha la stessa creatività dell’autore sul quale lavora. E questo spesso non consente di sprigionare l’intero potenziale narrativo di un testo. Ritengo che l’attuale modello editoriale non abbia senso. Vorrei vedere più autori che pubblicano meno e traducono di più, mentre i traduttori dovrebbero mettersi alla prova come scrittori, quantomeno per calarsi nei panni degli autori che traducono. Questo è il modello che vorrei fosse seguito».

E in futuro dove ti vedi? Di nuovo Oltremanica oppure ancora in Polonia?

«Vista la confusione innescata dalla Brexit, non riesco a immaginare quale possa essere il futuro per il Regno Unito. Certo, anche il futuro della cultura e dell’economia polacca appaiono complicati. Eppure, nonostante continui a lavorare anche in Inghilterra, in Canada e in altri Paesi, nulla cambierà il fatto che la Polonia sia e resti davvero casa mia».

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