Maledetto Cioran

Emil Cioran con Eugen Ionescu e Mircea Eliade

Un’opera controversa e quasi rinnegata di Emil Cioran torna oggi come riflessione sulla Romania e non solo.

di Roberto Reale

Al principio del 2008 appare in Francia, per i tipi de L’Herne, la prima traduzione completa della Trasfigurazione della Romania di Emil Cioran. L’operazione editoriale è coraggiosa sia perché si tratta di un’edizione integrale, nel senso che le pagine a suo tempo espunte per volontà dell’autore vi si trovano reintegrate, sia perché il libro stesso non è di quelli che, a scriverne, fanno propriamente onore. In Francia, naturalmente, l’eredità di Cioran è molto più sentita che in Italia; eppure il libro, che l’autore scrisse e pubblicò in romeno nel 1937 col titolo Schimbarea la faţă a României, non era mai stato tradotto in francese.

Non senza ragione: la Trasfigurazione della Romania, esito di una situazione politica complessa che fa vibrare nel giovane filosofo le corde dell’entusiasmo non meno di quelle dell’inquietudine, è tra le altre cose “un vero e proprio trattato di fanatismo xenofobo e militante” (Fabio Rodda, Cioran, l’antiprofeta. Fisionomia di un fallimento, Mimesis, 2006). La Romania di quegli anni, uscita vincitrice dalla Grande Guerra ma ritrovatasi sbilanciata dall’annessione della Transilvania, guarda con favore al nascere dei totalitarismi in Europa e in Russia e si scopre essa stessa terreno di coltura di movimenti analoghi: il legionarismo di Corneliu Codreanu, di impronta mistico-nazionalistico, si costituirà a partire dal 1927 in baluardo “antiborghese, anticapitalista, antidemocratico”.

E il libro denuncia fin dal titolo l’adesione a quel linguaggio di impostazione misticizzante che sarà caratteristico della produzione successiva del filosofo, a cominciare da Lacrime e santi (Lacrimi și Sfinți) pubblicato nello stesso anno e che, pur partendo dalle medesime premesse teoriche (una dissertazione sul misticismo, appunto, così importante per la comprensione della sensibilità romena), evita l’infelice sconfinamento sul piano politico. Cioran intende redimere la Romania dal suo destino “substorico”, superando quel fatalismo che secondo Mircea Vulcănescu ne sarebbe la caratteristica in quanto “integrazione dell’azione nel ritmo universale, considerata prova della volontà divina” (Dimensiunea românească a existenței, 1943).

România este o ţară fără profeţi, la Romania è una terra senza profeti: questa “constatazione” pare a Cioran il nucleo del problema. Oggi parleremmo di post-truth: ma il giovane autore, forte a modo suo delle letture di Machiavelli e Nietzsche (condite da Il tramonto dell’Occidente di Spengler), ne trae la conclusione che la ricerca della soluzione passa attraverso la figura di un “uomo forte”. Nel 1933, del resto, Cioran era stato a Berlino grazie a una borsa di studio, e là aveva avuto modo di conoscere quell’ordine politico di cui, in una lettera a Mircea Eliade, egli si dichiara entusiasta:

Non posso non ammirare l’orgoglio infinito che i tedeschi provano nel culto del Führer. Se c’è una cosa che amo negli hitleriani è il culto dell’irrazionale, l’esaltazione della vitalità in quanto tale, l’espansione virile delle forze, senza spirito critico, senza riserve e senza controllo. L’ammirazione nordica per l’eroe, come forma suprema della realizzazione dell’uomo, ha trovato nella Germania attuale tutti gli elementi e il quadro che sono necessari alla propria manifestazione. Nel culto del Führer, i tedeschi provano un sentimento di sicurezza simile a quello derivato dal presentimento, o forse dalla certezza, di un destino grandioso.

Corneliu Codreanu tra i membri del Movimento Legionario, 1937

In seguito Cioran prenderà le distanze dalla sua Trasfigurazione, e in generale dalle premesse ideologiche che ne sono alla base, pur senza espungere esplicitamente quel momento giovanile dal proprio percorso di formazione. Del cambio di prospettiva fa fede, naturalmente, l’evoluzione successiva dell’uomo e dell’intellettuale, ma anche, dal punto di vista più strettamente filologico, la nota che Cioran apporrà il 22 febbraio del 1990 all’edizione definitiva della Trasfigurazione:

Queste divagazioni le scrissi nel 1935-36, all’età di 24 anni, con passione e orgoglio. Di tutto ciò che sono andato pubblicando, vuoi in romeno vuoi in francese, questo è il testo forse più appassionato e al tempo stesso più estraneo [acest text este poate cel mai pasionat şi în acelaşi timp îmi este cel mai străin]. Non mi ci ritrovo, benché appaia evidente il portato della mia isteria di quel tempo [deşi îmi pare evidentă prezenţa isteriei mele de atunci].

E al destino del libro sembra riferirsi pure uno dei Syllogismes de l’amertume:

Un livre qui, après avoir tout démoli, ne se démolit pas lui-même, nous aura exaspérés en vain.

Perché leggere la Trasfigurazione della Romania, a ottant’anni dalla sua pubblicazione, immersi come siamo in un’epoca e in un contesto radicalmente diversi?

L’Europa affronta oggi una crisi profonda della propria identità, e la tentazione di ergere muri, di costruire sistemi di valori tesi ad escludere lo straniero, di narrare la propria e l’altrui storia come esito di processi che si svolgono sul piano astratto dello spirito, è di nuovo forte. Si giunge a produrre mitologie al fine di caratterizzare univocamente il sé e l’altro da sé, attraverso una forma di cherry picking che è particolarmente insidiosa in quanto fa appello alla reazione viscerale anziché alla coscienza politica o storiografica. Come scrive Mara Giacalone a proposito della recente impennata nazionalistica di stampo destrorso in Polonia:

Le idee e le immagini utilizzate – se non proprio sfruttate – dalla retorica nazionalista, si fondano dunque su narrazioni che non sono sempre storicamente accurate ma che funzionano come discorso collettivo e fanno presa sull’inconscio di una nazione, andando poi a svilupparsi come stereotipi e caratteri fissati. Alla base di ogni discorso identitario si trova infatti un mito etnogenetico, ovvero un mito che spiega le origini di un dato popolo […].

Al mito etnogenetico corrisponde una periegesis, una descrizione dello spazio geopolitico da cui sono bandite le sfumature in favore di una connotazione inequivocabile degli schieramenti: da una parte i sani valori della tradizione, dall’altra il degrado ed il caos. Per le nazioni dell’Europa centro-orientale, inoltre, una più marcata fragilità dei valori democratici, un amalgama faticoso tra etnie e culture diversissime, e un mai risolto complesso di inferiorità nei confronti dell’Occidente catalizzano tensioni e paure. Ci si rifugia così nell’idolatria della Patria e dei suoi attributi, da proteggere contro invasioni esterne e purgare all’interno dei “traditori”.

Cioran parla di una “ostilità verso lo straniero” assumendola come tratto endemico del popolo romeno:

Un paese di contadini odiati e affamati che, per un migliaio di anni, hanno sopportato l’infelicità a causa degli stranieri. L’ostilità verso lo straniero caratterizza la sensibilità nazionale romena così bene che non sarà mai possibile dissociarli.

Non diversamente descriverebbe il popolo italiano, oggi, chi ascoltasse le nostre conversazioni o scorresse i commenti sui social o seguisse la stampa nazionale. Lo straniero, l’altro, il nemico ormai assurto a entità metafisica, “nutre e riassorbe la nevrastenia europea”, come scrive Raphaël Liogier a proposito dell’ossessione islamofobica in Le Mythe de l’islamisation (Seuil, 2012).

Il pericolo, immediato e terribile, è un riprendere vigore del fascismo: dove per fascismo s’intende la soppressione di ogni spazio di dissenso o anche solo di confronto attraverso il ricorso a una violenza in cui convergono la bestialità della folla e l’aberrazione dello Stato. E, per conseguenza, smarrimento definitivo di ciò che Europa, cui già Spengler negava di essere altro che “puro suono”, potrebbe significare in termini di accoglimento di istanze plurali, di coltivazione di un pensiero non univoco, di integrazione ed elaborazione dell’altro.

Alle radici della nostra storia sta il polymetis Odisseo, l’uomo che esplora il mondo alla luce di un’aderenza critica alle cose del mondo, e sta lo humani nihil a me alienum puto di Terenzio. Sta lo sforzo di chi tenta una mediazione a ogni costo, consapevole che non esiste pericolo maggiore che l’egemonia pensiero unico. Anche di fronte a portatori di discorsi non conciliabili, laddove, come scrive Franco Cassano ne Il pensiero meridiano (Laterza, 2017),

si tratta […] di evitare che i due si allontanino fino a desiderare la distruzione reciproca, di fare in modo che essi continuino a parlare anche quando la traduzione è difficile.

La Trasfigurazione della Romania resta allora come exemplum negativo, come monito di ciò che accade alla ragione quando consegna le sue armi alla paura.

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