L’uomo di ferro – la svolta della storia, la svolta di Wajda

Uomo di ferro

L’uomo di ferro segnò la definitiva consacrazione internazionale di Wajda con la palma d’oro a Cannes, ma anche il segno di un cinema diverso, non necessariamente migliore.

di Salvatore Greco

Ai Cantieri navali di Danzica le trattative tra governo e sindacati erano in corso già da qualche tempo ma a Varsavia arrivavano solo notizie frammentate. L’associazione cinematografi, di cui allora ero presidente, stava lottando per il diritto a documentare quell’importante momento storico a scopi archivistici e un gruppo di operatori si trovava già ai cantieri. Il servizio d’ordine degli operai mi riconobbe subito ai cancelli e mentre ci dirigevamo alla sala dibattiti uno degli uomini del cantiere mi disse:

-Faccia un film su di noi!

-Che film?

-L’uomo di ferro! – mi rispose senza pensarci. Non avevo mai girato un film su commissione, ma quell’appello non lo potevo proprio ignorare.

È con queste parole, sospese nel limbo tra verità storica e memoria indorata, che Andrzej Wajda sostiene di aver avuto l’idea per girare L’uomo di ferro, film uscito nel 1981 che gli valse la Palma d’Oro a Cannes e diversi problemi in patria tradotti in ostacoli piuttosto seri al suo lavoro. Se siano parole vere o se l’amore del regista per i dialoghi segnanti abbia portato involontariamente Wajda a trasformare un ricordo in un pezzo del suo girato non è dato sapere. Che sia vero o meno questo aneddoto, la storia del film è effettivamente legata all’urgenza del momento, quella di raccontare quanto stava accadendo a Danzica nel 1980 e a cosa avrebbe portato, urgenza che rende L’uomo di ferro un reperto straordinario e un esempio di capacità tecniche e organizzative notevoli ma anche un film a cui non mancano grossi difetti, difetti che poi avrebbero accompagnato Wajda anche nei suoi lavori successivi.

Come anche il titolo fa intuire, L’uomo di ferro è legato a doppio filo a L’uomo di marmo prodotto da Wajda qualche anno prima e dedicato alla storia della damnatio memoriae subita dall’ex eroe socialista Mateusz Birkut e al tentativo di una giovane regista di raccontarne la storia, tentativo naturalmente schiacciato dalla censura. Ne L’uomo di ferro L'uomo di ferroritroviamo Birkut, del quale si dichiara senza peli sulla lingua la morte per pestaggio da parte della polizia durante gli scioperi del 1970, ma soprattutto ritroviamo suo figlio Maciej Tomczyk, operaio nei cantieri di Danzica e vivace agitatore sindacale. Per Wajda il collegamento con il precedente film è quasi immediato dal momento che aveva presentato il personaggio del figlio di Birkut alla fine de L’uomo di marmo proprio come operaio dei cantieri navali. Nei panni di Maciej quello stesso Jerzy Radziwiłowicz che era stato suo padre pochi anni prima, particolarmente bravo a trasmettere l’emotività ribollente del giovane sindacalista. Ritroviamo anche Agnieszka (Krystyna Janda), la giovane regista censurata che oggi è moglie e compagna di lotta di Maciej Tomczyk, in prigione per attività sovversive.

A condurre l’azione dunque questa volta non è lei, ma un personaggio radicalmente diverso seppure proveniente dallo stesso ambiente: l’ignavo redattore Winkel, giornalista famoso finito a fare il redattore di radiogiornali dalla tragicomica pomposità e che viene incaricato, approfittando della fama di cui gode in ambienti “sovversivi”, di fare un servizio su Tomczyk che lo metta in cattiva luce. Marian Opania, l’attore che lo interpreta, è un altro collaboratore di lungo corso di Wajda e contribuisce con particolare bravura alla ricostruzione del personaggio che gli viene attribuito: balbettante, alcolizzato e ipocrita ma mosso dentro un percorso di redenzione.

L'uomo di ferro

La struttura de L’uomo di ferro segue molto quella de L’uomo di marmo con il protagonista-narratore impegnato in una spirale concentrica a cercare informazioni sul personaggio che ha il desiderio/compito di raccontare e così, tra flashback che diventano sequenze filmiche di tempi passati e dialoghi con i più vari personaggi attorno a lui, Winkel arriva (quasi) a Tomczyk e nel frattempo vive da vicino la realtà dei cantieri, le turbe degli operai, vede Lech Wałęsa in persona (interpretato da sé stesso), sente un avvicinamento progressivo alle ragioni della lotta finendo poi per accoglierle rinunciando al lavoro assegnato.

La sensazione che si ha guardando L’uomo di ferro è che sia un film dominato dalla fretta e da una nettezza più propagandistica che storica, e anche se la propaganda è di segno opposto rispetto a quella del governo poco cambia. Wajda sente, legittimamente, il bisogno di raccontare la storia mentre si svolge ma nello stesso tempo la prende in mano, ne guida le redini, da regista osservatore di una Storia che si costruisce dal basso si trasforma arrogantemente in guida del popolo ignaro verso la salvezza; elementi che si potrebbero ricondurre alla fretta di un film intenzionato a raccontare avvenimenti vicinissimi nel tempo, scritto dal fidato sceneggiatore Ścibor-Rylski in meno di una affannosa settimana, possono concorrere a far chiudere un occhio, ma con il senno di poi certi crismi di conservatorismo e paternalismo hanno segnato il cinema futuro di Wajda in un modo che è impossibile slegare dall’esperienza de L’uomo di ferro.

Siamo di fronte a un ottimo film, intendiamoci, ma con alcune mancanze evidenti. Nonostante l’intensità di Radziwiłowicz sia elevatissima, non è comparabile a quella garantita dal personaggio di Birkut nel film precedente; Tomczyk è un personaggio piatto, rabbioso e focoso sì, ma mai mosso dal dubbio e trascinato da certezze tanto incrollabili quanto poco umane. E la stessa Agnieszka, dal personaggio vivace e dinamico che avevamo conosciuto, si trasforma in una mogliettina mite e accondiscendente che si limita a fare da stampella al marito. L’unico personaggio a conoscere un’evoluzione morale è il narratore Winkel, ma anche la sua sembra affrettata, spinta a forza su dei binari già scritti e nei quali non c’è tempo per la riflessione. L’intero film in questo sembra una involontaria quanto azzeccata metafora di Solidarność, il cui mito guidato dal carisma del leader Wałęsa, è stato preso di per sé, senza concedere spazio a una valutazione più profonda, a possibili strade da prendere. L’uomo di ferro, che nella simbologia del film è Wałęsa stesso, richiama la necessità in politica di un uomo forte, una figura capace di guidare e ispirare il popolo altrimenti incapace di gestirsi, e in questo è davvero difficile ravvisare una differenza sostanziale con la retorica del socialismo reale e dei suoi eroi, cristallizzati come era il beffeggiato uomo di marmo.

L'uomo di ferro

Per il resto L’uomo di ferro dimostra la grande maturità artistica raggiunta da Wajda in grado di confezionare una pellicola quasi con il pilota automatico e conferirle, sul piano tecnico, gli stilemi che lo avevano reso famoso, anche lavorando in tempi molto ristretti. La Palma d’Oro ottenuta a Cannes nel 1981 è un riconoscimento che il regista ha sicuramente meritato per la sua carriera ed è difficile non collegarla all’onda emotiva portata dalla storia prorompente che bussava alle porte, onda emotiva che certe sequenze del film riportano magistralmente seppur col piede a volte un po’ troppo spinto sul pedale della retorica.

La presenza di Wałęsa e i temi trattati, come detto, resero praticamente impossibile per Wajda continuare a lavorare almeno per tutti gli anni Ottanta, ma nel frattempo per lui e per tutta la Polonia si preparava una storia diversa, nuova, della quale un intellettuale della sua schiera si sarebbe potuto rendere termometro e osservatore. Così, in buona parte, non è stato, per una fede incrollabile nell’uomo solo, di marmo o di ferro che fosse.

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