L’altra Cracovia: Nowa Huta

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Prima delle due puntate di Life.pl dedicate al quartiere cracoviano di Nowa Huta

di Roberto Reale

Cos’è Nowa Huta

Nowa Huta è tante cose.

Amministrativamente è un distretto di Cracovia: il XVIII, il più orientale, abitato senza soluzione di continuità fin dal neolitico. Sede di un insediamento celtico, poi del più antico nucleo abitato slavo in Polonia, poi legato alla fondazione mitica della città: sorge a breve distanza il tumulo di Wanda (Kopiec Wandy), dove riposerebbe la figlia dell’eroe eponimo Krakus (Jerzy Karnasiewicz, Nowa Huta. Okruchy życia i meandry historii, Kraków, Wydawnictwo Towarzystwo Słowaków w Polsce, 2003).

Successivamente, Nowa Huta diviene grancia di un monastero benedettino; più tardi, frontiera tra i territori controllati dall’Austria-Ungheria e le pertinenze dell’impero russo. Dopo il 1945, il nuovo regime decide di erigervi una città satellite abbinata ad un vasto complesso industriale, anche per attrarre gente dal contado e rintuzzare la resistenza della borghesia cittadina. Huta, del resto, vale in polacco acciaieria.

Nelle intenzioni dei progettisti, Nowa Huta è la città ideale, espressione in forma e in materia dei principi fondanti del realismo socialista, di cui rappresenta, insieme alla città russa di Magnitogorsk, nell’oblast’ di Čeljabinsk, l’esempio più raffinato (Nowa Huta, in inyourpocket.com, 22 settembre 2017, ). Architetti tra i più illustri della Polonia vi pongono mano: Marta e Janusz Ingarden (quest’ultimo figlio del filosofo Roman Ingarden), Andrzej Uniejewski, Tadeusz Uniejewski, Marian Uramowski, Zbigniew Jaroszyński, Stanisław Reński, Ewa Mańkowska, e molti altri (per i dati biografici si rimanda al fondo In memoriam – Pamięci Architektów Polskich).

Il 22 luglio 1954 l’acciaieria Vladimir Lenin, poi intitolata all’ingegnere Tadeusz Sendzimir, inizia le attività, e in meno di due anni diventa il più grande complesso metallurgico in Polonia. Negli anni ‘70 l’output raggiunge i sette milioni di tonnellate annue. Successivamente, alla produzione dell’acciaio si affiancano il tabacco e il calcestruzzo.

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Nella storia recente della Polonia, Nowa Huta è luogo di contestazioni che seppero incrinare l’egemonia del regime (come la lotta per l’erezione della chiesa di Arka Pana): ironia della sorte, a cui piacque scegliere un santuario dell’ideale socialista per dar risonanza alla rivolta. Lo confermerà la revisione toponomastica post-1989: da Lenin si passa a Solidarność, dai Piani Seiennali a Giovanni Paolo II, dalla Rivoluzione di Ottobre al generale Władysław Anders eroe a Montecassino. La piazza Centrale viene ribattezzata im. Ronalda Reagana.

Nella storia del costume, Nowa Huta è il set del film L’uomo di marmo (Człowiek z marmuru, 1976) di Andrzej Wajda, storia vera di uno Stakhanov polacco la cui caduta in disgrazia agli occhi del regime è presagio dei venturi winds of change.

Nelle critiche dei detrattori Nowa Huta è comunque degrado, alienazione, marginalità; ancor oggi, anzi soprattutto oggi.

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Per gli storici dell’architettura, Nowa Huta resta catalogo organico di esperienze, manufatti, emergenze di pregio; articolato nella stratificazione storica e simbolica, equilibrato nella tensione abitazione-fabbrica, capolavoro di progettualità urbanistica (per chi voglia approfondire l’aspetto più propriamente tecnico-progettuale, si rimanda all’ottima documentazione in rete del progetto Krakowski Szlak Modernizmu curata dall’Instytut Architektury di Cracovia).

Nowa Huta come città ideale

Utopia, scrive Manfredo Tafuri citando Das konservative Denken di Karl Mannheim, è una visione strutturale della totalità tanto nella sua configurazione attuale quanto nel suo divenire (Progetto e Utopia, Bari, Laterza, 1973); e però, al di là del rischio di una discrepanza tra la razionalità del progetto, i suoi mezzi di implementazione e l’esigenza (o la coscienza) sociale dello sviluppo, già in Keynes e in Weber utopia non è pura contemplazione né pura ideologia, ma deve invadere il campo pragmatico del progettare. Del resto, la strada in questa direzione l’aveva tracciata già Alberti (Françoise Choay, La Règle et le Modèle. Sur la théorie de l’architecture et de l’urbanisme, Paris, Éditions du Seuil, 1996): ed è interessante osservare come campioni del pensiero occidentale e teorici della città socialista si rifacciano a principi non dissimili. Aleksej Gutnov mette a fondamento del suo trattato Novyj element rasselenija: na puti k novomu gorodu (Stroyizdat, 1966) la seguente affermazione programmatica di Marx ed Engels:

Le nostre premesse non sono ipotesi arbitrarie né dogmi, ma fatti concreti […] la cui giustezza può essere stabilita pragmaticamente.

E ancora:

In questo modo [attraverso i legami sociali necessari per soddisfare i bisogni primari] si stabiliscono tra gli uomini relazioni materiali, condizionate tanto dai bisogni quanto dai mezzi di produzione […]. Tali relazioni assumendo forme sempre nuove danno origine a ciò che chiamiamo storia.

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Bisogni e mezzi di produzione, dunque. E a Nowa Huta la tensione dialettica abitare-produrre è impostata su proporzioni forse uniche in Europa, ed è risolta nella contemporanea progettazione dello stabilimento industriale (il Kombinat Metalurgiczny) e dell’insediamento residenziale. Più occidentale quest’ultimo, inscritto in un vasto triangolo con il vertice orientato a sud; più orientale la grande acciaieria, dalla struttura incardinata a una rigorosa ratio della funzione. E certo non è un caso la posizione relativa dei due complessi: due formae urbis che si specchiano l’una nell’altra, così come nell’ideale comunista la dimensione privata ed il lavoro costituiscono i due momenti fondanti e speculari della vita.

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In Italia non conosciamo esiti di pari rilievo nella pianificazione congiunta del complesso industriale-residenziale. San Leucio, Crespi d’Adda, la città Alfa Romeo a Pomigliano d’Arco, il villaggio Matteotti a Terni, per citare esempi lontani tra loro che comunque in varia misura implicano un ripensamento della vita produttiva e dei rapporti uomo-fabbrica, non soltanto hanno dimensione più contenuta, ma non si pongono in alternativa all’abitato storico, finendo per risolversi in un intervento locale.

Nowa Huta aspira invece, sin dalla fondazione, ad essere il nuovo centro cittadino, anzi la nuova Cracovia; ai fasti polverosi del nucleo storico opponendo la razionalità rigorosa, i nuovi criteri di progettazione e produzione, l’audacia e la generosità della concezione socialista. Tanto che persino una voce cauta nei confronti delle ideologie com’è quella di Wisława Szymborska presta orecchio alle voci di entusiasmo nel suo Saluto al cantiere della città socialista (Na powitanie budowy socjalistycznego miasta), che mette conto leggere per intero (trad. di chi scrive):

 

Di asfalto e di volontà tenace

si faranno larghe le strade.

Di mattoni e di orgogliosa audacia

si faranno alti i palazzi.

Di ferro e di coscienza illuminata

si slanciano gli archi dei ponti.

Di speranza si farà il verde degli alberi.

Di gioia il bianco di buoni intonaci.

Città socialista,

città di buona fortuna.

Senza ingombro di vicoli o suburre.

Avremo la concordia di tutti gli uomini.

La più giovane tra le città che abbiamo.

La più vecchia tra le città che saranno.

La più giovane, domani, presto.

La più vecchia, un lontano giorno.

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Il ripudio degli elementi vernacolari, percepiti come obsoleti o inadeguati, caratterizza l’urgenza di rifondazione della storia che sta al centro della buona novella socialista. Il rischio, naturalmente, è di smarrire il senso di una continuità tanto formale quanto antropologica: così Greg Castillo scrive in Soviet Orientalism (in Traditional Dwellings and Settlements Review, vol. VIII, n. II, 1997):

While proponents of Socialist Realism found beauty in local ornament, they had no patience for indigenous urban form. Even the bards of the new folklore rallied against the native city.

Il modello ideale resta il capitale PRG di Mosca del 1935 (cosiddetto piano Stalin), con la drammatica cesura che ne era il fondamento: tutta la città al di fuori delle mura del Cremlino doveva essere rasa al suolo e ricostruita su nuovi principi (L. Perchik, Bol’shevistskij plan rekonstruktsij Moskvy, Moskva, Partizdat, 1935). L’epoca è però diversa, lo stalinismo cede ormai il passo, e il furore neroniano di ispirazione moscovita si stempera in accenni di mediazione: a Nowa Huta stilemi rinascimentali e barocchi (fornici, pilastri, balaustre, timpani di finestre, portali, …) si insinuano nel nuovo linguaggio, specialmente nelle fabricæ che si affacciano sulla piazza Centrale (plac Centralny) e nell’edificio per uffici dell’acciaieria (Kinga Pozniak, Nowa Huta: Generations of Change in a Model Socialist Town, University of Pittsburgh Press, 2014).

Anche sul piano del progetto urbanistico, l’istanza di rottura con il preesistente tessuto urbano, con il legato storico più direttamente accessibile, l’esigenza di razionalità non compromessa con una facile estetica, anzi di una forma che scaturisca in modo naturale da una organizzazione rigorosa e ottimizzata delle funzioni, doveva condurre ai modelli rinascimentali; con la differenza però che il rapporto del centro abitato con il suo contado, fondante per le città italiane del ‘400 e ‘500, muta in rapporto con il paesaggio industriale. Ma resta preservato lo slancio all’autosufficienza, l’organicità quasi biologica dell’organizzazione.

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I versi di Jan Kurek Cartolina da Nowa Huta (Z Nowej Huty pocztówka) colgono molto bene non soltanto la natura prossima al vivente del nuovo quartiere, descrivendone l’incalzare irresistibile nei giorni della costruzione e il disporsi del grande organismo nella sua forma già definitiva, ma anche l’opposizione polare (addirittura da Doppelgänger) nei confronti del centro storico. Il poeta plaude ovviamente al progresso del nuovo ordine e sembra consumarsi di impazienza, tuttavia non manca una inquietudine di fondo di fronte alla nascita (descritta con un vocabolario che fa di volta in volta riferimento all’ambito biologico e a quello tecnico-ingegneristico) del nuovo leviatano (trad. di chi scrive):

Ogni giorno s’avanza più vicina, Nowa Huta.

Ogni giorno s’innalza nel cielo, Nowa Huta.

Ogni notte, sul Cantiere, un bagliore d’acciaio.

Erigete!

Ogni notte, un nembo acceso di scintille.

Forgiate più resistente l’acciaio!

Dal nord-est monta la città nuova

e spinge radici in grembo alla vecchia.

Chi va verso chi? Siamo noi ad avanzare,

o Nowa Huta cresce verso di noi?

Le due città si marciano incontro,

come un benvenuto tra due sorelle.

La storia troppo a lungo irrigidita

nel marmo della storia

quanto è ancora calda di vita!

Nowa Huta come non-luogo

Nel progetto originario, in gran parte mantenuto, Nowa Huta è suddivisa in 36 lotti-base, detti osiedla. Ogni osiedle ha la propria designazione particolare: del sole (słoneczne), verde (zielone), del teatro (teatralne), e così via. E ogni osiedle è un contenitore di edifici, ogni edificio ha un certo numero di accessi (il che rende superflui i nomi delle strade, ma confonde lo straniero il quale non è abituato a un sistema di coordinate gerarchizzato su tre livelli). Ciascun osiedle era in principio dotato di scuole, di un negozio di alimentari, di un panetteria, di una farmacia, di un calzolaio, di un campo sportivo e di un centro culturale. Nowa Huta ha poi un teatro, un cinema, un lago artificiale e in seguito una chiesa. Grande importanza fu inoltre assegnata alle aree verdi, tant’è che anche oggi Nowa Huta è la parte più verde di Cracovia (Vera Trappmann, Fallen heroes in global capitalism: Workers and the Restructuring of the Polish Steel Industry, Basingstoke, Palgrave Macmillan, 2013).

Dalle grandi costruzioni collettive del regno naturale Nowa Huta mutua la struttura frattale, con l’osiedle come modulo primario che presta la sua struttura agli edifici in linea di cui è composto e a sua volta rispecchia la forma globale del quartiere. I tre livelli (quartiere, osiedle, edificio) si coordinano e definiscono a vicenda.

Mentre la città storica è abbandonata ad un perpetuarsi di sé secondo canoni fissati una volta per tutte, o cede ad esigenze di carattere rappresentativo, la città produttiva si appropria dei processi primari dell’organismo urbano (qualcuno parla di periferia centrale). E vi si concentra, paradossalmente, la resistenza alla svuotamento di senso, al consumarsi, delle forme.

Il pericolo, oggi, è che tramontate le istanze ideologiche e la visione del mondo in cui Nowa Huta affondava le proprie radici, il quartiere (ma quanto è riduttivo chiamarlo così!) conosca uno sfaldamento, perdendo coscienza della propria forte connotazione identitaria e rassegnandosi a una omologazione con quei luoghi germoglianti in ogni angolo della terra ma del tutto privi di ancoraggio con il locale. Luoghi, scrive Paolo Desideri (Basta con i non-luoghi, in i Quaderni di UrbanisticaTre, n. 10, 2016) richiamandosi all’antropologia del proche di Marc Augé, non riconducibili ad alcuna identità. Non-luoghi, appunto.

Nowa Huta come coscienza civile

Non c’è presente senza cura del passato e delle sue tracce. Non c’è contemporaneo, in altre parole, e specialmente per quel che riguarda lo spazio antropizzato, che non implichi l’esigenza della tutela. Dove per tutela non si intende una sterile cristallizzazione delle forme storiche (peraltro insostenibile per un tessuto urbano così vasto), ma una continuità nell’uso che abbia a cuore la coscienza della sottile trama di rapporti che lega uomini, consuetudini sociali e produttive, case e strade, città. Salvatore Settis parla di poetica del riuso (Se Venezia muore, Torino, Einaudi, 2014), e cita un brano indimenticabile di Plutarco:

Una città è un tutto unico e continuo, e proprio come un essere vivente non cambia di natura con i cambiamenti dell’età né diventa altro da sé col passare del tempo. Al contrario, la città conserva il medesimo spirito ed è sempre fedele a se stessa, e di quel che fa o ha fatto in comune prende intera la colpa o l’onore, almeno fin quando la comunità, tenuta insieme da legami operativi, conservi la propria unità. Non ha senso distinguere tante città nella stessa città, a seconda del passare del tempo: sarebbe come far di un uomo solo piú uomini, come se ciascuno potesse mai essere diverso da se stesso passando dall’infanzia alla giovinezza alla vecchiaia.

Oggi Cracovia è capitale della cultura e del turismo, ma l’immagine di sé che la città ci tiene a offrire sembra essere quella di un centro della Mitteleuropa fermo nel tempo al tramonto del sogno asburgico; non senza una buona dose di ipocrisia. Chi scrive l’ha sentita definire miasto archaiczne, una città arcaica. Ed è vero che troppa parte della storia umana ed economica e sociale di Cracovia viene passata sotto silenzio, o comunque relegata a un ruolo marginale: ed è, naturalmente, la parte che “contiene” Nowa Huta.

Come i grandi complessi realizzati dai regimi di oltrecortina (i vasti organismi di panelák in Cecoslovacchia, di panelház in Ungheria, di Plattenbau nella DDR, di khrushchovka in Russia), e più di essi per l’integralità della sua concezione, Nowa Huta ha un valore storico che travalica le istanze di regime; e del resto il quartiere non fu mai, in nessun senso, un fallimento, né lo è oggi. Tant’è vero che la coscienza civica di cui Nowa Huta oggi si fa ora vanto è rinnovata, ricresciuta, più che rinata: perché mai era venuta meno.

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Il che testimonia di una cosa: che la forma, urbanistica e architettonica, del luogo così come fu progettato e costruito non escludeva da sé l’uomo, ma a modo suo si poneva come proposta di un buon vivere insieme. Forse questa proposta non è del tutto priva della capacità di valicare le contingenze storiche in cui fu concepita.

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