La gara della monetina

Il 22 aprile del 1970 la Roma di Capello sfida il Górnik Zabrze in semifinale di Coppa delle coppe. Solo il sorteggio decise le sorti della gara della monetina

di Alberto Bertolotto

Per tutti – tifosi e appassionati – è la partita più importante della storia del club. Nel quadro complessivo del calcio polacco, assume un posto di straordinaria importanza. In generale, visto l’epilogo, si tratta di una delle gare più incredibili di sempre. E oggi, 22 aprile 2020, ricorre il suo 50esimo anniversario. È passato mezzo secolo dal romanzesco terzo (sì, terzo) atto della semifinale di Coppa delle Coppe tra Górnik Zabrze e Roma, vinto dagli slesiani in seguito all’iconico lancio della monetina: vi si era dovuti ricorrere perché, neppure dopo mezzora di tempi supplementari, erano bastati per decretare il vincitore. Al termine di 330’ suddivisi in tre match, di cui l’ultimo da 120’ sul campo neutro di Strasburgo, si era ancora in parità (1-1, 2-2 e 1-1 i risultati delle singole sfide). A spuntarla, insomma, furono Lubański e compagni, che poi si arresero in finale al Prater di Vienna di fronte al Manchester City.

IL QUADRO GENERALE. Fine degli anni ’60-inizio dei ’70. Il Górnik è la squadra che domina il panorama nazionale. Dal 1961 al 1969 ha vinto sei campionati e tre coppe di Polonia. Il club è l’espressione sportiva delle miniere di carbone di Zabrze, che definiscono la città dell’Alta Slesia. Ha qualcosa in più rispetto ai rivali vista la presenza di Włodzimierz Lubański, la stella del calcio polacco, che ha preso il posto di Ernest Pohl, fuoriclasse della decade ’50-‘60. “Włodek”, attaccante, è un fenomeno. Da quattro stagioni è il re dei bomber della lega (dal 1966 al 1969). Lo chiamano il Pelè bianco. Il Real Madrid ha messo gli occhi su di lui, che però non è autorizzato a lasciare la Polonia: durante la PRL, i calciatori possono approdare ad Ovest soltanto dopo il compimento dei 30 anni. Grazie a lui il Górnik, nel 1968, sfiora l’accesso alla semifinale di Coppa dei Campioni: si ferma solo davanti al Manchester United di Best.

LA COPPA. Alla Coppa delle Coppe 1969-1970 si presentano come una possibile outsider. Ad allenare il gruppo l’ungherese Géza Kalocsay, assistente della nazionale magiara del decennio ’50-‘60. Nei sedicesimi gli slesiani fanno fuori l’Olympiakos di Atene (2-2 e 5-0), quindi i Rangers di Glasgow (doppio successo per 3-1). Si arriva così ai quarti di finale, che si giocano tra marzo e aprile. L’avversario è il Levski Sofia del leggendario Georgi Asparuhov. La squadra ha un nuovo allenatore: non più Kalocsay, esonerato – si dice – per la sua passione per le donne, bensì il polacco Michał Matyas. Il campionato nazionale è fermo e Lubański e soci sono reduci da una tournee in Sudamerica. In Bulgaria la gara d’andata termina 3-2 per il Levski: in Slesia serve una vittoria, che arriva di fronte a 100.000 spettatori. Finisce 2-1 e il Górnik è in semifinale, dove incontrerà la Roma di Helenio Herrera. È ciò che stabilisce il sorteggio del 20 marzo e che rende felice l’allenatore argentino, che si dice certo del successo. Ha evitato Schalke 04 e Manchester City, a suo avviso le rivali più temibili, che si affrontano nell’altra semifinale. Non sono grandi anni per i giallorossi, nonostante siano in grado di vincere la Coppa Italia dopo aver battuto il Cagliari. All’orizzonte stagioni di magra, dovute a una situazione finanziaria difficile (da lì il soprannome di Rometta). In campionato la squadra fatica, ma non in Europa. Capello e compagni arrivano alla gara dopo aver superato i nordirlandesi dell’Ards, il Psv Eindhoven e i turchi del Göztepe. Per eliminare gli olandesi, ai quarti, serve il lancio della monetina: i match si erano chiusi entrambi con il punteggio di 1-0.

IL PROLOGO. Il match d’andata si disputa il 1° aprile all’Olimpico. Ed è la squadra polacca a partire meglio, visto che passa in vantaggio al 28’. A siglare il gol dell’1-0 Jan Banaś, che finalizza un’azione ben orchestrata da parte di Wilczek e Lubański. Gli slesiani giocano bene e ricevono applausi da parte del pubblico italiano. Nella ripresa, però, la Roma si sveglia e all’8’ Salvori rimette il risultato in equilibrio. L’incontro termina 1-1: un tempo a testa, risultato giusto.

Si va a gara-2, che si tiene a Chorzów. È il 15 aprile e al Calderone delle Streghe giungono 80.000 spettatori, di cui 2.500 da Roma. È in assoluto la partita più importante a livello di club mai disputata sino a questo momento in Polonia. A passare in vantaggio per primi sono gli italiani grazie a Capello, che ribadisce in rete il rigore che lui stesso ha calciato ma è stato parato da Kostka. È solo il 9’. Il risultato rimarrà uguale sino all’89’. Quando sembrava finita, Gorgoń guadagna un penalty. L’arbitro lo concede dopo qualche reticenza iniziale: l’ambiente, il tifo, ha il suo peso nella decisione. Lubański va sul dischetto: è l’1-1. Si va così ai supplementari, necessari per stabilire chi, a Vienna, dovrà sfidare il Manchester City, capace di stendere lo Schalke 04. Lubański, con la complicità del portiere della Roma, che non copre il proprio palo, segna la rete del 2-1. Lo stadio esplode, sembra fatta. Ma a pochi secondi dalla fine, dal 120’, la beffa. Con un gran tiro dal limite, Scaratti sigla il 2-2. Arriva il fischio finale: lo speaker dello stadio dà appuntamento all’anno prossimo. E i giocatori abbandonano sconsolati il campo. Sono tutti convinti che le reti in trasferta valgono doppio, quindi è la Roma a strappare il biglietto per la finale. In Italia, ai microfoni della Rai, lo annuncia Nando Martellini e lungo le vie della capitale si riversano a festeggiare i tifosi giallorossi. Non è così: Henryk Loska, il team manager dei polacchi, entra in spogliatoio e comunica la splendida notizia ai calciatori. Serve gara-3, che si deve disputare in campo neutro: la regola dei gol segnati in trasferta non vale, se questi sono realizzati durante l’extra-time. È il boato. La sede scelta è Strasburgo: il 22 aprile è in programma l’ultima ripetizione del match. Si giocheranno al massimo altri 120’, non sono previste ulteriori possibilità. In caso di ulteriore parità seguirà il lancio della monetina. Non c’è più tempo: la finale è in programma al Prater una settimana più tardi, il 29 aprile.

LA GARA. L’incontro si avvicina. La formazione di Zabrze ci arriva più riposata rispetto ai rivali italiani: ha potuto rinviare le sfide di campionato a dopo la conclusione della coppa e, inoltre, si trova nella città alsaziana già da domenica 19 aprile. La Roma – che da più di un mese gioca tre gare alla settimana – giunge invece in Francia la mattina di lunedì 20 aprile. Si è dovuta fermare a Torino a causa delle cattive condizioni atmosferiche, che ne hanno ostacolato il volo. A Strasburgo piove incessantemente e la cosa preoccupa i calciatori slesiani, che – come riporta Przegląd Sportowy – alloggiano all’Hotel Pax e si allenano allo stadio de la Meinau dove si terrà poi la gara. Non un impianto qualunque: è dove la nazionale polacca, nel 1938, giocò l’unica partita della sua storia disputata ai campionati mondiali, persa per 6-5 con il Brasile. Per il giorno successivo si pensa a un allenamento sotto i riflettori, per abituarsi alle condizioni di gara, mentre per il martedì è prevista poco più di una rifinitura. Il Górnik spera di recuperare Latocha, invece alla Lupa mancano sia Cordova sia Liguori. Sugli spalti è prevista una maggioranza di tifosi italiani, tra supporter della Roma arrivati dalla capitale e immigrati: prevista anche la presenza di politici e funzionari che lavorano al Parlamento europeo. Dalla Polonia, una discreta rappresentanza di fan nonché i rappresentanti dell’ambasciata della Prl. Di sportivi francesi, invece, nessuna (o quasi) traccia. La gara non sarà neppure trasmessa dalla tv nazionale. Si potrà vedere solo nei paesi di appartenenza delle due squadre.

Per gli appassionati polacchi, è un evento imperdibile, che unisce e va oltre le rivalità, ancor più dopo l’eliminazione dalla Coppa dei Campioni – sempre in semifinale – del Legia Warszawa con il Feyenoord, avvenuta il 15 aprile. A lanciare la gara, in tv, Krystyna Loska, moglie del team manager del Górnik. È considerata una sorta di portafortuna per il calcio: un suo annuncio coincide spesso con un ottimo risultato per le squadre polacche. Anche Włodzimierz Lubański lo ricorderà in seguito. Arriva il giorno della partita. A prelevare i calciatori dai rispettivi hotel per portarli allo stadio una corriera messo a disposizione dall’organizzazione. L’autista prima porta i giocatori della Roma. Dopodiché si dimentica di quelli del Gornik. Sembra un film. Allora Oślizło e compagni optano per il taxi, con alcuni elementi arrivano venti minuti prima del fischio d’inizio dell’arbitro Roger Machin, francese, indicato da Herrera come uno dei più bravi.

La partita sta per cominciare: gli slesiani recuperano Latocha e hanno a disposizione tutti gli altri assi. Il modulo è sempre il 4-3-3, con Kostka in porta; Oślizło libero, Gorgoń stopper e ai loro fianchi Floreński e Latocha; centrocampo con Szołtysik, Olek e Wilczek, il trio d’attacco è formato da Szaryński, Lubański e Banaś. La Roma davanti si affida ancora a Capello, Peirò e Landini.

Proprio su un calcio d’angolo di quest’ultimo, il primo del match, battuto dopo due minuti, si spengono le luci dello stadio. Un black-out. Bisogna aspettare mezz’ora. Si riprende ma al 6’, mentre il Górnik attacca, fa nuovamente buio. Un altro black-out. L’arbitro Machin manda le squadre negli spogliatoi. Si torna in campo dopo trenta minuti. È la Roma a interpretare meglio l’incontro, almeno sino alla metà del primo tempo, quando il gioco entra in una fase di stanca. La partita la può accendere un calciatore con un lampo di classe. Così accade. Lubański scende per vie centrali, salta due avversari e dai venti metri fa partire un tiro potente e preciso. Palla nell’angolino basso alla sinistra di Ginulfi, è 1-0 Górnik. Si va all’intervallo. E dopo dodici minuti, gli italiani pareggiano. Petrelli, lanciato a rete, viene atterrato in area: per l’arbitro è rigore, gli slesiani non sono convinti ma tant’è. Batte ancora Capello, che trasforma. L’incontro è nuovamente in parità. Succede poco sino al 90’: l’1-1 non cambia e sono necessari altri due tempi supplementari per decretare il vincitore.

Entrambi gli allenatori inseriscono forze fresche (due cambi per il Górnik, uno per la Roma), ma anche durante l’extra-time non accade nulla di particolare, se non un’occasione di Deja che la difesa della squadra di Herrera blocca. L’incontro termina dopo 120’. È ancora 1-1. Dopo 330’ di battaglia il punteggio totale è di 4-4.

Non sono previsti i calci di rigore. Per determinare la sfidante del Manchester City nella finale di Vienna si ricorre al lancio della monetina, lo stesso che ha premiato la Roma al termine del doppio confronto con il Psv negli ottavi di finale ma anche l’Italia nella semifinale dei campionati Europei contro l’Urss due anni prima. Si percepisce grande tensione in mezzo al campo.

L’arbitro Machin chiama i due capitani in mezzo al campo: Capello e Oślizło. Si deve procedere al sorteggio. Non c’è una moneta, quindi né testa, né croce. Si tratta di una sorta di fiches con due colori: verde da una parte e rossa dall’altra. “Il direttore di gara – racconterà poi il difensore degli slesiani – non disse chi doveva scegliere per primo. Decisi così di prendere l’iniziativa: verde. Trattenni il respiro”. Verde: il Górnik guadagna il pass per la partita di Vienna. “Alzai le braccia in maniera trionfale: eravamo in finale”. Esplode la gioia. Attraverso la voce del leggendario Jan Ciszewski della televisione nazionale, a casa, festeggiano tutti: è il primo atto conclusivo guadagnato da una squadra polacca nella storia. Il suo commento diventa cult: “Polska, Górnik, brawo! Brawo! Prosze panstwa, a więc sprawiedliwości stało się zadość! (“Polonia, Górnik, bravo! Bravo! Signori e signore, giustizia è fatta!”).

 “Górnik Zabrze in finale di Coppa delle Coppe – dopo 330 minuti di battaglia” – titola l’indomani Przegląd Sportowy. Non sembra vero, ma tant’è.

Wlodzimierz Lubanski
fot Lukasz Laskowski/
Polish Picture Agency

LE RIFLESSIONI. Non c’è stato poi tempo per festeggiare, la squadra slesiana doveva preparare il match del Prater, che si sarebbe svolto una settimana più tardi. A vincere a Vienna per 2-1 il City (gol di Oślizło): due anni più tardi, dopo lo United, un’altra squadra di Manchester, stoppa i sogni di gloria del Górnik. Tornare a casa con il trofeo avrebbe significato ben altro, ciò però non toglie quello di cui sono stati capaci Lubański e compagni in quel 1970 carico di significati per il calcio polacco. Con il Legia Warszawa in semifinale di Coppa dei Campioni, i risultati diedero il via agli anni d’oro della nazionale, capace di scrivere la storia nel 1972 e nel 1974 con la conquista del titolo olimpico e del terzo posto ai campionati mondiali. Inoltre, le gare del team di Zabrze, sono ricordate tuttora da parte di tutti i tifosi. Pochi giorni fa il club ha rilasciato e messo in vendita sul proprio sito la maglia celebrativa della partita di Strasburgo e proprio oggi si gioca sulla Playstation la riedizione dell’incontro (alle 19.48, orario d’inizio, proprio come quel giorno in Alsazia).

Capitan Oślizło, attualmente presidente onorario del club, è identificato con il lancio della moneta più che per il gol in finale a Vienna. E sulle tre gare con la Roma è stato girato un documentario dal titolo O Krok od pucharu (“A un passo dalla coppa”), in cui è stato intervistato anche Fabio Capello.

L’ex tecnico, allora ct della nazionale inglese, ricorda come dopo l’incontro di Strasburgo il regolamento Uefa cambiò: non più sorteggio in caso di parità al termine dei supplementari, bensì calci di rigore. E il gol in trasferta cominciò a valere dopo anche nell’extra-time. Le norme modificate grazie, o per colpa, dei polacchi.

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