Król – Alef (Traduzione italiana)

Krol PoloniCult

Incipit del romanzo Król di Szczepan Twardoch, in traduzione italiana in esclusiva su PoloniCult

di Szczepan Twardoch, traduzione italiana a cura di Francesco Annicchiarico

Clicca qui per leggere l’articolo dedicato al libro.

***

ALEF

Mio padre è stato ucciso da un ebreo alto e forte, un pugile del Maccabi Varsavia dalle braccia lunghe e le spalle massicce che adesso è in piedi, sul ring, per l’ultimo incontro della serata. È  l’ultima ripresa dell’incontro e lo sto seguendo seduto dalla prima fila. Il mio nome è Moises Bernstain, ho diciassette anni e non esisto.

Il mio nome è Moises Bernstain, ho diciassette anni e non sono un uomo, non sono nessuno, io non sono qui, non esisto. Sono un magro povero figlio di nessuno seduto a osservare l’assassino di mio padre in piedi sul ring, bello e forte.

Il mio nome è Moises Inbar, ho sessantasette anni. Ho cambiato cognome. Sono seduto alla macchina da scrivere e sto scrivendo. Non sono nessuno. Non ho neanche un nome vero.

Il pugile sul ring si chiama Jakub Shapiro. Ha due bei bambini, David e Daniel, ma io ancora non lo so, lo avrei scoperto solo dopo. Ha anche i capelli neri, lucidi di brillantina.

Questo pugile ha ucciso mio padre e adesso è qui che combatte.

Combatte l’ultima ripresa del suo incontro. Ormai in polacco si dice round, l’ultimo round, dunque.

L’incontro, valido per il campionato a squadre della capitale tra il Legia e il Maccabi, è cominciato con i pesi mosca, ma è stato preceduto da due eventi speciali. Il primo è stato il salto alla categoria superiore di Baśkiewicz e Doroba. Il secondo la rissa tra gli arbitri. Sarà stato perché non ero ancora esperto di questo genere di cose, e quindi ero un po’ indifferente a ciò che stava accadendo, ma sentivo le reazioni della gente a fianco a me, su di giri sia per la boxe che per queste due novità.

Io ero seduto in prima fila nella sala del Civico, un cinema all’angolo tra la Długa e l’Hipoteczna. La sala veniva affittata spesso, specie per la boxe. Ripensandoci, credo che quella sia stata la mia prima volta a un incontro di boxe.

Intorno al ring c’erano due Varsavia, l’una estranea all’altra, e io ero tra loro seduto in tribuna, ma mi sentivo come se stessi occupando il posto di ogni ebreo presente in sala e guardassi al ring da vicino e da lontano contemporaneamente. Nessuno poteva accorgersi di me.

Intorno al ring c’erano due Varsavia che parlavano lingue diverse, vivevano in mondi diversi, leggevano giornali diversi e se andava bene si ignoravano, se andava male si odiavano, ma in genere coltivavano la distanza come divisi non da una strada ma da un oceano. Quanto a me, io ero un adolescente magro e pallido nato in qualche posto di questa città e neanche ricordo dove, circa diciassette anni prima, diciamo nel 1920 a cui venne dato in nome Moises, il cognome Bernstain invece, ereditato come tradizione da mio padre Naum, lo portava anche mia madre Miriam, eravamo tutti di confessione israelita e divenni subito cittadino dell’appena costituita repubblica polacca, e come cittadino della suddetta repubblica, sebbene di categoria inferiore a quella predominante polacca, ero presente tra il pubblico in sala al Civico, che prima fu teatro Nuovo, poi teatro Bogusławski e infine sala di cinema.

Così prima di tutti combatterono i magri pesi mosca, e la Varsavia ebraica strepitò dalla gioia quando a fine incontro l’arbitro tirò su il braccio di Rundstein. Kamiński, l’ossuto picchiatore del Legia, si arrese dopo un solo round, il viso una maschera di sangue.

Poi i pesi gallo. Come capii dalle urla del pubblico ebreo, era il nostro pugile a essere in vantaggio al primo round. Si chiamava Jakubowicz. Il giudice di ring, polacco, a dire il vero stava favorendo il pugile del Legia, riducendo di molto il vantaggio di Jakubowicz con un’ammonizione ingiusta. Erano seguiti altri due round e alla fine del terzo l’arbitro aveva assegnato ai punti la vittoria a Baśkiewicz del Legia, e allora cominciò il casino: un ciccione ebreo con gli occhiali tirò all’arbitro un sacchetto pieno di ciliegie urlandogli che chiunque sarebbe stato capace di contare meglio di lui. Un teppista polacco gli fu subito addosso, ma il ciccione menava colpo per colpo. Li separarono solo dopo un po’, per far durare di più questo spettacolo.

Con la calma di nuovo in sala, sul ring incrociarono i guantoni i pesi piuma, e Tadeusz Pietrzykowski detto Teddy, ebbe la meglio su Szpigelman ai punti. Teddy era il campione di Varsavia, l’uomo che più tardi, in un altro mondo, avrebbe combattuto da prigioniero nei campi di Auschwitz e Neuengamme.

Per i pesi leggeri Rozenblum vinse senza difficoltà su Bareja, coriaceo e resistente.

Per i pesi Welter Niedobier aveva battuto Przewódzki, anche se l’arbitro dichiarò il pari. Fischi dal pubblico ebreo, applausi da quello cristiano.

Poi i medi. Doroba del Legia massacrò il nostro Shlaz già dai primi secondi del primo round e per il resto dell’incontro poté fare poco, Shlaz le prendeva sempre da quel destro esplosivo di Doroba. E con uno di quelli finì al tappeto. Il pubblico ebreo rimase in silenzio, quello cristiano tributò un applauso speciale al vincitore.

La fortuna girò al momento dei medio-massimi: Neuding mandò al tappeto Włostowski che alla conta si alzò soltanto al nove e gli arbitri dichiararono knock-out tecnico.

Così entrarono nel ring i pesi massimi.

«All’angolo destro il campione del Legia Varsavia Andrzej Ziembiński!» , urlò lo speaker. Applausi entusiasti.

Tra tutti quelli del Legia Ziembiński aveva il fisico più bello, tanto da non sembrare neanche un pugile, ma un ginnasta. Era molto alto, con braccia lunghe e muscolose e il torso allungato dei nuotatori, i capelli molto chiari, quasi bianchi, rasati ai lati e più lunghi sul ciuffo con la riga di lato, gli occhi azzurro chiaro e una spigolosa mascella art-déco.

Per un attimo mi era sembrato somigliasse a un attore di cinema, ma cambiai subito idea, capii che era qualcos’altro. Somigliava alle fotografie e i disegni degli atleti tedeschi, ariani, che ogni tanto apparivano sulla stampa illustrata. Allo stesso tempo c’era qualcosa di delicato nel suo viso, quasi femminile, raffinato, qualcosa che non avrei saputo definire ma che oggi so appartenere alle persone di rango superiore, coccolati dalla vita.

«All’angolo sinistro, signore e signori…» pausa dello speaker.

Un vocio teso si levò dalle tribune.

«All’angolo sinistro, coi colori del Maccabi Varsavia…» ancora una pausa.

Sussurri. Lo speaker attraversò le tribune con lo sguardo. Circa duemilacinquecento persone presenti al match.

«Jakub Shapiro!!!» urlò alla fine.

L’entusiasmo esplose tra i tifosi ebrei, applausi, urla, tutti a scandire il nome del pugile, mentre i tifosi polacchi batterono le mani con freddezza.

I due pugili erano uno di fronte l’altro. Il gong suonò e fu silenzio in sala.

Shapiro era bellissimo, un fascino diverso da Ziembiński, forse svilito dall’essere un po’ più basso del polacco, ma di sicuro superava il metro e ottanta di altezza, e non era magro come l’altro, pesava molto di più.

I tratti del viso erano duri e rozzi, sul naso aveva la traccia di una vecchia frattura, ma nonostante tutto era bello, anche in quei ridicoli calzoncini luccicanti e nell’accappatoio con scritto Maccabi sulla schiena e le scarpe che sembravano calzini con cui tastare il ring illuminato a giorno, come toccasse ghiaccio che si sbriciola, leggero, sinistro-destro, sinistro-destro, leggero come non fosse un roccioso peso massimo, novantadue chilogrammi di muscoli compatti, ossa robuste e carne dura sopra quell’ampia cintola che riempiva il gilet quando c’era da passare all’abito elegante.

Ziembiński pesava ottantanove chili che sembravano anche meno, senza neanche un grammo di grasso sottopelle, ma solo fibra scolpita dal duro lavoro, quasi una statua greca.

Sento chiara la calma e la sicurezza del pugile ebreo. Avverto anche il piacere, un brivido di piacere quando il pubblico strilla il suo nome. E in quel brivido percepisco un piacere sessuale diffondersi nel suo corpo mentre scandiscono:

«Sha-pi-ro, Sha-pi-ro, Sha-pi-ro!»

Vedo la calma del suo portamento, la sicurezza nel proprio corpo, la padronanza di quel fisico allenato, modellato dall’esercizio, che gli risponde come tirato da fili invisibili, osservo la facilità con cui lavora di testa e di braccia e schiva i colpi come le travi di un solaio basso.

E lo vedo colpire.

La forza gli viene dalle gambe. I piedi, i margini interni, le ginocchia in dentro, tutto portato con elasticità, il pugno destro nel guantone che difende la mascella sul lato destro e para i sinistri dell’avversario, la mano sinistra difende la spalla, i gomiti restano stretti al corpo. Quando Shapiro colpisce il corpo intero si concentra in un unico fascio di energia.

Il fianco sinistro e la spalla ruotano tirati dai muscoli addominali e dorsali. La flessione schiaccia diaframma e costole, perciò il sibilo accompagna il colpo, sempre, quando l’aria scappa dai polmoni.

Il pugile ruota anche il piede sinistro, come si spegne un mozzicone, e scaglia subito il sinistro, come si tira una pietra, il pugno ruota in aria e colpisce con un colpo corto come sferza, e subito rientra come una molla.

A volte però la benda non copre il pugno, non c’è il guantone a protezione. A volte il pugno non colpisce il sacco. A volte l’osso colpisce l’osso, e i denti si sbriciolano.

A volte va proprio così. A volte deve andare così.

Shapiro adesso raggiunge Ziembiński a passo di danza, galleggia tra le corde del ring, cambia gamba un po’ come Charlie Chaplin delle commedie al cinema, si avvicina, col sinistro pugnala l’aria per cercare il varco della corazza del suo avversario.

Ziembiński risponde, combatte bene, è un grande pugile, ora solo me ne rendo conto perché a quel tempo non ero sicuro di saperlo, mi sembrava di non capirne molto di boxe, guardavo e non sapevo cosa stessi guardando, invece adesso ho il ricordo vivo di quel mio sguardo, vivace e analitico, che intravede in loro ciò che solo un occhio abile ed esperto è in grado di fare. Forse è lo sguardo di oggi a essere così, non quello di un tempo.

I due combattono a un ritmo più elevato del normale per dei pesi massimi. Di fronte a uno dei famosi sinistri di Ziembiński, veloce come un Luxtorpedo (così avrebbero scritto il giorno dopo sui giornali), Shapiro schiva con una rotazione non della gamba portante, la sinistra, ma della destra e per un attimo mette la guardia da mancino col destro in avanti, e poi molla due destri velocissimi sul viso di Ziembiński colto di sorpresa, rompendogli l’arco sopraccigliare sinistro. Il boxer del Legia non capisce neanche cosa l’abbia colpito, e Shapiro lo stacca saltellando distante fino a un metro da lui, anche se avrebbe potuto spingerlo alle corde con una serie di ganci alla testa e alle costole.

«Finiscilo ora, finiscilo!» gli grida il secondo.

Shapiro avrebbe potuto chiudere subito, ma lascia perdere. È sicuro di se stesso, molto sicuro, e ignora le urla del suo secondo. Vuole picchiare ancora.

Shapiro ha trentasette anni, non è più così giovane. Era nato suddito del regno dello zar Nicola II al 23 di via Nowolipka, blocco 31, neanche due chilometri da dove sta combattendo adesso. Sull’atto di nascita figurava il suo nome russificato Jakob, sua moglie (anche se non sposati erano come marito e moglie) lo chiamava in polacco Jakub, ma a volte anche Jankiew, in ebraico, proprio come faceva sua madre, il cognome però restò immutato e per me è sempre stato Jakub quando ha smesso di essere il signor Shapiro.

Lo sto osservando con odio anche se non so ancora che è stato lui a uccidere mio padre, sapevo soltanto che lo aveva portato via da me. Solo dopo avrei conosciuto i dettagli e solo dopo mi sarei innamorato di Jakub Shapiro e avrei voluto diventare Jakub Shapiro e in un certo senso ci sarei riuscito. O forse conoscevo già tutta questa storia, forse so tutto già mentre sto guardando.

Io ero presente il giorno in cui Shapiro prelevò di casa Naum Bernstain dal nostro appartamento all’angolo tra la Nalewska e la Franciszkańska al numero 26, blocco 6. Lo avevo visto trascinare mio padre per la sua lunga barba e insultarlo a mezza voce:

«Solo tu sei responsabile di tutto questo, testardo stupido idiota!» così gli aveva detto trascinandolo per la barba.

Ad aspettare Shapiro sotto casa c’erano il gigantesco Pantaleon Karpiński e quel ratto di Munja Weber, dei due scriverò dopo. Shapiro scaraventò mio padre nel cofano della sua Buick e mise in moto.

Quel giorno ero in cucina con mia madre che mi sussurrava di non fare il minimo rumore, quindi non fiatai nemmeno mentre papà si nascondeva nell’armadio, ma lo trovarono subito e lo buttarono fuori di peso, e mentre osservavo trascinarlo via per la barba liberai il contenuto della vescica senza volerlo e una macchia di urina si allargò sulla lana dei pantaloni.

Shapiro si fermò a guardarmi, in quel momento preciso, senza neanche mollare la barba.

«Non avere paura, ragazzo» disse con una delicatezza sorprendente.

La sua mano destra era vicina al mio viso e aveva il tatuaggio sbiadito di una spada, e quattro lettere ebraiche, mem, waw, waw e taw che lette da destra come si fa in ebraico componevano la parola che significa morte.

Mi scagliai contro di lui, provai a colpirlo. Mi piaceva battermi allora, facevamo delle grandi lotte a pugni e pietre con i ragazzi ebrei e con quelli cristiani a piazza Broń, heder contro heder, scuola contro scuola, fino a che la polizia non veniva a separarci, come faceva sempre con tutti.

Shapiro però non era un ragazzo come me. Schivò il mio attacco infantile, mamma lanciò uno strillo, lui girò gli occhi al cielo,  mi respinse senza neanche colpire e io finii lungo sul pavimento, tra tavolo e credenza, a piangere. Avevo davanti ai miei occhi la spada e la morte tatuate sulla mano stretta alla barba di mio papà.

In quell’istante decisi che non avrei mai portato la barba. E le conseguenze di questa decisione sarebbero venute da sole: avevo deciso di diventare come Shapiro.

Ma al match nessuno vide il tatuaggio coperto da guantone e fasciature, e poi non conoscevo ancora bene l’ebraico, e a volte anche oggi mi sembra di non conoscerlo bene. Anche se questo era il primo incontro di boxe della mia vita, lo osservavo affascinato. Da ragazzo avevo il gusto per la lotta perché lottare voleva dire essere un altro, un ebreo diverso, un ebreo di un mondo proibito dai miei genitori che mi attirava anche se non sapevo bene cosa fosse, dove non bisognava temere gli spifferi o l’aria fresca, i classici spauracchi del nostro heder, un mondo senza payot e tallit.

Ecco perché mi trovavo lì a seguire l’incontro.

Shapiro anche se più pesante è incredibilmente agile, si lavora Ziembiński a gambe flesse, come se cercasse un varco nella difesa di questo avversario più alto di lui; Shapiro tiene la guardia bassa, col destro quasi attaccato al petto, il sinistro all’altezza dell’altra mano.

Forse fu solo dopo la guerra che i pugili cominciarono a tenere la guardia alta.

Shapiro picchia senza fermarsi, come posseduto, sinistro e destro, para i colpi sparuti di Ziembiński coi gomiti, quelli alla testa schivando rapido e elastico, come se non fosse un peso massimo ma un peso gallo, e cede sempre il passo all’avversario lasciandosi spingere alle corde.

Ziembiński nonostante il sangue dal sopracciglio, ha un sensibile vantaggio: attacca sempre, mentre Shapiro si difende soltanto con delle finte, una guardia e ogni tanto tirando un sinistro veloce.

Sembra quasi perdere, e io spero davvero che perda, eppure è calmissimo. Schiva, saltella, tira di sinistro come se si stesse allenando al sacco e non combattendo un incontro importante. Sembra giocare e vede che Ziembiński, da pugile esperto, teme molto questa calma. Sul ring non c’è niente di più terrificante di un avversario tranquillo e sicuro di se. L’espressione più terrorizzante di un pugile è il suo sorriso. A me però sembra ancora incredibile che l’ebreo che ha ucciso mio padre fosse in grado di battere il polacco con lo stemma del Legia Varsavia ricamato sul petto.

Ziembiński sembra prevalere su Shapiro non solo sul piano fisico, per le braccia lunghe e la sua altezza, ma soprattutto perché stasera gioca in casa. Appartiene alla classe di chi possiede e amministra questo paese. Sarebbe potuto persino essere un operaio qualunque, un povero più povero di Naum Bernstain che a quest’ora è già morto, ma oggi so che Ziembiński non era più povero di mio padre e qualsiasi cosa fosse questo gigante biondo con lo stemma del Legia sul petto, era sempre meglio dell’ebreo del Maccabi.

In quei giorni proprio non mi entrava in testa l’idea che sul ring un ebreo potesse battere un cristiano, anche se noi ci battevamo contro i cristiani a piazza Broń, ma questa era un’altra storia. E io a diciassette anni non conoscevo altro che il mondo del heder, della yeshivà, della sinagoga e di casa mia.

Soltanto dopo avrei conosciuto il resto.

Ziembiński spinge Shapiro alle corde e il pubblico polacco lo crede già finito, ma all’improvviso l’ebreo scatta all’indietro come per cadere sulla schiena, le corde si tendono per il peso del corpo e lo scagliano come un sasso dalla fionda. Shapiro con una rotazione perfetta si tuffa sotto il massiccio gancio destro di Ziembiński e lo colpisce dal basso con un potente gancio sinistro, aggiungendo al colpo l’elasticità delle corde, un giro di bacino, di fianchi e la spina dorsale che si drizza; Ziembiński preso al mento si affloscia subito e cade al tappeto con un gemito, quasi come se Shapiro avesse trovato l’interruttore che lo spegne come si spegne la luce.

Shapiro saltella intorno all’avversario disteso in terra, poi si sposta al proprio angolo, Ziembiński però non è solo svenuto, si dibatte in preda alle convulsioni con gli occhi rovesciati, le braccia e le gambe tese come zampe di un animale sgozzato.

Il pubblico ulula, si alza dalle sedie scosso da un’emozione sorpresa e indefinita, per l’eccitazione di un incontro di neanche due minuti; solo un secondo dopo l’entusiasmo diventa omogeneo: tutti capiscono cosa sia successo. I tifosi ebrei esplodono dalla gioia, come se avessero picchiato ogni polacco che li guarda con disprezzo. Il pubblico cristiano fischia indignato.

L’arbitro corre verso Ziembiński, comincia a contare e prendergli il polso. Shapiro non degna nemmeno di uno sguardo arbitro e avversario ancora a terra. Senza neanche aspettare che l’arbitro dica il “dieci” di fine match e spazzi l’aria con le mani, Shapiro sputa il paradenti e annuisce verso il secondo col pullover blu con su scritto a caratteri polacchi “Maccabi”.

Il medico arriva sul ring e comincia a massaggiare il cranio del pugile polacco al tappeto, che ha smesso di tremare.

Il secondo di Jakub tira dalle tasche un portasigarette, ne accende una e la infila subito nella bocca del pugile. Shapiro tira un paio di boccate, si sporge sulle corde, il secondo gli toglie la sigaretta di bocca per spegnerla.

Oggi so che nessun pugile si sarebbe mai permesso un simile comportamento, oggi come ieri, ma sapevo e vedevo che in quel gesto di fumare senza neanche togliersi i guantoni c’era qualcosa di arrogante e signorile e mi piaceva molto perché non avevo mai visto prima un ebreo che potesse permettersi una tale arroganza. Sapevo dell’esistenza di ebrei del genere, ma non li avevo mai visti.

(…)

Avevo visto come le donne, ebree o cristiane, osservassero Shapiro (…) e anche io lo guardo alzare il capo, fiero, tirare dalla sigaretta stretta tra le labbra socchiuse e avvicinarsi al secondo, e questo che gliela sfila di bocca. L’ebreo soffia via un’ampia boccata di fumo bluastro che sotto la luce dei riflettori sembra formare un rigo di parole virili e forti. Jakub avvicina l’arbitro scuotendo le braccia, rilassando i muscoli per chiedergli il verdetto, sapendo che Ziembiński non solo non si è alzato per la conta, ma è ancora incosciente al tappeto. All’angolo provano a farlo rinvenire e alla fine ci riescono. L’arbitro gli stringe la mano e tira in alto quella di Shapiro, Ziembiński riesce a mettersi in ginocchio e volge lo sguardo intorno a se, l’annunciatore dichiara la fine dell’ultimo incontro della serata con la vittoria del pugile del Maccabi Varsavia. Applaudono tutti, applaudo anch’io.

Ancora tramortito, Ziembiński porge a Shapiro il guantone, Shapiro lo stringe con un gesto che nell’edizione del mattino del Corriere di Varsavia il redattore polacco Witold Sokoliński, suo detrattore, avrebbe definito come mancato spirito sportivo, affermando chiaramente che l’ebreo non aveva stretto nemmeno la mano dell’avversario.

Invece il giornalista ebreo di Nasz Przegląd avrebbe scritto che Shapiro aveva stretto la mano di Ziembiński con disprezzo. A essere sinceri Andrzej Ziembiński, stordito com’era, non aveva neanche notato il gesto. L’arbitro lo aveva accompagnato al suo angolo e consegnato ai secondi.

Il pubblico cristiano nota il gesto del pugile ebreo e cominciano a fischiare, quando dalla prima fila di poltrone si alza un uomo di bassa statura che si volta verso le tribune a guardare, soltanto guardare, a cercare con lo sguardo quelli che fischiano. I suoni si interrompono immediatamente, e io mi chiedo chi sia quest’uomo.

Lo speaker dichiara la vittoria del Legia per nove a sette. Jakub Shapiro non se ne frega niente del verdetto, Jakub Shapiro è il vincitore, è come David dopo la vittoria contro i Filistei, lui è re e i suoi figli, ovviamente non in sala, sono di stirpe reale.

L’allenatore lo attende con un’altra sigaretta accesa, Shapiro tira una boccata guardando verso il pubblico con aria trionfante e insolente, e sotto il peso del suo sguardo tacciono gli ultimi ululati di disaccordo, poi alza le corde e si infila in mezzo per saltare fuori dal ring. Non si sente più un fischio. Shapiro fuma ancora mentre uno del suo angolo lo asciuga con un telo, e l’altro, quello che prima gli ha dato la sigaretta, gli slaccia e poi gli sfila i guantoni dalle mani.

Gli incontri sono finiti per stasera. Il ciarlare si diffonde in sala, il pubblico ritorna all’improvviso alla realtà, si alzano tutti per tornare a casa, a lavorare, lo spettacolo è finito, si torna alla realtà.

Quel giorno mi successe qualcosa, come se fossi stato io a combattere sul ring contro Golia dai capelli biondi, come fossi io quel pugile. Come se l’inizio, l’origine di tutto ciò che mi sarebbe accaduto dopo fossero quei neanche due minuti di ring.

Quando i secondi gli liberano le mani e porgono l’accappatoio Shapiro si dirige verso quell’uomo basso e corpulento seduto in prima fila, quello che aveva zittito il pubblico che fischiava dopo il gesto arrogante di Jakub.

Quest’uomo aveva il cranio glabro e massiccio. La mancanza di capelli era ricompensata da enormi baffi impomatati a manubrio, molto demodé ma accordati alla perfezione al suo abito costoso, fuori moda anch’esso e anche un po’ stretto, di colore blu. Dalla giacca aderente alla pancia rotonda brillavano le catenine dorate dell’orologio e di una piccola chiave, teneva le dita infilate nei taschini del panciotto, le gambe una sull’altra tanto gonfie e corte da sembrare due dita medie, tanto a fatica teneva la coscia destra sul ginocchio sinistro. I pantaloni si alzavano di molto scoprendo i reggicalze maschili e una piccola porzione di pelle bianca tra la calza nera di seta e l’orlo dei calzoni. La punta del mocassino di pelle, con la suola luccicante, si agitava al ritmo della sua fragorosa risata, e persino a me, seduto lontano, arrivava il suo sghignazzo stridulo tra le urla del pubblico.

«Che gli hai combinato, Kuba, che gli hai combinato…!» urlava e applaudiva con le mani tozze.

Non sapevo ancora come si chiamasse veramente, ma sapevo benissimo chi fosse. Tutti, da Kercelak a Tlomack, da piazza Broń a Hala Mirowska, Nalewki, Gęsia, da Mila a Lesno, tutti sapevano chi fosse quell’uomo basso e terribile.

«Arriva Kum Kaplica» si sussurrava mentre passeggiava tranquillo per strada, molleggiandosi sulle gambe corte, la giacca sbottonata, i pollici penzolanti dai taschini, il bocchino d’osso stretto tra i denti. Dietro di lui, a distanza di rispetto camminava la sua solita guardia del corpo, serramanici, manganelli e pistole sempre in vista, prominenti dai panciotti anche quando incrociavano la strada con la polizia.

Perché lo chiamassero Kum, non lo sapevo. Il suo vero nome era Jan Kaplica, e divenne compare (kum) perché tutti quelli che volevano la sua amicizia diventavano suoi compari.

Non conoscevo i dettagli dei suoi inizi, ma era nota la sua militanza nel partito socialista.

Si sapeva solo che era nel PPS, che era scappato dagli zaristi pistola alla mano per espropriare l’Organizzazione dei Combattenti, poi forse aveva preso parte alle rivolte contro i russi e poi più niente; una volta la polizia lo aveva arrestato e il sindaco in persona aveva telefonato al comando di polizia, e un capo di polizia, o un ispettore o commissario, se non addirittura un ministro, era andato a prenderlo al commissariato con la sua macchina personale per riportarlo a casa, e l’autista gli aveva aperto la porta di casa con un inchino.

Non sapevo neanche che Kum Kaplica fosse l’uomo che aveva dato l’ordine di uccidere mio padre a Jakub Shapiro. Non immaginavo nemmeno che qualcuno come Kum Kaplica, un mafioso vero, si fosse accorto dell’esistenza di uno come mio padre, che era solo un misero funzionario dell’amministrazione ebraica di Lecznica, nonché commerciante fallito.

Eppure, per mia sfortuna, Kum Kaplica ne era ben a conoscenza.

Nel giorno in cui papà rese l’anima per mano di Jakub Shapiro e dei suoi uomini, Kum Kaplica se ne stava seduto dalle sette del mattino al tavolino della pasticceria Sobeński di via Leszno 22, di fianco alla parrocchia evangelica.

Kaplica a parte, a nessuno era permesso sedersi a quel tavolino. Sobeński, un ebreo assimilato che non andava neanche più al tempio se non alla grande sinagoga ogni tanto, lì dove il rabbino parlava polacco, arrivava personalmente al negozio ogni giorno alle sei di mattina, così che all’arrivo di Kaplica ci fossero paste e caffè sempre pronti e bollenti. Se Kaplica lo avesse desiderato, Sobeński sarebbe andato a lavorare anche di shabat.

Kaplica arrivò quel giorno alle sette puntuale e appese la bombetta, e fosse stato autunno bombetta cappotto e sciarpa, se d’inverno la pelliccia, e se avesse avuto le ghette alle galosce da pioggia allora le avrebbe tolte e poste sotto l’attaccapanni. Spogliatosi, salutò affettuosamente il proprietario, si sedette a leggere il Corriere di Varsavia schiudendo appena le labbra e seguendo il rigo col suo ditone. Sobeński in persona gli servì il caffè bollente e i suoi pasticcini kosher. Fino alle sette e trenta nessuno aveva il diritto di disturbare Kaplica.

«Questa è l’unica mezz’ora della giornata tutta per me» diceva mentre studiava con scrupolo gli annunci e le pubblicità, rideva per le vignette umoristiche e i fumetti dell’ultima pagina.

Alle sette e mezzo arrivò il dottor Radziwilek, ordinò il caffè, prese una copia del Nasz Przegląd e si mise a sedere al tavolino rotondo dov’era Kaplica, per leggere insieme i giornali e consultarsi per un po’. Dirò dopo di Radziwilek, è personaggio importante di questa storia, ma ora no. Era il braccio destro di Kaplica.

Kaplica invitava di solito Shapiro alle sette e mezzo e gli permetteva di ascoltare le conversazioni con Radziwilek, unico tra i suoi a godere di questo privilegio, come il primo tra i soldati.

Alle otto arrivava il resto della gang di Kaplica riempiendo così la piccola pasticceria. Bevevano e mangiavano, parlottavano, sacramentavano in polacco, ebraico e russo, facevano rapporto sulle attività e gli impegni del mattino e porgevano a Kaplica i rotoli delle banconote, e Kaplica senza neanche alzarsi distribuiva i compiti per la serata e la notte.

Il giorno in cui morì mio padre cominciò allo stesso modo.

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