Komunia – o la comunione impossibile

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Con Komunia Anna Zamecka porta la Polonia del reportage sul grande schermo tra sofferenza e amore.

di Mara Giacalone

A volte sembra che siamo chiamati a combattere certe battaglie da soli. E sicuramente si sarà sentita così Ola, la quattordicenne protagonista del docu-film firmato da Anna Zamecka.

Una volta visto il trailer, mi è stato subito chiaro che avrei voluto non solo guardarlo per intero ma anche avere la possibilità di scriverne e farlo arrivare a più persone. Komunia – Communion è un film documentario dolcemente drammatico. Delicatamente pesante. Non uso queste due coppie ossimoriche a caso o per qualche ragione stilistica, le utilizzo perché non è possibile dare una definizione univoca e conclusiva al film; non è possibile perché i sentimenti che risveglia e mette in campo sono così contrastanti che soltanto accostando due termini opposti si riesce a trovare la (quasi) giusta commistione di elementi presenti nella storia.

Protagonisti sono due fratelli, Ola di quattordici anni e Nikodem di tredici affetto da autismo. La storia raccontataci è abbastanza semplice e legata alla preparazione della Prima Comunione di Nikodem, evento che, situato quasi esattamente a metà film, ne rappresenta il cuore pulsante. Un evento che all’esterno può sembrare quasi banale. La stragrande maggioranza dei bambini in un paese cattolico come la Polonia ogni anno ne fa esperienza e, nonostante si cerchi di fare passare l’importanza di tale momento, si può tranquillamente affermare che ormai è una cosa che si fa più per tradizione che per vera fede. O che comunque avviene senza che sia qualcosa di così eclatante. Perché dunque così tanta enfasi? La Comunione tanto attesa serve a Ola da pretesto per cercare di riunire una famiglia quasi completamente distrutta e sull’orlo della disfatta totale. Il padre Marek ha problemi con l’alcol, non si cura né della casa né dei figli delegando tutto a Ola. La madre non vive in casa, ha un’altra vita con un figlio piccolo e un altro uomo da quello che ci è dato capire. L’evento religioso è visto dalla giovane Ola come la perfetta occasione per far sedere di nuovo i quattro membri della famiglia allo stesso tavolo: questa sarebbe la vera e tanto sperata comunione. Più che il sentimento religioso, quello che viene esaltato è l’affetto famigliare che non c’è, ma che è così forte nella protagonista da farle assumere ruoli e compiti che non dovrebbero competerle vista l’età, ma pur di riuscire a rimettere insieme i pezzi è disposta a crescere in fretta, a prendersi le responsabilità di un adulto: preparare e seguire il fratello, occuparsi della casa e del padre, preoccuparsi della madre. Ciò che muove Ola è “il bisogno di cambiamento quando il cambiamento sembra impossibile” (the need for change, when change seems impossible) – come sottolinea la regista stessa. Tutto va a rotoli, ma fino all’ultimo c’è la speranza di un lieto fine.

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Komunia è, come si è detto all’inizio, un docu-film, un film documentario non solo basato su una storia reale ma che vede negli attori le persone che sono realmente coinvolte nella vicenda narrata. Ola, Nikodem, Marek sono reali, non sono fiction, davvero vivono e hanno vissuto tale esperienza/e. La Zamecka in un’intervista racconta di come sia stato complicato lavorare alla realizzazione del film proprio per questo motivo, perché nonostante ci fosse uno script, prima di iniziare le riprese e durante le stesse, moltissima attenzione andava messa nelle scelte e nei rapporti. Più volte la regista ha sottolineato l’importanza del guadagnarsi la fiducia dei protagonisti – specie da parte di Ola. La fotografia e le riprese sono così intime che si è proiettati completamente nella vicenda; le scene in casa sono quasi soffocanti, si percepisce il disagio del vivere in spazi così stretti e così pieni: di cose, di sofferenza, di rancore. Di una casa che cade a pezzi – come la vita delle persone che la abitano. Nonostante sta fotografia così viva da reportage, se non si ha letto prima che si è in presenza di un film documentario, è difficile percepirlo. Forse perché siamo abituati alla fiction, forse perché la situazione è quasi surreale a momenti, forse perché preferiamo non credere vere certe storie – certe sofferenze. A questo proposito mi vengono in mente le parole di Nikodem, quando afferma “la realtà diventa finzione”. Tutto è avvolto in un turbine di parole, di urla, di pianti, di conversazioni allucinate che davvero la linea sbiadisce quasi del tutto fino a non essere in grado di trovarla e per questo essere portati a pensare si tratti di invenzione.

E non mi stupisce che sia proprio Nikodem ad accorgersi di quanto la realtà sia grottesca – così dolorosamente assurda da sembrare uno scherzo. Nikodem, con il suo autismo, vive in una bolla, in uno spazio tutto suo, ma questo non lo rende meno attento o consapevole di quello che avviene intorno a lui. Ad un certo punto esclama “nie jestem powietrzem!” – non sono aria! Ed esattamente in quel momento che chi si intende di cinema polacco avrà pensato (o penserà) al protagonista di Jestem o Mateusz di Żywot Mateusza: tutti e tre sentono in modo diverso, in modo più profondo e per questo -forse- in modo più vero, più autentico. Loro, quelli strani, quelli spinti ai margini da una società (fintamente) sana hanno occhi veri con cui guardano da un’altra prospettiva a cui noi altri non abbiamo accesso. Ed è forse per questo che il padre non riesce ad avere un rapporto con lui. Ed è forse per questo che la madre ha abbandonato la casa. È, d’altronde, più facile scappare che affrontare le difficoltà. L’unica disposta a restare è Ola, che combatte assieme al fratello il quale solo apparentemente non comprende la situazione o sembra non esserne coinvolto. C’è una scena in cui si coglie molto bene questa differenza di percezione: la camera prende molto da vicino Nikodem nella vasca mentre sullo sfondo si sentono frammenti di discorsi tra Ola e Marek; il modo di reagire del ragazzo, il suo modo comportarsi trasmettono emozioni che sarebbero difficili da esprimere con le parole.

Komunia è un film che scuote e fa riflettere. Sono soprattutto due i punti focali, a mio avviso: da una parte la comunione tra sofferenza e amore e dall’altra il tabù della donna – e madre! – che abbandona la famiglia. C’è una profonda commistione tra amore e dolore, tra il desiderio di famiglia e disperazione perché questa è impossibile da ricostruire. Ola si fa grande portatrice di entrambe le sfere e non mi sembra di esagerare a definirla un’eroina: una quattordicenne che prende sulle sue gracili spalle dei pesi sì grandi e riesce a non affondare, è da ammirare. Certamente ha anche lei i suoi momenti di sconforto – sarebbe strano il contrario -, ma la tenacia e l’amore verso la sua famiglia le danno la carica e la determinazione di andare avanti, di ricoprire più ruoli contemporaneamente – figlia, sorella, madre, educatrice. Questo succede perché la madre non è presente e il padre non reagisce alla situazione. Stranisce molto, in effetti. Quanti sono i casi in cui è la moglie ad andarsene? Pochi e infatti è sentito come un tabù, un vero e proprio stigma sociale. Qualcosa che è così fuori dall’idea generale e accettata di famiglia e status quo da risultare vergognoso e aberrante. Nell’intervista contenuta nel press kit, la Zamecka riporta i sentimenti di Ola a tal riguardo: “si sente stigmatizzata, non solo perché viene da una famiglia distrutta ma anche perché sua madre l’ha abbandonata”. Spiega poi che la maternità in Polonia è percepita come una missione, non come una libera scelta da parte della donna e che la società si aspetta molto di più da una madre che da un padre. Possiamo tranquillamente affermare che si tratta di un documentario-denuncia, in cui la Zamecka fa un’ottimo lavoro di indagine sociale mettendo in risalto problemi e tabù che persistono e sussistono anche oggi e che forse proprio oggi sono ancora più messi a tacere. In una società che punta tutto sull’apparenza, non c’è spazio per lo scandalo, bisogna mantenere bianca e candida la propria immagine. Far finta che sia tutto nella norma anche quando nulla si regge in piedi.

Komunia è un urlo sottovoce ma sfrontato alla società, un invito a svegliarsi e prendere il coraggio di affrontare problematiche sociali che vengono ancora messe a tacere, come la disabilità. Perché l’autismo di Nikodem è un problema per la famiglia, un ulteriore stigma. Un ulteriore tabù. Un’ulteriore fonte di vergogna.

Sempre la Zamecka, nell’intervista, paragona i due fratelli ad Hansel e Gretel che per mano affrontato e sconfiggono la strega cattiva con le loro sole forze e se vi ricordate bene, è proprio Gretel la più forte dei due. Credo che la regista non potesse scegliere un paragone migliore: “sono come i protagonisti di una fiaba. Il padre assomiglia a un vedovo di una favola dei fratelli Grimm, di buon cuore ma completamente incapace. La matrigna è rimpiazzata dalla madre – una ragazza che scappa dai suoi bambini. E il figlio e la figlia devono far fronte a questo”.

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