Kastor – il volto noir della Polonia anni ’90

Kastor

Malinconico e brillante, tenebroso e divertente, Kastor è il gioiellino del noir polacco firmato Wojtek Miłoszewski.

di Salvatore Greco

Dicono quelli bravi: il noir è un genere brillante nel modo in cui, con il pretesto di una storia criminale, racconta ambizioni e paure di uno spaccato di società. Se crediamo a questa prospettiva, allora Kastor di Wojtek Miłoszewski (W.A.B. 2018) è davvero un grande noir e un romanzo che tutti dovrebbero leggere per conoscere la Polonia di oggi. Un titolo in grado di fare compagnia a scaffale a gente come il nostro Massimo Carlotto, per dirne una.

Cracovia, annus domini 1990, in Polonia il socialismo è appena finito e il Paese si è svegliato improvvisamente capitalista. Entusiasticamente capitalista. Euforicamente capitalista. Tutti sembrano ossessionati dall’idea di guadagnare, di avere successo, di riprendersi quello che anni di economia pianificata gli hanno negato. È il tripudio del colore, della moda americana, delle grosse auto. Per quelli che ce l’hanno fatta, s’intende. Per chi non ce l’ha fatta, e ha perso il treno dell’arricchimento, le cose sono com’erano prima, o forse persino peggio. Di certo sono peggio per tutto ciò che, a torto o a ragione, puzza di Stato. Ora che tutto è libertà, iniziativa e coraggio, ogni apparato statale porta su di sé uno strato opaco di istituzione socialista che i cittadini guardano con vecchio, e al contempo rinnovato, sospetto. Tra questi apparati, la polizia. La polizia della nuova Polonia che è in fondo la vecchia milicja dell’odiato vecchio potere e deve raschiarsi di dosso la nomea di potere arbitrario e ingiusto. Raschiare in tutti i sensi, perché il nome della milicja viene via via tolto dalle insegne dei commissariati o dalle fiancate delle macchine. Quelle che ci sono. Perché l’altra faccia ancora del nuovo capitalismo polacco, è che per il settore pubblico non c’è un soldo, e anche le volanti vengono a mancare. Il protagonista del nostro romanzo, il commissario Kastor Grudziński, lo incontriamo così: mentre all’alba di un giorno di giugno si presenta sul luogo di un reato arrivandoci in tram.

Kastor ha tutti i crismi del vecchio sbirro disilluso. È stanco, dorme poco, non disdegna la violenza, irrora sarcasmo su ogni cosa che gli si avvicina, ma ha anche un senso di servizio quasi atavico e l’idea che il suo lavoro sia una missione. Una missione difficile da compiere, in un commissariato ridotto ai minimi termini e con una squadra di agenti impreparati, goffi o schiacciati dal tempo. Perché anche questo è un problema nella Cracovia di Kastor. La Polonia è cambiata, il crimine è cambiato. Non c’è solo la diffidenza nei confronti della polizia a rendere il lavoro difficile per le forze dell’ordine, ma anche la trasformazione antropologica che la nazione sta vivendo. Ora che arricchirsi è il mantra che martella nelle teste di tutti, i crimini patrimoniali si fanno più diffusi, la violenza diventa sempre più uno strumento, e assieme ai furtarelli e agli omicidi isolati, si svela un altro mondo, più difficile da leggere. E da combattere.

Kastor lo scopre per caso. Quando la moglie-trofeo di un nuovo ricco cracoviano denuncia la scomparsa del marito, il nostro commissario non ha voglia di prenderla sul serio, fino a che poi non ritrova l’uomo, che credeva si fosse trattenuto per un pokerino di troppo, annegato in una botte piena di cemento. È il primo di una serie di omicidi strani sui quali Kastor si trova a indagare scoprendo un mondo sommerso di speculazione senza scrupoli, al centro del quale c’è il vecchio quartiere ebraico di Cracovia, Kazimierz. I nuovi nemici di Kastor non sono contrabbandieri di valuta, ladruncoli o ubriaconi, anzi, con quelli il commissario convive, condivide valori e simboli, persino ci collabora. Il nuovo crimine veste bene e guida auto potenti, ha succhiato dal capitalismo tutto quello che poteva, e vive per lucrare. Per Kastor, venirne fuori da quasi vincitore ha costi personali enormi, e la soluzione del caso è solo il dito che tappa il buco di una diga pronta a scoppiare e travolgere lui e tutto il mondo per come lo conosce.

Sullo sfondo di tutto questo, il nostro commissario allampanato vive anche un dramma personale che lo accompagna. Vedovo, orfano, solitario, Kastor è anche un insonne cronico tormentato da un sogno ricorrente che si rifà a prima della morte dei suoi genitori. Sogno che, con l’aiuto di un analista, il protagonista riesce a fare svolgere ricostruendo pian piano i ricordi della sua infanzia. Riappare il nonno Remus, un misterioso prozio, e la scoperta bruciante di un’immagine del padre che Kastor non avrebbe mai immaginato. L’unica certezza che gli resta, oltre alle conferme di un cuore indurito, è la fiducia nel suo ruolo di poliziotto.

Se leggendo questi paragrafi, avete pensato a Kastor come a un noir molto cupo e riflessivo, avete certamente ragione. Sarebbe tuttavia un quadro insufficiente e incompleto. Kastor è anche un libro maledettamente divertente, intessuto di ironia, sagacia e affilatissimo sarcasmo. E sullo sfondo ha una Polonia che, con la fine del socialismo, ha fatto indigestione di libertà e di mode occidentali. Esplodono, letteralmente, i colori di uomini e luoghi entusiasti di essersi liberati del grigiore di Stato e l’autore ritrae con grande maestria questo mondo a due livelli: coloratissimo, fino all’esagerazione, di facciata, oscuro e tenebroso al suo interno.

Due parole sull’autore, per finire. Wojtek Miłoszewski viene dalla scrittura per la tv, sa come evocare scenari e immaginari, e conosce alla perfezione i meccanismi narrativi del genere con cui gioca. Lo fa così bene che la trama criminale di Kastor tiene gli occhi incollati alle pagine fino alla fine, con un grande equilibrio nell’uso della suspense e dei colpi di scena. Per fortuna di chi, in un libro noir, cerca non solo la grande trama ma anche profondità psicologica e attenzione sociale, Kastor è anche quello che ho cercato di descrivere in questo articolo. Non è facile trovare, in Polonia, uno sguardo neutro o anche solo non ideologico degli anni Novanta e della trasformazione che accompagnarono. Tra l’esaltazione totale ed acritica e la nostalgia più o meno accettabile, lo spazio per la riflessione è poco. Miłoszewski se l’è preso, anche con furbizia, piazzandolo sullo sfondo di un romanzo con i tratti da poliziesco classico. Per spingere a guardare oltre, come fa tutta la buona letteratura.

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